“La Sfida del Geco”, il silenzioso e intimo urlo di un poeta d’altri tempi

16507810_1132573000187834_4875938294845370352_nPoliedrico, eclettico, borderline, ma intriso di naturale sofferenza umana. Dalla verve comica, incredibilmente spigliato ma così timido e fugace, sempre tristemente felice o felicemente triste. Eterno Peter Pan, genio e sregolatezza. Tutto questo e molto altro è Alberto Tarantini, medico ginecologo, attore di teatro e poeta. La sua opera terza “La Sfida del Geco”, edita da SECOP, presentata ieri sera è una raccolta di liriche profonde, ricche di disincanto e disillusione nei confronti della vita, una cruda lotta all’ultimo sangue, eterna e perpetua tra istinto e ragione, senza vincitori né vinti.

«Non so se sono io il geco, ho invitato qui illustri poeti (Angela De Leo, Nico Mori, Federico Lotito, Zaccaria Gallo e Cataldo Tommasicchio, ndr) che sanno di poesia molto più di per farmelo spiegare» esordisce Tarantini con la sua solita verve comica. Poi prosegue:  «Il geco è un animale fantastico, riesce a scalare muri non grazie a delle ventose come si crede, ma sfrutta delle energie elettrostatiche per restare attaccato a superfici verticali. Noi esseri umani invece siamo limitati, con i piedi per terra e al massimo ci troviamo di fronte a piccole salite che ai nostri occhi possono sembrare invalicabili». Il geco come essere superiore all’uomo, che guarda con sufficienza, dall’alto del soffitto, la banale e scontata vita degli esseri umani.

Libro complesso, dalle complesse trame poetiche e filosofiche, secondo Angela De Leo per capire pienamente le liriche di Tarantini «dovremmo avere tutti un Alberto al nostro fianco che ci sbrogli le intricate matasse contenute all’interno del libro».

«È un poeta vero, pazzo, non sa quello che scrive. La sua poesia è difficile, raffinata, guizzante, come un geco. Come un bambino, un eterno Peter Pan va alla scoperta del mondo e si stupisce dinanzi ad esso. I suoi versi sono sporchi di sangue, terra e sofferenze» afferma il poeta e amico Nico Mori.

 

La sofferenza, silenziosa, lancinante, soffocata, in apparente antitesi con l’Io mostrato dal poeta, è il fulcro dell’opera tutta, soprattutto ne “L’odore del male”, sezione del libro che raccoglie le poesie dedicate a sua madre, scomparsa a causa di un tumore. E in “Tu Dimenticasti” il dolore del poeta, grossolanamente nascosto dietro una maschera di circostanza, viene fuori in tutta la sua straziante potenza: “Quel dio ora un colpo ha inferto./ Con foga di barbaro ha affondato / il vil gladio poco sotto il tuo cuore / al centro esatto del mio”.

Colpevole di tutto questo è Dio. Un Dio superficiale, distante, spesso scritto in minuscolo, “che non lascia recapiti/ che non ha segnaletica”, come afferma deluso nel carme “Che Fine?”

La sfida di Alberto Tarantini non è contro quel geco che tanto invidia, ma contro il mistero della vita, della morte e della sua anima, che è alla continua, vana ricerca di un appiglio, come principio di salvezza o di una fede. Che per paura di rischiare non vive la vita come vorrebbe, che pospone problemi e speranze, che non si mette in gioco, che erge un invalicabile muro tra sé e la vita.

La poetica “tarantiniana”, già pessimista nelle due opere precedenti, subisce un ulteriore, decisivo colpo di grazia, ma la speranza di un’effimera gioia non è del tutto perduta e si annida spesso nei piccoli piaceri che la vita dona: “Vivrei solo per le olive in salamoia: / la gioia di un istante, all’infinito”.

Come Vitangelo Moscarda di “Uno Nessuno e Centomila”, Tarantini mostra agli altri ciò che vorrebbe essere e non ciò che è. La sua penna, raffinata e ricercata, è l’unica arma che possiede per urlare il suo dolore, per dire al mondo “io esisto, io soffro”. Urla silenziose, strazianti e lancinanti che diventano un po’ più rumorose alla lettura e allo sguardo del lettore più arguto.

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