Strage di Capaci, al Liceo Oriani parla la moglie di Antonio Montinaro

ac797705-278f-450a-a76b-bc91d6de0450“Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto”. Parole di Giovanni Falcone, magistrato e capo del pool antimafia, barbaramente ucciso il 23 maggio 1992 nella tristemente celebre “strage di Capaci”.

 Con lui quel giorno, oltre a sua moglie Francesca Morvillo, rimasero uccisi Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo i poliziotti che facevano da scorta al giudice. Sullo scranno di questi tre uomini, di questi tre agenti della Polizia di Stato, la massima sopra citata era impressa a caratteri cubitali, era un mantra, un vessillo in cui immedesimarsi quotidianamente, con tutte le paure umane del caso. Spesso però, almeno fino a qualche tempo fa, queste persone comuni dallo smisurato senso civico e dall’enorme coraggio, non hanno mai ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbero meritato. Dozzinalmente chiamati “la scorta”, senza approfondire più di tanto che dietro questo nome collettivo anonimo, depersonalizzante, ci fossero ragazzi con le spalle da adulti, situazioni quotidiane, mogli, figli e famiglie, che ancora oggi portano i segni di quell’ordigno, come se la mezza tonnellata di tritolo utilizzata per spezzare e spazzare quelle vite avesse investito anche loro e avesse lasciato in loro inestricabili frammenti di dolore e assenza.

Anche per questo lo scrittore Alessandro Chiolo, raccogliendo le testimonianze dirette di Tina Montinaro, moglie di Antonio, ha scritto “Quarto Savona 15. Km 100287 e oltre”. Il libro racconta una storia, la storia di un viaggio, quello della Croma blindata apripista del caposcorta del giudice Falcone, che il 23/05/1992, colpita in pieno dalla deflagrazione di 500kg di tritolo, fu ritrovata nel tardo pomeriggio di quel giorno, distrutta, in un uliveto a diverse centinaia di metri di distanza dal luogo dell’attentato. La storia di questo viaggio è la storia di un percorso che non finisce sotto il tritolo del 23/05 ma che continua ancora oggi e che permette a quell’auto di percorrere ulteriori chilometri. Il libro racconta la storia di chi viaggiava su quell’auto, Antonio Montinaro e i ragazzi della “Quarto Savona 15” (nome in codice della scorta), e la storia della famiglia di Antonio Montinaro e di sua moglie, Tina Montinaro vera artefice di un viaggio che ancora continua.

Viaggio che stamani ha fatto tappa al Liceo Classico Oriani, dove la Montinaro e Alessandro Chiolo sono stati i relatori d’eccezione di una meravigliosa assemblea d’istituto.

«La mafia si sta leccando le ferite ma c’è. Mafia è girarsi dall’altra parte. Mafia è omertà. Mafia è anteporre il bene comune a quello pubblico», esordisce la prof di Canio, che prosegue:  «Oggi l’ISIS la fa da padrone nei TG quotidiani, durante la mia adolescenza le notizie giungevano spesso dalla Sicilia. Ogni giorno era un bollettino di guerra: Falcone, Borsellino, Chinnici, Cassarà, Dalla Chiesa. E l’elenco è infinito».

E lo scrittore Alessandro Chiolo rimarca la piaga dell’omertà e del silenzio: «L’indifferenza è carburante per le mafie. Non fare nulla è la peggiore delle scelte possibili. Fanno più paura i silenzi degli onesti che le parole dei violenti». Poi Chiolo continua: i ragazzi della scorta sapevano di essere in pericolo, proteggevano l’uomo più scomodo per Cosa Nostra, ma guai a chiamarli eroi! Rendendoli tali, noi ci deresponsabilizzeremmo. Erano persone comuni che lottavano contro un sistema che non aveva codici d’onore in cui donne e bambini non si toccavano, non è assolutamente vero. La mafia ha ucciso anche gente debole, bambini e disabili. In quegli anni si pensava che evitando l’argomento mafia si potessero evitare problemi. In questo modo abbiamo rafforzato in maniera più o meno inconsapevole, il velo di omertà che ora ricopre l’organizzazione criminale». Tornando a Montinaro: «Il contachilometri della Croma in cui viaggiavano Montinaro, Schifani e Dicillo si è fermato al km 100287. Il nostro intento è quello di non farlo fermare lì, di continuare a macinare km affinché la memoria resti viva. Per questo motivo giriamo in lungo e in largo l’Italia, per piantare il seme della legalità più che possiamo». Antonio mi riempie la vita. Non è facile convivere con questo peso, io e i miei figli tutt’ora portiamo vivi i segni di quel 23 maggio 1992 e dal 1997 giro la penisola per far sì che la morte di mio marito non finisca nell’oblio. […] Mio marito a 18 anni è entrato in Polizia e a 24 eravamo già sposati con figli. Poi, ancora giovanissimo, decise di seguire il dottor Falcone. Avevano un forte legame e confesso che passava molto più tempo con lui che con me. Poi il doloroso ricordo del giorno della tragedia: «Quel giorno Antonio aveva turno mattutino, ma decise di scambiarlo con un suo collega, perché quelli erano gli ultimi giorni del dottor Falcone a Palermo (era stato trasferito a Roma, ndr). Alle 16 mi chiamò per sentire se andasse tutto bene a casa. Quella fu l’ultima volta che lo sentì. Seppi dell’attentato da una mia amica, ma nessuno ebbe il coraggio di dirmi che Antonio era morto. Un suo collega aveva riconosciuto un pezzetto di indumento di Antonio e mi pregò di andare a casa. Di mio marito era rimasta una sola mano».

La signora Montinaro poi aggiunge: «Trovo vergognoso che molti pentiti ricevano trattamenti migliori di quelli dei familiari delle vittime. Ancora oggi la strage di Capaci non ha verità, come tutte le stragi italiane». Tina Montinaro poi accusa la sua generazione per ciò che è avvenuto: «Noi abbiamo vissuto nell’omertà, abbiamo fatto schifo. Ecco perché riponiamo la più totale fiducia in voi ragazzi». Poi conclude emozionata: «Io e i miei figli non portiamo un cognome pesante, ma un cognome importante. Non ci siamo mai spostati da Palermo, sono i mafiosi che devono andare via!»

La testimonianza diretta di Tina Montanaro, emozionante, coinvolgente e commovente, ha toccato le corde più profonde degli uditori, che non si sono esentati dal fare domande ai relatori. Un pubblico giovane in cui stamani il seme legalità ha attecchito un po’ di più.

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