Storia del calcio coratino – Le bandiere: Peppino Di Bisceglie

Peppino Di Bisceglie

Lo Stradone celebra i 70 dalla nascita dell’U.S.D. Corato Calcio tracciando la storia del calcio coratino.

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in collaborazione con Luigi Di Bisceglie

Peppino Di Bisceglie
Peppino Di Bisceglie

Tra le figure più rappresentative se non la più paradigmatica, del calcio coratino e pugliese, spicca quella del caro Peppino, roccioso terzino dalla castagna terrificante e dal fiato infinito. Nacque il 17 dicembre del 1921, ma come spesso accadeva in quell’epoca, fu registrato all’anagrafe nel gennaio del 1922, nel segno del sagittario; di questi peraltro possedeva robustezza e generosità del cavallo e fine mente razionale e strategica della parte umana del segno.

Da un lato la fisicità, la cordinazione motoria e la potenza esplosiva, dall’altro la capacità razionale di analizzare uomini e situazioni in tempi brevissimi, cosa che gli dava sul campo e nella vita (era avvocato) un senso della posizione eccezionale. Cominciò a muovere i primi passi, anzi pardon i primi calci, “mezz’ a la fere”, attuale Piazza Italia su di un campo dove si sono forgiati i migliori calciatori coratini, in un vivaio fatto di polvere e di sudore. A tal proposito mi viene in mente un aneddoto.

Poiché il consumo delle scarpe era elevatissimo (ci trovavamo negli anni trenta) pare che mio nonno Luigi avesse fatto un abbonamento con un calzolaio per farle risuolare. Per ovviare a tale spesa, con grande senso di responsabilità, Peppino, decise di giocare a calcio a piedi nudi e di mettere le scarpe nell’incavo dei finestrini a bocca di lupo delle cantine (u’ ceddare) ma, per la rivalità tra le squadrette che si contendevano il trofeo virtuale e simbolico di miglior quartiere (u’ quart) spesso le scarpe venivano spinte giù nella cantina, dove galleggiavano per l’acqua sorgiva che ne allagava la maggior parte. Spesso le trasferte più vicine venivano realizzate con trasferimento a mezzo proprio, di solito una bicicletta, che serviva da riscaldamento pre-partita.

Erano tempi in cui i campioni emergevano solo per talento naturale e non allevati in laboratorio, con un’ alimentazione che prevedeva la carne forse la domenica e senza la possibilità di affinare le capacità sportive in palestre attrezzate. Era la selezione naturale a far emergere chi aveva la stoffa del campione, unitamente ad un grande senso del sacrificio e ad amore per il calcio e lo sport in generale, che attualmente non esiste più, soppiantato dall’amore per i  soldi che abbacina i giovani con il miraggio della facile e veloce ricchezza, adulterando quello che di sano e veramente e letteralmente sportivo c’è in questo gioco.

Cresciuto quindi in un mix di pallone e di libri di greco e di latino arrivò presto a giocare nella prima (ed unica) squadra del Corato insieme ad altri nomi ormai mitici e di cui si parlerà in seguito. Gli osservatori che a quel tempo (in cui non c’era la televisione) venivano mandati in giro sui vari campi, lo notarono ben presto ed infatti fu chiamato a giocare da terzino titolare nel Monopoli, poi nel Trani della serie C e nel Castellammare di Stabbia, giocando ininterrottamente i vari campionati senza saltare mai una partita. Tranne che per la sospensione dovuta alla guerra, durante la quale militò come caporale, nemmeno a dirlo, nel corpo dei bersaglieri, venendo decorato con la croce di ferro durante la battaglia di Cassino, giocò tutti i campionati in modo eccellente, costituendo un perno attorno al quale la squadra girava con la sicurezza di avere una difesa impenetrabile ed un motore di spinta incontenibile.

Di Peppino occorre ricordare anche il carattere estremamente allegro, un po’ guascone, ma di enorme rispetto verso compagni ed avversari; tra le sue doti spiccavano l’infaticabilità, la posizione in campo, il non mollare mai l’avversario, che spesso reagiva con colpi non leciti, innervositi da tale continuo e pressante tallonamento. Ricordiamo inoltre la sua caratteristica che più infiammava la folla di spettatori e cioè il suo tiro micidiale che gli consenti di realizzare numerosi goals su punizioni anche da distanze incredibili.

Visionato dal Milan, non potè traferirsi a Milano per la volontà irremovibile del nonno Luigi che lo voleva avvocato. Avvocato lo diventò, infatti, e qualche anno dopo appese le scarpe al chiodo, si sposò ed ebbe dei figli, ma non dimenticò mai l’amore per il calcio, per il bel calcio, ed ogni occasione era buona per rinfrescare la memoria, come faceva ad esempio sulla spiaggia o dal balcone di casa, quando capitatagli tra le mani il pallone con cui noi ragazzi stavamo giocando, lo calciava da fermo a piedi nudi, in verticale, tanto forte da farlo diventare minuscolo e tanto preciso da farlo ricadere nel punto preciso in cui lo aveva colpito (a patto che non tirasse vento).

Purtroppo la sua forza e la sua resistenza a nulla valsero quando il 3 marzo del 1965 fu fermato da uno “stopper” maligno e crudele, in seguito ad un spaventoso incidente stradale che è rimasto nella memoria di molti coratini, nel cui cuore è immutato l’affetto per il caro Peppino Di Bisceglie, insieme al dolore per aver perso un uomo, simbolo positivo della nostra cittadina.

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