Rassegna studentesca Città del Dolmen

Tra classicità e tradizioni popolari, il teatro visto dai giovani della XIII edizione della rassegna.

Città del Dolman Corato
Una scena dello spettacolo della XIII edizione della Rassegna studentesca Città del Dolmen
In occasione dell’anteprima della XIII Edizione della Rassegna studentesca Città del Dolmen, svoltasi nei giorni 25- 26- 27 settembre, presso il Teatro Comunale, hanno partecipato diverse scuole coratine, più il Liceo Classico “Sylos” di Terlizzi.
Abbiamo incontrato il direttore artistico dell’evento Francesco Martinelli, per un primo bilancio della manifestazione.
«Ci aspettiamo che l’edizione innanzitutto parta, perché ad oggi non abbiamo avuto alcun tipo di garanzia ufficiale a riguardo. Stiamo concludendo con grande fatica e soddisfazione l’anteprima. Sono ormai dodici anni che ci aspettiamo che questa rassegna possa diventare nazionale, coinvolgendo tutte le scuole di Corato, in ogni ordine e grado».- asserisce il responsabile.
«Il pubblico ha risposto in maniera prevedibile.  Cercheremo di far capire alla cittadinanza che seguire il teatro scolastico, significa seguire uno spaccato della nostra società molto attinente a quelli che sono i nostri tempi. La rassegna a maggio dovrebbe avere un buon numero di spettatori, sperando che la cittadinanza si faccia coinvolgere.
Portare la rassegna in un teatro comunale storico di 500 posti, restaurato…  costosamente (ride, ndr), è molto importante, purché non rimanga un contenitore di visibilità sterile, ma che viva e sia conosciuto non solo a livello cittadino.»
Venerdì 25 settembre alle ore 18:30, nel giorno di apertura della Rassegna, è andato in scena “Quando l’amore chiama…” a cura della III C del Liceo Classico Oriani. Un viaggio onirico nel passato, in cui la protagonista Isabella assieme ai suoi nonni rivive il dramma personale del distacco dall’amore della sua vita partito in guerra, attraverso le controverse storie d’amore di celebri personaggi della storia e della letteratura d’ogni tempo.
Ma i ragazzi del Liceo non si sono limitati a citare qua e là i vari personaggi storici, hanno anzi stravolto e modernizzato con sagacia e umorismo le varie vicende. Così Ade e Persefone sono due mafiosi, Orfeo canta Gigi D’Alessio in un impeto di gerontofilia nei confronti della nonna, Didone tradisce Enea con il servo Philippe Pino, Paolo e Francesca sono Amici di Maria De Filippi e la diatriba storica tra Montecchi e Capuleti non è altro che figlia di una rivalità calcistica tra le due squadre di Verona.
Trascinatore comico dello spettacolo è certamente il personaggio del nonno, che ha deliziato la platea con saggezza contadina e perle dialettali.
In un susseguirsi di momenti molto divertenti, c’è anche spazio per sentimenti meno gioiosi quali la delusione e una disillusione nei confronti dell’amore.
“Non inseguire l’amore, il fato odia gli innamorati”, gridano in coro i vari personaggi del passato, coinvolti tutti in un grande ballo finale. Ma Isabella non demorde e continua a perseguire il suo sogno d’amore, preludio al tutt’altro che scontato lieto fine in cui Isabella ritrova il suo Lorenzo.
 
 Ulteriore grande eccezione è stata rappresentata dallo spettacolo “Fatic e Frutt(e)”,a cura degli alunni delle classi 5D e 5E dell’ Istituto comprensivo “S.M. Imbriani – L. Piccarreta”.
Il drappeggio del sipario si dispiega, sul palco si susseguono scenette di vita quotidiana che mettono in risalto dialoghi in dialetto coratino.
La spontaneità dei piccoli protagonisti è riuscita  a far sorridere e a catturare l’attenzione di un pubblico piacevolmente  immerso nel ricordo dell’usanza della raccolta delle olive, quando attorno ad un fuoco e una manciata di olive arrostite si consumavano i racconti e discorsi contadini. Un altro tema, quello della preparazione del ragù, il suo odore inondava le strade e teneva unita la famiglia attorno ad una tavola, soprattutto durante il pranzo della domenica.
 
“Per noi è stato difficile parlare nell’idioma locale, ma ci siamo impegnati al massimo per ritrovare i suoni, i sapori, i ritmi di vita di un mondo scomparso e adattarli alla nostra realtà. Questo spettacolo ci è servito per conoscere un po’ le nostre radici e comprendere meglio il passato, anche per essere più coscienti del presente. Nelle nostre famiglie, come è giusto, si parla usando la lingua italiana ed è sempre più raro sentire conversazioni in dialetto: si rischia di perdere un patrimonio non solo linguistico, ma anche storico- culturale.
Il dialetto rappresenta la nostra identità. Con questa esperienza ci siamo resi conto di quanto grande sia la differenza tra il passato e presente, questo presente, che è nostro. Prima, bastava un piatto di orecchiette e un bicchiere di vino per assaporare il gusto della felicità. Noi bambini abbiamo voluto riportare in scena quella stessa tendenza a stare bene insieme.”affermano nella loro presentazione i piccoli attori.
 
“Il nostro obiettivo è stato quello di rendere consapevoli gli alunni dell’importanza delle proprie radici e del patrimonio culturale veicolato dalle nostre tradizioni “- dichiarano le insegnanti referenti dell’ esibizione Anna Strippoli, Anna Bucci, Rosa Cerviere e Teresa Mazzilli-. “ C’è una frase di Pasolini che rispecchia il messaggio di questo spettacolo, “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”.
Attesta, infine, entusiasta la Dirigente scolastica prof.ssa  Faretra: “Ho molto apprezzato l’opportunità di questa manifestazione, grazie alla quale è stato possibile permettere alla cittadinanza di consapevolizzare la non dimenticanza di questo patrimonio di tradizioni. I ragazzi sono stati incredibili nel richiamare abitudini, usi di un tempo che non deve essere trascurato “.
Certo, il tempo passa, le generazioni avanzano, maturando sempre più la tendenza all’uso della comodità delle tecnologie, ma perché no? Ben venga una convivenza di queste con le tradizioni.
Nessuno deve dimenticare le proprie radici.
 
Diceva il regista Luciano Lucignani: “Il teatro continua ad esistere, e non soltanto come abitudine, come modo di impiego del tempo libero,ma come esigenza ineliminabile della vita sociale…”: Pensa che questa affermazione possa sposarsi con l’approccio della nostra cittadinanza al teatro? O il fatto che Corato per tanti anni sia stata orfana del teatro, possa aver inficiato sulla voglia di teatro stessa del cittadino coratino?
 
«I coratini, seppur senza un edificio teatrale di riferimento, hanno sempre vissuto di teatro, anzi, penso che abbiano una vera e propria vocazione. Corato è una città particolare, all’interno della Puglia dovrebbe essere un fenomeno da studiare perché è la città con più compagnie teatrali di tutta la Puglia.
Questo è frutto di un’attenzione della nostra città verso questa meravigliosa arte. Chi conosce il settore è conscio di ciò, vista la vitalità delle manifestazioni teatrali che la nostra città offre. Vedere teatro però è differente dal fare teatro. La nostra è una vocazione nel fare e poco nel vedere. Non abbiamo ancora una sensibilità di pubblico e numericamente non esiste un pubblico teatrale, perché il “contenitore” teatro era assente.
Oggi si spera che tra i tanti obiettivi che il teatro si pone, ci sia quello di sensibilizzare i cittadini, affinché si crei un pubblico, con l’aiuto del Teatro Pubblico Pugliese che ha questo nel suo statuto, ma che può essere perseguito soltanto con la sinergia dei professionisti e degli operatori locali.»
 
0 0 vote
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments