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IL RITORNO
- Ciao, compare Tonino. Che sorpresa! Come stai?
- Non c’è malaccio. Ma tu chi sei?
- Sono il figlio di Damiano. Non mi hai riconosciuto.
- Eh il tempo, l’età. Stanno bene i tuoi? E l’amico fraterno, quel panzone di tuo padre?
- Sì abbastanza. Non me la prendo per la ‘panza’, perché anche signrì non fa difetto.
- Hai capito che scherzavo. Le battute sugli amici che vivono ancora non mi mancano e, siccome, gli amici fraterni lo sanno, non le faccio con malanimo, mi danno un po’ di sollievo, m’addolciscono il sangue in questa mia stagionata vecchiaia.
- Questo non è il tempo per essere tristi. Non vedi le luci? Non senti le musiche natalizie e le cornamuse dei pastori e non t’accorgi che la gente si butta i guai dietro le spalle e non ci pensa?
- Figlio mio, prima di morire son venuto per l’ultima volta a rivedere il paese mio. Avrei voluto rivederlo almeno un giorno per stagione, ma ho deciso di ritornare per Natale, la festa della famiglia, dei ricordi, dell’amicizia, della bontà. Almeno così dovrebbe essere.
- E già.
- Ti ringrazio che mi hai riconosciuto e salutato, perché qui ormai non mi conosce più nessuno, solo i parenti stretti. Ma questi si sono ridotti a due. Gli altri dormono tutti lì dopo i cipressi che ondeggiano cupi in fondo a via Andria. Ho voluto farmi una passeggiata da solo, questa vigilia di Natale, perché volevo rimanere solo con i miei pensieri, le mie emozioni, i miei ricordi. Sapevo che sarebbe stato triste per me, ormai forestiero, quasi straniero, in mezzo a questa gente che affolla la ‘chiazz’ tutta addobbata, illuminata. Il porco con la lampadina in bocca, le cassette della frutta e delle verdure in bella mostra, i capitoni e il pesce fresco e le grida dei ‘chiazzieri’ che vantano la propria merce. E’ triste sentirsi straniero nel proprio paese. Anche la mia parlata ha un accento diverso e la gente non mi considera più uno dei tanti, uno di loro, ma un forestiero. E lo stesso sono a Torino, dove sono diventato il signor Antonio, non più il familiare ‘mbà Tonine. Tutti apprezzano il mio taglio di capelli. Lodano la mia abilità di figaro, ma poi con un tocco di rimprovero, di critica velata, mi ricordano sempre di essere meridionale e sottolineano, sempre esagerando e canzonando, l’accento.
- Si sente che non sei di qui, ciao Africa!
Al loro irridente saluto rispondo masticando amaro un ‘Ci rivedremo, Polo Nord mezzo infranciosato’. Ma questo non mi fa gioire. Sei diventato ‘apolide’ mi dice un amico che poi cerca di consolarmi. Non te la prendere. Apolide è un segno di nobiltà, perché significa che sei diventato cittadino del mondo. Ricorda che Mazzini, il grande patriota genovese, sosteneva di amare la sua patria, perché amava tutte le patrie.
Questo non c’entra affatto. Anch’io rispetto tutti e tutte le storie, ma sento profondamente le mie radici, e non è una colpa, anzi. Conservo, in famiglia, le tradizioni, le feste, gli onomastici, i compleanni, i piatti ‘nostri’ , ma, porca miseria, mi sento spaesato lì e ora anche qui, proprio nel mio paese, tra la mia gente. Questa è la vita, figlio mio. Qui son vissuto per quasi quarant’anni. Poi l’emigrazione al Nord, a Torino. Lì si erano trasferiti i figli e le loro famiglie con l’intenzione di tornare dopo aver fatto fortuna. Al paese eravamo rimasti mia moglie e io, pochissimi parenti e conoscenti alla lontana. Partimmo pure noi e fu la fine della mia identità. E’ stata una fine molto, ma molto lenta, questo è vero, ma ineluttabile.
Prima aspettavo con ansia l’arrivo della stagione per trascorrere il mese di agosto nel mare nostro, nella nostra campagna, vivere la festa di San Cataldo e la raccolta delle mandorle. Poi ritornavo per i Morti e la raccolta delle olive. Le feste no, perché il lavoro mi tratteneva a Torino. La spola è durata per tanti anni e ogni volta era una gioia incontrare parenti, amici, semplici conoscenti e ricostruire insieme il passato abbandonandosi all’onda dei ricordi, belli, tristi, ma sempre dolci. Si faceva il nome di uno e subito le notizie si inanellavano ad altre notizie; si attualizzava la storia di persone di cui avevo perso la traccia; si aggiornava la cronaca, arricchendola di particolari, indugiando su coloriti pettegolezzi, ma senza alcuna malignità, senza insinuazioni che potevano screditare il ‘compaesano’. Era bello respirare l’aria nativa e vivere alcune tradizioni. Mi ridavano la vita e, quasi rinato, ritornavo nel Nord con lena rinnovata e con la speranza che quell’emigrazione sarebbe finita con la pensione. Ma si può prevedere il futuro? No. Mia moglie si ammalò gravemente e, nonostante la bravura dei medici del Nord, non si poté nulla contro il cancro. E la seppellimmo lì per averla più vicina. Veramente lei avrebbe voluto riposare nel nostro camposanto, ma le pratiche complicate, costose, la volontà dei figli, la praticità di portare fiori freschi sulla tomba fresca ci costrinsero a seppellirla lì.
Da allora i miei ritorni divennero più rari. Qualche matrimonio, qualche Battesimo e Comunione, qualche funerale, qualche riesumazione. Occasioni liete e tristi,‘i doveri’, quei famosi ‘fazzoletti che si devono piegare’, mi portavano giù dopo lunghe ore di treno. Qualche amico, vedendomi abbastanza di frequente, sorridendo di piacere, s’azzardava a dire che non ero mai partito. Quante volte mi hanno ripetuto la solita solfa: ‘Oh che bello! Quando sei arrivato? E…Quando partirai?’. Così subito senza darmi il tempo di prendere una boccata d’aria, di farmi un giro di ‘stradone’ in santa pace. La mia risposta era un’occhiataccia piena di tutto il fastidio per questi tipi che sapevano accogliere in modo così melenso gli amici emigrati e in tanti anni non avevano imparato altri convenevoli. Tutto, però, sbolliva presto, perché non volevo farmi il sangue amaro per certe frasi fatte che, in fondo, non nascondevano alcuna malignità. Eppure sempre sentivo che aumentava la distanza dalla mia terra, dalla mia gente e avvertivo un senso di solitudine, ma anche di una calma indefinibile come se fossi sospeso, anzi mi sembrava di volare con lo spirito in cerca di non so che cosa.
Ora, da tanti anni non tornavo e, veramente, speravo che qualcuno m’accogliesse come una volta. E invece nessuna solita solfa, nessuna occhiataccia. Mi son sentito nessuno in mezzo a tanta gente fino a quando non mi hai riconosciuto tu. E m’hai dato un tuffo al cuore, già tanto affaticato. Certo non posso prendermela con nessuno, perché, nonostante tutta la nostra buona volontà, i progetti, i castelli in aria, la vita viene come viene e non si può far nulla. Il destino? Mah! Non ci credo. Intendiamoci, io sono contento di come ho vissuto i miei settant’otto anni. La famiglia, i figli, il lavoro, le soddisfazioni, le nuove conoscenze, i nuovi amici, non mi è mancato niente e non mi sono privato di niente, però…qualcosa non mi quadra bene. Forse se fossi rimasto qui, avrei avuta la stessa fortuna? Tutto sarebbe stato lo stesso?Impossibile rispondere. Avrei comunque avuta la compagnia di quegli uomini, di quegli ambienti, di quelle cose che mi sono familiari, con cui sono cresciuto. Forse sarei, comunque, rimasto insoddisfatto e avrei sperato altro. Credo che questa insoddisfazione, propria di tutti gli uomini, mi appartiene in maniera speciale. Mi sembra che m’insegua come un’ombra, anzi è diventata la mia stessa ombra. E che ci posso fare. Sono fatto così. Ma che discorsi in un giorno di festa! Salutami papà e mamma e tanti auguri, giovanotto. Grazie!
E se ne andò piano, con un passo pesante sostenuto da un bastone elegante. Sotto un borsalino nuovo di zecca lo sguardo spaziava e si soffermava sui particolari degli addobbi dei fruttivendoli, dei negozi. Ogni tanto si fermava e aspirava profondamente la sua esportazione con filtro. Mi sembrava un signore d’altri tempi. M’intenerì, mi commosse. Gli occhi s’inumidirono mentre lo vidi svoltare via Roma, guardare dal basso in alto l’edificio dell’Oriani’ e, badando alle bàsole un po’ sconnesse del corso, andare verso la Montagnola. Lo seguii per un po’, da lontano e in lui m’identificai. E se capitasse anche a me così? ‘Tu scendi dalle stelle’ mi riscosse da questo dubbio e andai verso la mia vita d’allora.
‘Mbà Tonino per me è diventato il simbolo della mia esistenza. Quando si dice il caso. Ma ci dobbiamo credere davvero? Certo il ritorno, anche per me, è stato una costante della mia vita. Quanto durerà? Avrà un esito diverso, definitivo questo ‘nostos’ continuo?Quante domande fermentano sempre giovani nel fondo dell’anima! Serve trovare una risposta?Credo di no. Si finisce per non vivere più. Urgono le tante incombenze del presente. E lascio circolare quei quesiti silenziosi, sottotraccia, liberi nel mio interno labirinto e lì ci si perde. Non è facile raccapezzarsi senza una traccia, senza il filo d’Arianna.
(Corato: iniziato a Novembre 2009 e terminato, dopo mesi di sedimentazione, sempre nel mio paese alle 16,30 del 12 gennaio 2010 mentre aspettavo che mamma si risvegliasse)
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