Verso il 25 Aprile: «Abbiamo dimenticato ciò che era scomodo ricordare»

Il 25 Aprile, uno storico 25 Aprile per la cifra tonda dei 70 anni dalla Liberazione, è alle porte. Che cosa resta di quei gloriosi giorni? Qual è il significato che tutt’oggi resiste? Quale legame c’è tra l’antica e la nuova Resistenza? Ieri sera presso la sede del circolo Arci “La Locomotiva” il comitato informale coratino, nato per interpretare queste celebrazioni con una chiave di lettura attualizzata e locale, ha ospitato Sergio Chiaffarata, storico, che ha presentato il suo lavoro di ricerca sui campi di concentramento in Puglia.

Una vicenda, anzi una lunga serie di vicende, cui solo recentemente si è affacciata la storiografia ufficiale. E quella d’avanguardia, non certo quella classica, poiché innumerevoli fasce di bianca garza hanno rapidamente avvolto le brucianti e sanguinanti piaghe aperte sul fianco pugliese a partire dalla prima decade del secolo scorso, lasciando, a distanza di tempo, una pelle candida e pulita sulla quale, però, a occhio attento non sfuggono gli indelebili segni come cicatrici.

Che il vasto e assolato territorio di Puglia fosse diventato un immenso carcere a cielo aperto prima e un campo profughi poi, se ne trova traccia ormai (quasi) solo nella memoria dei più anziani, di quelli che non hanno remore a narrare di un passato decisamente scomodo. Non certamente per atrocità commesse da pugliesi (per lo meno intese nel senso classico del termine), no, di questo non c’è traccia, ma per la fredda, schiva, sospettosa, profittatrice accoglienza riservata ai prigionieri e ai profughi, ben lontana dagli attuali famosi standard di ospitalità. Allacciamoci dunque le cinture ed imbarchiamoci in una traversata nell’ondoso mare della memoria, che non mancherà di stupirci. Una memoria che a tratti diventa realtà, quando ci si imbatte nei (rari) manufatti superstiti, alcuni dei quali conservano solennemente al loro interno delle interessantissime quanto labili testimonianze visive.

Le rare immagini d'epoca mostrate da Sergio Chiaffarata
Le rare immagini d’epoca mostrate da Sergio Chiaffarata

«Sergio Chiaffarata è presidente dell’associazione “Centro Studi Normanno-Svevi di Bari – ha esordito in apertura di serata Sabino Ciprelli, membro del comitato per il 70° anniversario della liberazione, introducendo l’ospite – E’ storico, speleologo e guida turistica e la sua poliedricità gli permette di intercettare vari ambiti di ricerca. Il suo è un lavoro inedito e interessante, che parte da luoghi a noi vicini e ci permette di soffermarci su episodi storici significativi. I luoghi sono da leggere in maniera sinottica, motivo per cui non si può soffermare l’attenzione solo sul conclamato biennio ’43-’45, ma si rende necessaria un’ottica retrospettiva sugli anni precedenti. Leggendo la storia di questi luoghi riusciremo a capire meglio i ruoli della nostra popolazione nella storia e perché abbiamo determinato una, a volte, peculiare versione dei fatti».

«Mi capita spesso di fare sopralluoghi sul nostro territorio – gli ha fatto eco lo storico introducendo la sua ricerca – Facendo il laboratorio di didattica della storia, l’ambito più attinente ai miei studi, con il prof. Brusa sugli ipogei di Bari ho indicato per caso un campo di prigionia. E’ cominciato tutto da li, anche se non si è trattato di vere e proprie scoperte, ma di una serie di studi approfonditi».

Una fase della narrazione. Sullo sfondo l'elenco dei campi nel 1916
Una fase della narrazione. Sullo sfondo l’elenco dei campi nel 1916

L’antefatto risale alla prima guerra mondiale e il suo carattere controcorrente e sorprendente lascia già intravedere quanto la storiografia classica abbia plasmato le nostre conoscenze su stampi uniformi e ben consolidati. «Tutta la Puglia è coinvolta nella prima guerra mondiale. Strano ma vero, il primo caduto non fu un militare che combatteva al fronte, sul Carso. Fu invece un barese, colpito dagli aerei Albatros decollati dalle coste croate, all’epoca dominio austroungarico. Bari, infatti, specialmente nel periodo estivo fu bombardato, seppur con metodi molto rudimentali (le bombe venivano sganciate a mano) da squadriglie austriache».

«La Puglia aveva prima basi navali – ha continuato mostrando una serie di immagini storiche – poi anche aeroporti, come quello di Gioia del Colle. A ciò si aggiunse il sistema difensivo delle coste con il treno armato di cannoni che cercava di intercettare aerei e navi. Bari, Molfetta, Mola, Barletta furono bombardati dal mare. Tutta l’industria barese fu riconvertita anche per creare il gas mostarda, altrimenti noto come iprite. Il fronte della Puglia e del Mare Adriatico è stato operativo. Ma fare una guerra vuol dire anche fare dei prigionieri».

«Lo Stato Maggiore dovette quindi dotarsi di “campi di concentramento per prigionieri” nell’entroterra. In Puglia il 1 Gennaio 1916 erano presenti 5395 militari di truppa e 335 ufficiali, affidati al XI corpo d’armata. La maggior parte era concentrata ad Altamura, in un campo presso Casal Sabini, sulla via per Santeramo, oggi quasi del tutto senza più segni tangibili».

E’ cominciato così un interessante e sorprendente, viaggio virtuale nella Puglia degli ultimi centro anni, spaziando in lungo e in largo dalla Capitanata al Salento, dalla costa alle Murge, alla scoperta di luoghi e popoli (con gli slavi sempre presenti, ndr) che la memoria popolare ha progressivamente dimenticato o rimosso.

Il motivo della rimozione è il fulcro della riflessione odierna, ciò che deve spingere a recuperare la nostra memoria, la memoria dei nostri luoghi, dei nostri eventi locali, prima che sia troppo tardi. «Noi cancelliamo la nostra storia li dove ci dà fastidio ricordare» ha sentenziato infatti schietto e lapidario Chiaffarata. Non è difficile immaginare perché di queste storie non se n’è parlato: perché ci si vergognava. Peculiare è il caso del campo di Casal Sabini, «Collocato in posizione strategica, fuori dalla città, a ridosso della strada e una masseria fortificata servita dalla ferrovia. Nei capannoni, smantellati già nel 1922, c’erano le cucine, di sale lettura e piccole biblioteche. Il campo, dunque,  all’inizio non appariva così duro». E infatti per tutto il 1916 il trattamento verso i prigionieri fu abbastanza benevolo, anche perché lo stato Austroungarico aiutava i propri prigionieri inviando aiuti, circostanza che l’Italia non ha invece mai ricambiato, causando la morte della maggioranza dei suoi prigionieri in terra austriaca. Ma con l’avanzare del conflitto la situazione cambiò, perché i grandi latifondisti intuirono di poter utilizzare i prigionieri per i lavori nei campi, in sostituzione dei propri braccianti impiegati sul fronte. «Potatura, mietitura, spietratura. La dura spietratura delle Murge, si. Fu proprio questa pratica tradizionale a dare il colpo di grazia agli sventurati prigionieri, sfruttati fino all’esaurimento dai proprietari senza scrupoli, sin oltre la fine del conflitto. E a ciò si aggiunse l’epidemia di spagnola, con ovvie e intuibili conseguenze».

Dalla Grande Guerra al Fascismo, dai prigionieri di guerra ai prigionieri politici, agli omosessuali, la storia non cambiò. Le immagini storiche, eccezionali per bellezza, pragmatismo e rarità scorrono e mostrano i campi per concentramento di italiani che, realizzati a partire dal 1940, che aumentarono presto a dismisura sul suolo nazionale. Tremiti, Manfredonia, Gioia del Colle, Alberobello. E poi c’erano i campi di prigionia, per esempio Villa Serena (Altamura) e il num. 75 tra Altamura e Gravina. Alle Isole Tremiti furono rinchiusi gli omosessuali (1938-1943). fu il campo più duro in Puglia e la maggior parte sono morti, I pochi sopravvissuti hanno raccontato di cose indicibili. Basti pensare che dopo l’8 Settembre non arrivavano più i rifornimenti.

La struttura schematizzata del maxi campo di Altamura
La struttura schematizzata del maxi campo di Altamura

Ed è proprio dopo quel fatidico giorno in cui l’Armistizio fu reso noto che la situazione si ribaltò e la Puglia divenne il centro di raccolta di tutti gli “ex” che speravano in qualche modo di ripartire verso i loro paesi di origine o verso le terre della speranza, come la Palestina o il Sud America.

Peculiare è la storia di un campo barese: nel 1948-1950 da essere un campo di transito fu destinato ai profughi. Dimenticato dallo Stato, vi proliferò la prostituzione e il mercato nero. Fu chiuso solo nel 1960, venendo smantellato per costruire il nuovo quartiere San Paolo. Era diventato un vero e proprio villaggio proprio dove oggi passa. Oggi sopravvive solo un muro, quello dell’officina mezzi.

«Ad Altamura il campo di prigionia n. 65 sulla via per Gravina, adiacente al nuovo ospedale delle Murge, poteva ospitare sulla carta anche 12 mila prigionieri – ha detto Chiaffarata descrivendo delle particolarissime immagini – in realtà al più 8500. Alla fine del 1951 vi erano 60 padiglioni e varie altre strutture e un avancampo».

Oggi ne restano solo 3. Molto interessanti i graffiti al suo interno, realizzati da partigiani jugoslavi che li si addestravano, dopo l’8 settembre, ovviamente, per poi andare a combattere oltre Adriatico. Altamura ospitò infatti la “Brigata Oltremare”, composta da tre reggimenti sloveni, che seguirono un corso per carristi e artiglieri.

La storia, tuttavia, non si conclude con la Guerra. Nel 1951arrivarono i giuliano-dalmati, fuggiti dall’Istria. Giunti ad Altamura convinti di poter ricostruire una vita, non furono ben viti dalla popolazione e, letteralmente abbandonati dallo Stato Italiano, non vivevano in una condizione di libertà, seppur all’interno del campo fosse attiva finanche una scuola. Era un campo vivo, nonostante la condizione miserevole delle persone. Nel 1960 giunsero altri profughi da Egitto, Tunisia, Libia ed Eritrea, che prolungarono la vita del campo sino al 1962, anno della sua definitiva chiusura, anno in cui si chiude, anzi si sospende, il nostro racconto.

Nella storia che fu possiamo vedere la storia d’oggi, i campi di allora e le amare vicissitudini raccontate non sono poi dissimili, certo con i debiti adattamenti temporali e tecnologici, ai campi profughi di oggi. E’ la dimostrazione lampante che la storia è una spirale che torna su se stessa a distanza di tempo e su livelli differenti. Uno stimolo più che sufficiente ad approfondire il nostro passato. Specialmente quello locale.

Perché, in fondo, i tempi sono più che maturi.

Per le foto si ringrazia Roberto D’Introno.

 

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1 Comment on "Verso il 25 Aprile: «Abbiamo dimenticato ciò che era scomodo ricordare»"

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Salvatore
Ospite

Salve, sono stato ospite (si fa per dire) nel campo profugo di Altamura nel 1961-62 in quanto rimpatriato proveniente dalla Tunisia. Sarei interessato a contattare Sergio Chiaffarata per avere notizie più dettagliate e, all’occasione, darne di mie.
Con mano amica Salvatore

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