Se questo è un gioco… Un percorso di educazione socio affettiva a scuola

Dott. Antonio Di Gioia, Psicologo Psicoterapeuta, Istituto “Jay Haley” Bari

Dott.ssa Clara Botta, Psicologa Psicoterapeuta, Istituto “Jay Haley” Bari

Dot.ssa Adriana De Simola, , Psicologa Psicoterapeuta, Istituto “Jay Haley” Bari

“Si, il fatto è che lo scopo di queste conversazioni è quello di scoprire le “regole”. E’come la vita: un gioco il cui scopo è di scoprire le regole, regole che cambiano sempre e non si possono mai scoprire.”

G. Bateson

Nel periodo febbraio – maggio 2010 si è svolto, presso il Liceo Classico “ A. Oriani di Corato” (Ba), nell’ambito del Programma Operativo Nazionale “Competenze per lo Sviluppo”, il  Progetto “Ciak sul pianeta adolescenza: laboratorio di analisi e autoanalisi”. Protagoniste, più di trenta alunne di classe terza e quarta  liceo classico. Il progetto, coordinato dall’ins. Tutor Luisa Mascoli, Pedagogista, docente di Filosofia, Storia e Scienze Umane, si è avvalso dell’intervento, in qualità di esperti, del  dott. Antonio Di Gioia, Psicologo e Psicoterapeuta, della dott.ssa Clara Botta, Psicologa Psicoterapeuta, e della dott.ssa Adriana De Simola, esperti in Educazione Socio – affettiva e  Sessuale e soci fondatori dello Studio Associato “Jay Haley”, Istituto di Ricerca ed Intervento Sistemico per la famiglia, l’infanzia, la coppia e l’adolescenza di Bari.

E’ da tempo che il mondo della scuola sente l’esigenza di attivare metodologie di intervento finalizzate alla promozione della salute e del benessere relazionale, obiettivi fondamentali per assicurare stabilità e benessere interiore alla “Persona”, e per garantirne l’integrazione  nel tessuto sociale. L’educazione socio affettiva si pone, tra queste, come una delle metodologie più efficaci proposte degli ultimi tempi.

In letteratura è sempre più consolidato il presupposto che un percorso armonico e completo di maturazione affettiva necessita dello sviluppo di una consapevolezza del proprio mondo emotivo. La capacità di riflettere sugli stati mentali  propri e altrui sono pre – condizioni essenziali per regolare e modulare l’esperienza emotiva, sia in situazioni personali che relazionali. La possibilità di entrare in sintonia con la mente dell’altro appare fondamentale per la maturazione di processi cerebrali mediatori della capacità di regolazione affettiva, dello sviluppo di competenze sociali, della funzione riflessiva e dei processi maturativi.

Le esperienze emotive sono, infatti, all’origine di stati soggettivi complessi e costituiscono il nucleo centrale delle nostre vite mentali e delle nostre relazioni con gli altri. Ciascuna emozione rappresenta  un’esperienza soggettiva nella quale si attivano processi di attribuzione di significati e processi di interazione con l’ambiente.

Educare alla socialità e all’affettività permette di fornire strumenti cognitivi, emotivi, linguistici e metalinguistici, abilità sociali e relazionali con cui significare, armonizzare e co-costruire un mondo di eventi e momenti emotivi che si susseguono nella persona e nei suoi rapporti con gli altri. Permette, così, di far acquisire ai ragazzi consapevolezza delle emozioni proprie e altrui, nonché di scoprire e valorizzare le proprie risorse di gestione della comunicazione interpersonale.

EDUCARE ALL’AFFETTIVITA’

Lo studio dello sviluppo delle emozioni e della comunicazione degli affetti nei bambini dimostra quanto sia fondamentale l’ambiente nella costruzione delle rappresentazioni simboliche attraverso le quali significare i propri stati emotivi. Molti autori concordano che la nascita di tale consapevolezza si snoda all’interno di un sistema intersoggettivo rappresentato dal bambino e dal suo caregiver. La ricerca nel campo dello sviluppo infantile, con i lavori di John Bowlby sull’attaccamento (1969, 1973) in primo piano, ha contribuito a mettere in luce come la tendenza a creare e a mantenere relazioni sia centrale nella disposizione umana, e ne organizza l’esperienza psicologica.

Analogamente, Stern (1985) afferma che il cervello umano è programmato a sintonizzarsi con la realtà intorno ad esso e parla di sintonizzazione affettiva come del nodo cruciale nelle fasi di sviluppo di ogni relazione di attaccamento. Con il concetto di “sintonizzazione affettiva” ci si riferisce a quella situazione in cui lo stato tra i  due membri della relazione è caratterizzato da una mutua ed empatica interconnessione.

La capacità del caregiver di sintonizzarsi emotivamente con il bambino permette a quest’ultimo di comunicare i propri bisogni e di distinguere il mondo interno dalla realtà esterna. La qualità degli stati affettivi condivisi dipende dalla sincronia e dalla reciprocità degli scambi comunicativi tra il bambino e il caregiver, che promuovono l’apprendimento sociale ed emotivo del bambino. L’intersoggettività può, in questo modello, essere rappresentata come la scoperta che i sentimenti e le emozioni possono essere condivisi dall’altro e che esiste un reciproco interesse.

 Questo senso di intersoggettività costituisce il fondamento di una sana relazione madre – bambino, e di ogni relazione intima. Fonagy sottolinea l’importanza della “funzione riflessiva del caregiver”, ovvero la capacità di quest’ultimo di riconoscere gli stati mentali del bambino, i suoi bisogni, aspettative, intenzioni e desideri e la sua prontezza nel rispondere ad essi in maniera adeguata. La funzione riflessiva permette al bambino di costruire un’immagine di sé come essere intenzionale, capace di pensare, credere, desiderare, sentire; il bambino impara a utilizzare gli affetti come segnali e a riconoscere lo stato mentale proprio e altrui (Fonagy, Target, 2001).

Ma non solo: la possibilità di comprendere gli stati mentali all’interno di una relazione sicura è correlata ad una migliore regolazione affettiva, grazie alla quale il bambino può controllare più efficacemente i propri impulsi, acquisire strategie di gestione di stati emotivi negativi. Ne deriva una capacità di autoregolazione delle emozioni (Balzotti, 2010).

Fonagy afferma che esiste una stretta correlazione tra  l’attaccamento sicuro e la capacità del caregiver di leggere gli stati mentali del bambino.

In alcune ricerche è emerso come bambini con attaccamento sicuro si descrivono in termini positivi e ricordano episodi positivi rispetto ad episodi negativi; essi mostrano minore ansia, minore aggressività ed una maggiore capacità di gestire positivamente le relazioni sociali.

Nei bambini con attaccamento sicuro, inoltre, si evidenzia una maggiore fiducia: essi si considerano degni di essere amati e stimati, sono capaci di tollerare difficoltà, e sono abili nell’apprendere ed utilizzare strategie di cooperazione e negoziazione utili nelle interazioni sociali (Balzotti, 2010).

 Bambini con attaccamento insicuro non riescono, invece, a sviluppare capacità efficaci di regolazione degli affetti, ed incontrano difficoltà ad integrare emozione e cognizione: si pensa che non abbiano fatto esperienza, come i bambini con attaccamento sicuro, di comunicazioni affettive positive e facilitanti. Inoltre, hanno una maggiore predisposizione a sviluppare ansia, depressione e malattie psicosomatiche.

Modalità di attaccamento insicuro possono portare a difficoltà nelle relazioni interpersonali: alcuni bambini, ad esempio, possono riuscire ad affermarsi sugli altri, ma nello stesso tempo non riuscire ad essere responsivi o interessati all’altro o, al contrario, possono essere attenti all’altro ma incapaci di affermare se stessi. Altri bambini possono avere difficoltà a cooperare con gli altri, tendere sempre al controllo della situazione o mettersi in opposizione con qualcuno, e possono assumere atteggiamenti provocatori quasi a prevenire la formazione dei legami. In età adulta, questo stile di attaccamento si manifesta nella minimizzazione dell’importanza delle relazioni intime e nella tendenza a ignorare i sentimenti ad esse collegati.

La scoperta dei neuroni specchio ha avuto un ruolo determinante nella teoria dell’intersoggettività e dello sviluppo affettivo. Questi neuroni sono adiacenti ai neuroni motori e si attivano quando il soggetto si limita soltanto a osservare il comportamento di un’altra persona. Lo schema di eccitazione indotto nell’osservatore riproduce esattamente lo schema motorio che egli stesso attiverebbe per compiere il medesimo gesto. Ciò ci consente di partecipare direttamente alle azioni degli altri senza doverli imitare in senso stretto: facciamo esperienza dell’altro come se stessimo eseguendo la sua stessa azione, provando la sua stessa emozione, emettendo le sue stesse voci o percependo il suo stesso contatto fisico. Attraverso questa partecipazione alla vita mentale dell’altro, possiamo comprenderlo e sentirlo in noi stessi, in particolare riguardo alle sue intenzioni e ai suoi sentimenti.

Le capacità cognitive utili ad autoregolare le emozioni rappresentano una componente fondamentale del concetto di “intelligenza emotiva” di Goleman (1995), definita come la capacità di monitorare le proprie e altrui emozioni, differenziarle e usarle per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva è la consapevolezza emotiva, che si sviluppa dalla capacità di sintonizzarsi sul costante flusso di sentimenti presente in ciascuno di noi e dal riconoscere come le emozioni influiscono sulle nostre percezioni, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni. Analogamente, quanto più siamo in grado di leggere le nostre emozioni, tanto più abili saremo nel leggere i sentimenti altrui.

Da questi diversi contributi di ricerca deriva l’importanza della capacità di entrare in sintonia emozionale con l’altro, di cogliere quello che prova, anche se questo non viene esplicitato espressamente, ma espresso attraverso il canale di comunicazione non verbale: il tono di voce, i gesti, l’espressione del volto. Tale capacità è conseguente a modelli relazionali di attaccamento sicuro e  a ripetute sintonizzazioni emotive tra bambino e caregiver, che consentono al bambino, con il progredire dello sviluppo, di leggere le emozioni altrui.

 

EDUCARE ALLA RELAZIONALITA’

La capacità di mutuo riconoscimento, o intersoggettività, si pone come  aspetto fondamentale per instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti: consente la coordinazione e l’azione in gruppo in modi assai flessibili. Ciò vuol dire anche trovare il giusto equilibrio tra l’esser responsivi all’altro ed entrare in contatto con i propri bisogni e suggerisce  che il benessere relazionale consiste nella possibilità di trovare  una modalità di partecipazione alla vita relazionale autentica e rispettosa della  propria specifica sensibilità e complessità. 

Il bisogno di leggere le intenzioni o i sentimenti degli altri è una forma di orientamento, permette di comprendere dove ci si trova in un certo momento, permette di definire, mantenere o ristabilire il proprio senso di identità e di coesione, per restare in contatto con se stessi.

Promuovere il benessere relazionale può, così, dare la possibilità di accedere a un senso di autenticità personale e alla capacità di portare questo senso di autenticità all’interno delle relazioni vissute.

PIANETA ADOLESCENZA

L’adolescenza rappresenta una fase del ciclo di vita in cui si fa sempre più pressante il rapporto dinamico tra l’appartenere alle ed il separarsi dalle proprie radici familiari, un momento difficile in cui l’adolescente ricerca insieme dipendenza e autonomia e dipendenza. L’adolescenza, età della metamorfosi, è anche il momento dell’insicurezza e della paura, di per se stessa non patologica, ma fondamentale per la crescita.

Negli ultimi anni si è assistito all’emergere di nuovi disagi nell’adolescenza, che si esprimono attraverso reazioni regressive, aggressive e depressive.

Così come affermato da Andolfi (2010), l’adolescenza è il tempo dell’insicurezza e della paura, e l’adolescente può fuggire da questa attraverso tentativi di fuga che poi assumono la forma di comportamenti tossicofili, anoressia e bulimia, isolamento sociale, disturbi dell’identità, fobie e crisi di panico, aggressività. Si tratta di  tentativi di fuga da realtà affettive interne e esterne considerate insostenibili: il disagio viene così “curato” attraverso alcol e droga, il controllo onnipotente del proprio corpo, l’affermazione violenta di sé o la chiusura in se stessi.

In questo scenario i progetti di Educazione Socio Affettiva possono favorire lo sviluppo di capacità di auto protezione dal disagio, laddove la promozione del benessere si esplica attraverso lo sviluppo e la valorizzazione di competenze che portano l’adolescente verso l’autonomia, la fiducia in se stesso, la capacità di instaurare e mantenere relazioni intime con gli altri. Si tratta di percorsi volti a ridurre i fattori  di rischio, e a promuovere quei fattori di protezione che sono alla base del benessere relazionale.

PERCHE’ GIOCARE A SCUOLA

La scuola è un ambito privilegiato, poiché possiede una preziosa risorsa: il gruppo classe, all’interno del quale nascono relazioni significative tra i ragazzi. Il confronto con il gruppo dei pari è fondamentale, il gruppo è, infatti, un laboratorio di conoscenza e di sperimentazioni indispensabile per l’adolescente.

“Ciak sul pianeta dell’adolescenza” ha voluto rappresentare uno squarcio di conoscenza, riflessione e autoanalisi su una fase della vita difficile ed avvincente, l’adolescenza, in cui i temi centrali sono, per ciascun ragazzo,  la ricerca di una nuova identità ed il bisogno di vivere il senso di appartenenza al gruppo dei pari.

Nell’ambito del progetto è stato applicato uno dei metodi più innovativi che sono stati creati e sperimentati su vasca scala negli ultimi tempi.  Si tratta del metodo di educazione socio – affettiva e sessuale, ideato dal dott. Vincenzo Gesualdo e ormai applicato e validato da oltre vent’anni in situazioni di gruppo strutturate, come possono essere quelle scolastiche.

La finalità del progetto  è stata quella di accompagnare soggetti in età evolutiva verso il potenziamento dell’autonomia, dell’autostima e della capacità di instaurare e mantenere relazioni di intimità con gli altri. In altre parole, educare alla relazionalità ed alla emotività, allo scopo di fornire strumenti cognitivi, emotivi, ed abilità sociali  con cui costruire e significare quegli eventi e quei  momenti emotivi che si succedono in ciascuna persona e tra le persone.

Si precisa che, in questo specifico progetto, le attività sono state proposte ad un gruppo composto da sole ragazze; i gruppi in cui sono presenti partecipanti di sesso diverso enfatizzano le specifiche identità ed evidenziano risultati ancor più marcati.

Questa metodologia ha ampi spazi di intervento: si pensi alle opportunità che offre anche nel campo della disabilità, potendo il diversabile risignificare  il con-tatto e le fonti sensoriali quali forme di conoscenza/coscienza a fronte di una presunta neutralità affettiva/emotiva.

Le attività proposte hanno l’obiettivo di aiutare i ragazzi a costruire un rapporto significativo con se stessi e con gli altri, secondo moduli consequenziali rispetto ad obiettivi sempre più specifici. A livello metodologico sono state utilizzate dinamiche interattive e, soprattutto, il gioco.

 Il gioco è caratterizzato dall’essere, in se stesso, una metacomunicazione sul fatto che ciò che si sta facendo non è del tutto reale o serio (Bateson, 1976).

Da una parte, è un mezzo attraverso il quale confermare e ampliare, attraverso regole prevedibili,  i valori culturali e sociali tradizionali.  Dall’altra, invece, il gioco permette creatività e cambiamento: giocando si possono sperimentare forme nuove di comportamento, nuovi ruoli, nuove soluzioni, e ciò apre la strada a nuovi livelli di comprensione e di conoscenza, a relazioni con sé e con l’altro più profonde e soddisfacenti.

Fondamentali sono le regole del gioco, che devono essere condivise da tutti, e creare un contesto affettivo e relazionale in cui ciascuno possa esprimere liberamente se stesso sapendo che il gruppo potrà sostenerlo e contenerlo.

IL METODO

La consapevolezza dell’esperienza emotiva, delle dinamiche delle relazioni con l’altro, si traducono, con il metodo di educazione socio –  affettiva e sessuale,  in un’educazione all’emotività che, partendo dall’unicità e dalla irripetibilità di ciascun essere umano, conduce alla necessità della relazione con l’altro come strumento irrinunciabile per la  conoscenza di se stessi. Il riconoscersi un individuo unico, ma nello stesso tempo appartenente ad un gruppo con cui fare un percorso di crescita, permette a ciascun partecipante di soddisfare quegli irrinunciabili bisogni di sicurezza, appartenenza e fiducia che sono alla base di un sano sviluppo psichico.

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Il primo passo è stato la conoscenza di sé e degli altri, attraverso la definizione e la presentazione del proprio sé al gruppo, inestinguibile risorsa di consapevolezza.

L’educazione socio affettiva è come un grande viaggio dentro se stessi attraverso le risonanze di “altri significativi”; un percorso dove si scopre la propria unicità e irripetibilità – ciò che viene chiamato processo di “differenziazione” -.  E come ogni viaggio che si rispetti, le alunne hanno tenuto “un diario di bordo”, per raccontare, incontro dopo incontro, il percorso svolto.

“Sono molto soddisfatta di aver partecipato a questo progetto, per vari motivi. Innanzitutto ho stretto amicizia con altri miei coetanei di cui, nonostante frequenti lo stesso ambiente, non conoscevo nulla.

Ma la cosa più importante è che, se pur in parte, sono riuscita a conoscere me stessa, ho finalmente capito come gli altri mi vedono, quali sono le cose che colpiscono di me. Ho imparato a mettermi di più in gioco, senza temere di sbagliare o di dire cose insensate. Ho anche capito quali sono le cose in cui devo credere e i pensieri e i complessi che devo cancellare per poter vivere meglio”. T..

Nel raccontare questa esperienza più di tutte ci sembrano significative le testimonianze di chi si è voluto coinvolgere, sperimentare durante il progetto. E’ nelle parole degli adolescenti che possiamo ritrovare un’eco, una risonanza, un senso a quello che cerchiamo di trasmettere. Solo nelle loro impressioni potremo sapere se veramente abbiamo lasciato una traccia, portando a termine obiettivi inizialmente scritti sulla carta, trasformatisi, poi, in dubbi, insinuazioni, “ristrutturazioni cognitive”, “insight”.. in piccoli passi di quel grande viaggio che è crescere.

Attraverso il gioco del disegno della figura umana, per esempio, ci si scopre a comunicare più di quanto si pensi. La “lettura” dei disegni da parte del gruppo porta all’esplicitazione di alcune caratteristiche che non si pensava di possedere, o che si sperava di celare agli occhi dell’altro. L’immagine di se stessi si ampia, fino ad inglobare anche quello che è risuonato negli altri, e da essi percepito. Si introduce qui il tema della soggettività della percezione e del processo di costruzione dei significati che rimanda ai propri universi simbolici.

                   Il secondo momento è dato dal riconoscere che, pur nella diversità, incontrandosi con l’altro e ascoltando l’altro, ci si può scoprire affini, in qualcosa magari di inaspettato. Si comincia, così, a costruire reti, ad incontrarsi sulle cose che si hanno più o meno in comune, che possono essere fisiche, affettive, emotive. Incontrarsi sulle emozioni significa iniziare a costruire intimità,  a creare amicizia, a conoscere nuove persone; rafforzando il senso dell’appartenenza e della coesione.

         Il momento centrale e cruciale è quello in cui si lavora sul sentimento della fiducia – in se stessi e negli altri – e sui suoi “meccanismi”. Si parte dalla consapevolezza del proprio modo di porsi in relazione con l’altro (simmetrico o complementare), ovvero da quegli accordi impliciti che definiscono la struttura di potere in una relazione. Si comincia a fare strada nella mente la consapevolezza del modo in cui ci si pone nella relazione con gli altri: ci si scopre più o meno capaci di fidarsi, sia negli altri,sia nelle proprie capacità.

Ci si sperimenta, poi, rispetto alla propria capacità di accogliere e reggere chi si affida a noi,  come nel gioco del pendolo, o di fidarsi nella capacità dell’altro di accogliere e di sostenere. Si disvelano le dinamiche della lontananza / vicinanza nel rapporto con gli altri, indicatori di fiducia e della qualità dei legami.

“La frase “Mi fido di te” produce un senso di soddisfazione in chi prova questa completa fiducia nell’altro. Sentire che il nostro peso è diviso con un’altra persona rende più leggeri e produce la forza e la grinta per affrontare al meglio tutto. Ti senti raccolto nel momento in cui pensavi di cadere, dall’unica persona capace di saperti cogliere. Ecco perché non tutti hanno la nostra fiducia, e a volte pensare di trovarla in qualcuno e non riuscirci fa star male”. D.

         “La fiducia, a mio parere, è la capacità di credere nella lealtà di una persona fino all’estremo. E’ una profonda convinzione di fondatezza e verità, e non può essere forzata. Avere la fiducia di qualcuno significa che si è stabilita una relazione interpersonale basata sulla comunicazione e sulla condivisione dei valori e delle esperienze.” M.

         “Non è facile fidarsi di una persona, proprio perché il dolore che si prova quando la fiducia viene infranta è superiore al piacere di donarla. La persona che non da fiducia crea attorno a sé un “muro di protezione”, talvolta difficile da abbattere anche da parte di persone che meriterebbero la fiducia. Una persona che si è sentita tradita e non riesce più a riporre fiducia nell’altro, può trasferire questa sfiducia anche nei rapporti successivi. Proprio per questo è opportuno che la fiducia vada coltivata e alimentata nel tempo”. M.

 Il gioco del rilassamento a coppie, invece, porta alla costruzione di uno spazio diadico che non è solo fisico, ma diventa lo spazio dell’incontro con l’altro. Spazio che viene poi “colorato” in una rappresentazione grafica in cui si lasciano fluire le emozioni vissute e si comprende quanto si è messo in comune con l’altro.    

         E’ il gruppo che, al termine del gioco, funge da cassa di risonanza per le emozioni espresse sui fogli: i protagonisti, al termine del circle time, riceveranno da ciascun membro del gruppo una restituzione in termini di risonanze, attraverso le quali si può immaginare e  riflettere il tipo di percorso che ha portato la coppia ad incontrarsi nella sua specificità.

 

Questa esperienza è risultata formativa sotto molteplici punti di vista. Infatti ho avuto modo di comprendere più a fondo me stessa e gli altri attraverso tecniche del tutto nuove e interessanti.

Molto formativo è stato l’incontro sulla fiducia in cui abbiamo avuto modo di riflettere sulla nostra capacità di avere fiducia e anche soprattutto nelle persone che conosciamo a fondo. V..

L’ultimo gioco ha a che fare con l’immagine che ciascuno ha di sé e di quello che immagina l’altro pensi. Il gioco consiste nel vedere se e quanto le rappresentazioni sono in armonia.

Anche in questo caso si lascia spazio alle emozioni, all’universo simbolico personale e di gruppo. Ed è sempre il gruppo che sostiene, restituisce, da conferme o aggiunge al senso di identità di ciascuno, fornendo stimoli alla comprensione di quanto si trasmette all’altro e di come si viene percepiti. L’obiettivo è riflettere e far riflettere sui diversi punti di vista attraverso i quali si possono leggere le situazioni, le realtà; i punti di vista molteplici che appartengono ai diversi partecipanti al gioco, che vanno decodificati ed esplicitati, per scoprire se c’è una vera comunicazione, un sintonico “mettere in comune”. E così concetti come la circolarità della comunicazione, codici e canali di comunicazione verbale e non verbale diventano strumenti di lettura consapevole delle dinamiche relazionali.

E’ stata un’esperienza interessante, mi sono sentita catapultata in un mondo un po’ “strano” ma intimo.  Forse un po’ troppo osservata e studiata ma sono rimasta affascinata dal fatto che una piccola cosa può portare a così tante interpretazioni.  I..

Sono molto soddisfatta di aver partecipato a questo progetto, per vari motivi:

Innanzitutto ho stretto amicizia con altri miei coetanei di cui, nonostante frequenti lo stesso ambiente, non conoscevo nella.

Ma la cosa più importante è che, se pur in parte, sono riuscita a conoscere me stessa, ho finalmente capito come gli altri mi vedono, quali sono le cose che colpiscono di me. Ho imparato a mettermi di più in gioco, senza temere di sbagliare o di dire cose insensate. Ho anche capito quali sono le cose in cui devo credere e i pensieri e i complessi che devo cancellare per poter vivere meglio. T.

 CONCLUSIONI

Alla luce delle testimonianze riportate nel diario di bordo, nonché dei risultati dei test di verifica finale, è emerso come l’esperienza del Progetto sia stata utile ed interessante per le protagoniste coinvolte. Si è riscontrato, nelle studentesse, un miglioramento nella conoscenza di se stesse e delle modalità di gestione dei rapporti interpersonali.

Il progetto ha rappresentato un’occasione di socializzazione e di rielaborazione cognitiva ed emotiva. Un’opportunità di confronto e di crescita, all’insegna di un clima ludico ed accettante, all’interno della quale rispecchiarsi negli altri, scoprirsi e scoprire affinità e risonanze. Lo scopo era comprendere che all’interno delle relazioni mettiamo in gioco più di quanto immaginiamo, dalla comunicazione verbale  a quella non verbale.

Insegnare ai ragazzi ad essere consapevoli del modo di entrare in relazione con l’altro è fondamentale affinché loro imparino ad auto osservarsi nell’incontro con l’altro, affinché possano creare, mantenere e gestire sane relazioni interpersonali riconoscendo i segnali emotivi che inviano gli altri e comprendendo le loro emozioni.  

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