“Paparazzi” di Federico Rutigliano, 3° classificato al Premio Leone 2015 – sez. superiori

LO STRADONE dà spazio a tutti i racconti, scritti dagli studenti partecipanti al Concorso letterario indetto dall’Associazione Culturale “Cataldo Leone”, risultati vincitori. L’associazione intitolata al prof. Cataldo Leone con questo Concorso letterario annuale assegna delle borse di studio a sostegno degli studenti più meritevoli.

Nel 2015 la VI Edizione del Concorso è stata dedicata alla figura della Serva di Dio Luisa Piccarreta

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“Paparazzi” di Federico Rutigliano

studente del Liceo Classico “Oriani” di Corato – 3° classificato Premio Leone 2015 – sez. scuole superiori

paparazziIl lavandino della cucina gocciola.

Lo sento anche sotto le coperte pesanti.

Non posso chiamare nessuno per farlo riparare. Qualcuno di quelli là fuori potrebbe approfittarne per scattare qualche foto o per sgusciare dentro casa.

Cosa vogliono da me? Cosa ho fatto?

Sono da settimane appostati là fuori. Nel mio giardino. Calpestano i miei fiori. Rovinano il mio prato inglese. Parlano. Parlano a ogni ora del giorno e della notte.

A volte provo a dormire ma sento i loro bisbiglii nelle orecchie.

So che parlano di me. Che sparlano di me. Che gettano fango sul mio nome. Io che ero una ragazza normale di un paese di provincia. Io che ero il fiore di campo più bello del mio paese.

Buttata in questa città che come un gigantesco scarabeo stercorario si nutre dello schifo, del putridume del genere umano, sono caduta. Prima un lieve sbandamento. Ma poi ho incontrato un baratro e non sono riuscita a distinguerne il bordo e sono caduta.

La prima volta che ne vidi uno pensai fosse un turista. La macchina fotografica era quasi un innesto sul collo sottile e lungo. Uno strano ibrido tra un uomo e la macchina fotografica. Uno strano animale dalle proporzioni sballate. Il suono dello scatto mi prese di sorpresa. La mia agente mi spinse in casa e mi chiuse la porta alle spalle di fretta.

I paparazzi. Non bisogna farsi vedere da loro. Non troppo. Solo in maniera controllata.

La mia agente mi tratta come se fossi una navigata star. Ma io non ero preparata al successo che ho avuto. Non ero pronta a evitare quelle chimere che tengono sotto assedio casa mia.

Sguscio fuori dalle coperte e mi guardo intorno. La casa è immersa nel buio. La mia bellissima casa  nel quartiere residenziale dove vivono le persone ricche ha perso ogni suo fascino. Quando ho abbassato le serrande premendo quel piccolo pulsante non pensavo di aver tolto la pietra che teneva fermo il masso pronto a sigillare la mia tomba. Le tenebre hanno ingoiato ogni forma. Ogni colore. Sono circondata dalle tenebre. Vivere chiusa in casa per due settimane, tre e poi un mese.

Non ero pronta a tutto questo. Non me l’aveva detto nessuno.

Due mesi fa avevo lasciato aperta la porta finestra che si affaccia sul cortile posteriore ed ero andata a farmi una doccia. Jean era sul letto. Coperto solo dal lenzuolo. Avevamo passato una bella  nottata. Uno di quelli è entrato dalla porta finestra. E ha iniziato a scattare. Le foto di Jean che dorme nel mio letto sono finite su tutte le copertine. Ci sarebbero finite anche quelle del mio corpo nudo se non avessi chiuso la porta a chiave per uno strano presentimento. Ho sentito quell’essere prendere a pugni la porta del bagno. Cercare di sfondarla. Mi ha insultata mi ha chiamata puttana. Non sapevo che fare. Mi sono sentita male. Tremavo. Mi mancava l’aria. Mi sentivo soffocare.

Non ero pronta a tutto questo. Non sono pronta neanche adesso.

Per fortuna che Jean era corso come una furia e l’aveva cacciato colpendolo con una piccola scultura che tenevo nella mia camera da letto.

Avevo sempre pensato che quella statua di una divinità greca mi avrebbe protetto. Me l’aveva portata zia Ada dal viaggio in Grecia. Avevo sei anni e me ne ero innamorata subito. Non me ne ero mai separata.

Quel giorno mi aveva salvato un’altra volta. Ma come potevo vivere protetta solo da una statuetta?

Avanzo a tentoni fino alla cucina. Spalanco il frigo e la luce mi brucia gli occhi. Se non fossi convinta che è impossibile, crederei che i miei occhi stiano bruciando. Che le fiamme divampino dalle mie pupille.

Lentamente cerco di riaprirli. Ma tutto quello che vedo sono macchie bianche.

Allungo le mani sperando di toccare un alimento per poter riempire la voragine che lentamente sta prendendo il posto del mio stomaco. Sento le forme arrotondate di una ciotola coperta dalla sottile pellicola trasparente. Con voracità strappo la pellicola e immergo le mani nel contenuto: una pasta fredda e appiccicosa. Non è certo il piatto di pasta fresca che ogni domenica quando ero piccola vedevo comparire davanti a me durante quei pranzi dove la famiglia si riuniva. Ma in questo momento mangerei qualsiasi cosa.

Sento in lontananza il rumore degli scatti. Dove sono. Sono entrati?

Aiuto. Non riesco a respirare. Sono qui. Ma non li vedo.

Aiutatemi.

Mi sforzo per aprire gli occhi. Le macchie occupano ancora gran parte del mio campo visivo ma intravedo la fessura aperta di una tapparella. Scappo via dalla cucina.

Lascio cadere la ciotola che si infrange sul pavimento.

Corro in bagno. I miei piedi sanno dove andare, ma la paura li confonde, urto i mobili, sento oggetti  che cadono ma adesso non mi interessano. Se entrano l’importante è non farsi vedere.

Riesco a toccare la porta del bagno e me la chiudo alle spalle. Respiro. Cerco di rallentare il cuore che mi martella nel petto così  forte che per un attimo ho paura che riesca a uscire fuori. Mi lascio cadere a terra. Sento sotto le mani le piastrelle fredde. Un freddo piacevole, tranquillizzante.

Apro gli occhi, adesso le macchie bianche sono più piccole. Nel buio lentamente i miei occhi iniziano a focalizzare qualcosa. Prendono forma lentamente il lavandino e il mobile degli asciugamani. La gigantesca vasca da bagno con idromassaggio. Jean adora quella vasca, una volta ci abbiamo fatto l’amore dentro, è stato bellissimo, noi due e l’acqua. Mi trascino lentamente verso il  water, mi appoggio ai bordi e vomito, vomito quei pochi bocconi di pasta che ho appena ingurgitato. E poi continuo a vomitare, non so neanche più io cosa il mio corpo sta espellendo.

Spero che stia buttando via tutta la paura e la tensione, ma sento ancora i miei muscoli contratti.

Non ero preparata a tutto questo. Sono stanca di vivere  con i muscoli contratti sepolta viva in un mausoleo pieno di meraviglie ultratecnologiche per riccone. Io non ero così, mi hanno trasformata in questo.

Non sto vomitando più. Cerco a tentoni 1o scarico e premo il pulsante, 1o scroscio dell’acqua mi ripulisce la testa. Devo fare qualcosa o morirò di inerzia.

Provo a tirarmi su. Le mie gambe tremano così tanto che cedono e mi ritrovo con la guancia sulle piastrelle del pavimento. Mi rialzo. Questa volta faccio qualche passo in più. Poi cado. Urto la gamba contro qualcosa. Il dolore mi risale la gamba e poi si ferma nel basso ventre. Voglio urlare ma non voglio farmi sentire da quelli là fuori. I miei carcerieri scattanti. Sono stanca di vivere come  una principessa prigioniera di un orco fatto di corpi sussultanti e obbiettivi fotografici scattanti.

Faccio appello a tutte le mie forze e riesco ad alzarmi e mantenere l’equilibrio per raggiungere il letto. Mi lascio cadere sulle coperte disordinate. Puzzano. Sento l’odore del mio sudore terrorizzato che le impregna. Dovrei farle lavare. Cerco il profumo di Jean in mezzo a quella puzza. Ma non c’è più. Il suo odore è scomparso come lui. Jean, il mio amore. L’ho rovinato.

Questo urlava l’altro giorno. Mi ha chiamata puttana di provincia. Dice che è colpa mia se la sua azienda sta fallendo. Dice che è colpa mia perché ho tirato su uno scandalo. Non è vero. Non è colpa mia. È colpa loro. Di quelli 1à fuori. Sono loro che hanno montato uno scandalo. Il più grande  impresario a letto con la nuova star. Buttare a mare un’impresa per amore. È questa la fine della seconda più grande industria del paese? Titoli dove la sua industria viene devastata. Ma lui non li ha letti quegli articoli. A lui viene riferito solo quello che gli interessa. Non gli dicono che in mezzo a quel mare di parole ci sono pezzi di vetro che mi si conficcano come coltelli nella carne. Mi chiamano attricetta. Senza carriera. Dotata solo di due belle gambe ma di poco cervello. Insulsa. Stupida. Una ragazza senza capacità osannata come una star. Lui queste cose non le sa non le legge. Mi ha insultata al telefono. Non ha avuto neanche il coraggio di venirmelo a dire in faccia perché un altro incontro poteva essere fatale. Per entrambi. Ma voleva dire per me. Per i miei soldi. Lui, Jean, quello che parlava del coraggio. Del rischio. Quello che mi ha portata al poligono di tiro per insegnarmi a sparare come faceva lui. Perché faceva maschio. Perché dimostrava di essere un vero uomo. E io mi trasformavo senza saperlo nel suo fantoccio. La ragazza perfetta da sposare. Ma quelli 1à fuori non la pensavano così. E allora tutto il paese. Tutte le signore dei paesi di provincia come quello da cui vengo io la pensano così. Lo leggono sulle riviste da un euro che trovano all’edicola dove primeggiano i volti delle star. Volti sorridenti. Io amavo quei sorrisi pensavo sarebbe stato bello trovarsi dall’altra parte. In quelle riviste. Ma non è così. La realtà non è quel  sorriso. E io non ero preparata alla realtà.

Jean dopo quella volta che colpì uno di quelli con la statuetta mi fece comprare una pistola. Una piccola. Per difesa personale disse. Se uno di quelli entra in casa ancora, la prendi e spari un colpo. Un colpo di avvertimento. Ma io non l’ho mai voluta quella pistola. L’ho lasciata chiusa in un cassetto. Il più remoto. Sotto un mucchio di reggiseni che non uso mai perché ogni giorno mi portano vestiti nuovi perché la moda non aspetta. Adesso voglio sentire il tocco freddo della pistola sotto le dita come quelle volte che Jean mi ha portato al poligono. La cerco come ho cercato da mangiare. Forse con quel pezzo di ferro tra le mani mi sentirò meno spaventata. I miei occhi si sono  abituati all’oscurità. Ma così non riuscirò comunque a trovarla. Cerco nell’oscurità l’interruttore della luce vicino al comodino e l’accendo. La luce mi infastidisce ma questa volta resisterò. Mi costringo a non chiudere gli occhi. Inizio ad aprire tutti i cassetti. Butto tutto quello che trovo per terra. Ma la pistola non c’è. Non la trovo. Potrei vestire quaranta persone con tutto quello che adesso è rovesciato sul pavimento. Forse cinquanta. Apro un altro cassetto e sotto un reggiseno vedo un riflesso metallico. Eccola. È lei. La mia pistola. Per difendermi. La soppeso tra le mani. Osservo quel prodigio della tecnica.

Jean con quella tra le mani si sentiva il padrone del mondo. Io mi sento solo più sicura contro quei mostri appostati fuori dalle mie finestre. Non li sento più bisbigliare. O forse sto perdendo l’udito. Mi siedo sul bordo del letto stringendo la pistola al petto. Ed eccoli che ritornano, il rumore continuo degli scatti le loro parole sussurrate.

Parlano ancora di me. Basta. Smettetela. Andate via. Non sono più una notizia. Sono solo una ragazza che non era preparata a tutto questo. Lasciatemi in pace. Voglio tornare a casa. Casa. Questa è casa tua. Dice la mia agente. Questa, questa è solo la mia tomba. Una tomba per una attricetta fallita prima di cominciare.

Allontano la pistola dal petto e la guardo. Il buio nella canna mi risucchia. Cosa c’è 1ì in fondo? Nero. Buio. Basta. Voglio tornare a casa. Avvicino la pistola alle labbra. Voglio baciarla. Voglio sentire che sapore ha il bacio del ferro. Il bacio della violenza.

Andate via. Lasciatemi in pace. Non faccio più notizia. Un attimo e non ci sarà più nulla da raccontare.

Sento la pistola che mi sfiora il labbro. Tolgo la sicura. Non mi sono mai piaciuti i baci a metà.

Un brivido di adrenalina mi attraversa la schiena. Le mie labbra contro le labbra di quello strumento  di morte. Fredde come un corpo senza vita. Le mie dita sfiorano il grilletto. Un altro brivido mi risale la colonna vertebrale. Premo di più la canna contro le labbra. Chiudo gli occhi.

Non farò più notizia.

Mai più.

Boom.

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