L’emergenza climatica nella danza: Roberto Altamura porta in scena Eden

Il coratino Roberto Altamura, direttore artistico della Milano Contemporary Ballet, porta in scena Eden, un progetto che mira a sensibilizzare il tema dell'emergenza climatica con la danza

eden corato
Roberto Altamura in Eden (foto di Benedetta Pitscheider)

La danza è la prima espressione artistica del genere umano perché ha come strumento il corpo. Nel corso dei secoli questa arte è sempre stata lo specchio della società, del pensiero e dei comportamenti umani, per questo fra i tanti linguaggi, diretti e indiretti, che l’uomo utilizza per esprimersi e per comunicare, la danza occupa un posto fondamentale.

Il critico teatrale Giovanni Calendoli sostiene che la danza è “la storia del linguaggio del corpo e dell’impiego che l’uomo ne ha fatto nelle varie epoche, assegnandogli di volta in volta  funzioni e collocazioni diverse nella struttura sociale.”

La capacità del corpo di esprimere significato attraverso espressioni, gesti, movimenti, modalità di curarlo sono quindi il frutto di un involontario apprendimento di codici definiti e determinati che creano il nostro gusto e la nostra sensibilità, e chi ci sono trasmessi attraverso l’educazione e le abitudini che incontriamo e viviamo. Ed anche la danza è una realtà regolata da aspetti sociali e culturali ben definiti, è una manifestazione, nel contempo, del corpo singolo e di quello collettivo, riconosciuto come degno di attenzione e di interessi.

Ce lo dimostra pienamente il coratino Roberto Altamura, direttore artistico della compagnia Milano Contemporary Ballet, che con il suo progetto Eden, portato in scena lo scorso 9 novembre sul palco dell’ EcoTeatro di Milano, ha riscosso grande successo, trattando il tema dell’emergenza climatica con il potente ed efficace strumento della danza.

Eden è un progetto di e con Roberto Altamura, Vittoria Brancadoro e Loretta D’Antuono, produzione Milano Contemporary Ballet così spiegato: in un futuro non troppo lontano, l’uomo ha unito la natura fragile e caduca del proprio corpo ad una sorta di maschera virtuale, senza la quale non è più in grado di vivere. Grazie a questo potente filtro visivo, la realtà appare perfetta, intatta. Tutto sembra essere tornato a un equilibrio primordiale che l’uomo non ha mai conosciuto. Ma le macchine non sono perfette. Come in un corto circuito, la visione del paradiso terrestre si interrompe. Manca l’aria e tutto intorno si fa stretto. Non c’è più tempo: in questo mondo senza maschere è il momento di guardarsi allo specchio.

INTERVISTA A ROBERTO ALTAMURA

Cosa ha mosso l’idea di portare in scena Eden?

Più che un’idea è stata una vera e propria esigenza. L’esigenza di dover affrontare una tematica di cui si parla ancora troppo poco, e che forse nella vita di tutti i giorni ognuno di noi affronta ancora con molta leggerezza.

Eden come il giardino paradisiaco della Bibbia? Perché un nome così antitetico rispetto alle condizioni attuali del nostro Pianeta?

Il titolo non vuole essere una provocazione, ma un elemento in più che dovrebbe portare a fare un’ulteriore riflessione, che potrebbe essere EDEN ( una volta c’era il “paradiso”), che non ha nulla a che fare con il Paradiso in senso teologico. È ovviamente una metafora, che crediamo renda bene l’idea di quanto il nostro Pianeta in realtà potrebbe avere un equilibrio perfetto, che l’essere umano nei secoli ha sfruttato a suo vantaggio, rendendolo fragile, facendogli assumere forme che non gli appartengono, o addirittura privandolo della sua naturale bellezza .

Quali aspetti dell’emergenza ambientale siete riusciti a far emergere e tramutare nella danza?

Il tema fondamentale della performance è quello dell’emergenza plastica, non perché sia di maggiore importanza rispetto ad altre tematiche che affliggono il Pianeta, ma perché volendo lanciare un messaggio chiaro, e cioè che tutti noi, con piccoli gesti possiamo realmente fare la differenza, ci siamo focalizzati su qualcosa che potesse essere quasi un invito per lo spettatore.

La danza è stata di grande aiuto in questo, per noi danzatori e per lo spettatore.

Danzare letteralmente in un “mare di plastica” (sono state utilizzate centinaia di bottiglie di plastica ), non è semplice, crea un disagio nel movimento, instabilità, rumore, ti manca l’aria, hai bisogno di crearti dello spazio per muoverti.

Questo arriva anche nel pubblico, non solo a livello visivo, il rumore delle bottiglie che ad ogni passo si schiacciano e fanno rumore, ti portano sicuramente a percepire un disagio, a sentirti coinvolto nonostante tu sia seduto in platea.

Questo è giusto per raccontare brevemente una sezione della performance, ci sarebbe molto altro da dire, ma questa è di sicuro la parte più impattante dello spettacolo.

Quale stile di danza e quale genere di musica hanno saputo meglio inscenare Eden?

La danza contemporanea è sicuramente un veicolo in grado di trasmettere al pubblico attraverso il movimento e la qualità che si utilizza, un linguaggio che ci permette di arrivare al pubblico in maniera efficace e coinvolgente.

La musica di EDEN è stata composta appositamente da Polo Tortiglione, compositore contemporaneo e docente di Composizione, Analisi e Screen Music al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. La sua musica, attraverso suoni elettronici e armonie delicate, è in grado di creare per tutta la durata della performance una serie di atmosfere che accompagnano la danza in modo efficace, creando la tensione emotiva utile per noi danzatori e per il pubblico.

Parte fondamentale di questa messa in scena, oltre alla danza e alla musica, sono le scene di Valeria Angesi che ha realizzato questo bellissimo prato fluttuante che ci accompagna per tutta la durata dello spettacolo, e le maschere di cartone ideate da Mirko Ingrao, e il disegno luci di Manuel Garzetta.

Qual è il messaggio che deve arrivare agli spettatori?

Il messaggio è: fai qualcosa, anche un piccolo gesto che per te può non sembrare importante o può sembrare inutile, è un inizio.

Faccio un esempio, da quando abbiamo cominciato a fare ricerche per questa performance la mia sensibilità è davvero molto cambiata, uso sempre la mia borraccia per l’acqua, oppure in ufficio non utilizzo più bicchierini in plastica per il caffè, ma solo tazzine. Sono piccole cose, ma se lo faccio io, lo fai tu, la tua famiglia e così via … qualcosa può realmente cambiare.

Il Pianeta è nostro, lo abbiamo ridotto noi in queste condizioni, sta a noi mettere in atto il cambiamento, per noi , per i nostri figli. Non c’è più tempo.

E cosa hanno colto gli spettatori?

Devo dire di essere entusiasta della risposta del pubblico, il nostro messaggio è arrivato, magari con sfumature diverse, ma è arrivato. Questo ci rende felici, perché vuol dire che dopo lo spettacolo, qualcuno sarà tornato a casa è avrà sicuramente avuto un approccio diverso rispetto alla propria routine quotidiana.

 

Quanto, secondo voi artisti, oggi è importante sensibilizzare queste tematiche di emergenza del nostro Pianeta, attraverso l’arte?

Non è solo importante, è fondamentale. Chi nella sua vita lavora con l’arte, che può essere con il movimento, con le immagini, la musica, ha il dovere di aiutare il proprio pubblico a comprendere e a guardare le cose da un altro punto di vista.

Prossimi progetti? Pensate di portare in scena Eden altrove?

Siamo reduci dal debutto del 9 Novembre all’Ecoteatro di Milano, stiamo valutando alcune proposte. Il progetto è quello di poter portare EDEN, nelle scuole e coinvolgere gli studenti in laboratori prima della replica, e nei comuni tramite le amministrazioni comunali che abbiano voglia di sensibilizzare i propri cittadini. Ecco questa potrebbe essere una bellissima idea per il Comune di Corato, no?

Foto di Benedetta Pitscheider.

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