Il lago dei cigni: tra mito e contemporaneità

Il regista e coreografo Fabrizio Monteverde porta a Corato la sua interpretazione del classico in arte contemporanea.

lago dei cigni a corato
“Il lago dei cigni. Ovvero il canto” in scena al teatro di Corato

Un silenzio che lascia spazio ai passi leggiadri e ai movimenti sinuosi nelle scene più cariche di suspance, un silenzio che si annulla in un rombo d’anima che deriva solo dalle musiche di Tchaikovsky.

Esperimento riuscito, quello del regista e coreografo Fabrizio Monteverde nel suo confronto con i classici, del suo “Il lago dei cigni. Ovvero il canto”.

Uno spettacolo rivisitato in arte contemporanea. Il Balletto di Roma stupisce la platea coratina lo scorso venerdì 21 aprile.

Tra sensibilità, suggestione letteraria a trattai grottesca, Odette e Odile, cigno bianco e cigno nero, tra Sigfried e Rothbart, il principe e il mago, danzano un emozionante conflitto: una storia d’amore tra un uomo e una donna innamorati, di un altro che li scruta, e di un’altra che osserva il loro amore tenero e malato.

L’intreccio della vicenda si scioglie nel misterioso legame tra arte e vita, tra illusione e follia, in un canto grottesco e malinconico.

La novità del “Canto” di Monteverde si svela sin dall’inizio: il coreografo immagina una compagnia di anziani danzatori, anch’essi rimasti chiusi dentro un teatro, che provano ancora una volta l’unico balletto che hanno eseguito per tutta la vita, “Il lago dei cigni”, nell’illusione di vincere la battaglia contro l’inesorabilità del tempo che fugge.

Un palcoscenico ingombro di stracci, dai quali emergono le braccia e le mani dei danzatori che riproducono i movimenti dei cigni, che diventerà un lago incantato, poi uno spartiacque tra uomini e donne, fino a essere buttati in aria e poi accumulati formando una montagna. Uno struggente e loquace pas a deux vede corpi muoversi in aria con velocità e lentezza, con leggiadria e sintonia.

I lodevoli interpreti indossano all’inizio delle maschere da anziani, incurvati, polverosi, dalle chiome canute, fino a ripristinare la propria vitalità nelle esibizioni di danze tipiche spagnole, russe, napoletane, giocando e ripetendo vezzi e lazzi del loro mondo bizzarro, vanitoso, di fragile umanità. Il finale li vedrà sparire tutti dentro il cumulo di stracci dalla fessura a utero, tranne l’anziana Odette che, ferma di spalle, voltandosi svelerà tutta la sua giovinezza togliendosi parrucca e rimanendo a seni nudi.

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