Scoperti antichi reperti nella chiesa di San Domenico – Foto

I lavori di rifacimento del tetto hanno portato alla luce peducci, archetti e capitelli progettati dall’arch. Malcangi che vanno ad arricchire il patrimonio artistico di Corato

Scoperti antichi reperti nella chiesa di San Domenico

La Chiesa di San Domenico è una miniera di sorprese e «i preziosi reperti lapidei ritrovati durante i lavori di copertura del tempio sono una scoperta significativa e una grande ricchezza per Corato». Lo ha rivelato don Gino Tarantini, sabato 13 ottobre, introducendo la conferenza tenuta dall’arch. Michele Menduni su: “Pasquale Malcangi: un cultore dei monumenti medievali pugliesi”.

«Ero a Trinitapoli – ha riepilogato don Gino – per parlare con il prof. Di Biase, relatore della conferenza sul monachesimo femminile a Corato – uno dei tanti appuntamenti che hanno celebrato il V Centenario della presenza dei Domenicani nella nostra città – quando squilla il telefono. Peppino e Vincenzo, gli operai dell’impresa che si è occupata dei lavori di rifacimento dei tetti della Chiesa, mi chiedono di tornare al più presto perché, oltre le tegole rimosse, hanno trovato qualcosa di interessante. E infatti, custoditi per più di un secolo dal sottotetto dell’avancorpo e della navata destra della chiesa, sono emersi una infinità di peducci, archetti, costolonature elaborati dall’architetto Pasquale Malcangi, progettista della navata laterale della chiesa San Domenico alla fine dell’Ottocento. Oggi questi reperti vanno ad arricchire il patrimonio artistico della città di Corato. Al momento sono esposti in Chiesa, la difficoltà sarà trovare una futura ed adeguata collocazione. Ma ce la faremo».

I reperti lapidei fanno parte del progetto più ampio che l’architetto Malcangi aveva pensato di realizzare quando, a fine ‘800, gli fu affidato l’incarico di ristrutturare ed ampliare la chiesa, aggiungendo la nuova navata ed il prospetto laterale destro con relativo portale che, guarnito da tali elementi, sarebbe divenuto di una eleganza grandiosa.

Sulla figura di questo illustre concittadino, purtroppo prima ignorato e poi dimenticato dai coratini, ha relazionato lo studioso arch. Michele Menduni il quale, grazie al corposo carteggio custodito dalle figlie dell’ingegnere, ha potuto ricostruire la sua eccellente carriera.

«Certamente – ha detto l’arch. Menduni – chi, agli inizi del ‘900, ha dato lustro a Corato è l’ing. Luigi Santarella. Immediatamente dopo inserirei l’ing. Malcangi. Entrambi ingegneri ma con scelte diverse: il primo strutturalista, inventore del cemento armato, docente del Politecnico di Milano, autore di innumerevoli pubblicazioni su tale materiale e progettista di grandi opere; il secondo un architetto che si appassiona allo studio dell’arte pugliese».

Con dovizia di particolari, che i lettori troveranno nell’approfondimento a pubblicarsi sul mensile del prossimo mese di Novembre, l’arch. Menduni ha ripercorso le tappe più importanti della carriera del nostro concittadino ing. Malcangi, nato il 2 giugno 1855, deceduto il 25 aprile 1930, celebre e stimato in tutta Italia per la sua brillante attività professionale. «Impegnato in molte opere edilizie – ha spiegato Menduni – in una lettera inviata al sindaco di Canosa nel 1907, Malcangi scriveva “per la febbre edilizia che regna, vorrei avere dieci paia di braccia e dieci paia di gambe”». 

Numerose le sue donazioni alla Biblioteca Comunale di Corato di cui si ignora il destino: volumi di pregio, disegni e calchi riguardanti “i motivi ornamentali” della Cattedrale di Canosa (fu autore del suo integrale restauro e il ciborio porta impresso il suo nome) già esposti alla Mostra Nazionale di Torino.

Forse sarebbe il caso di valorizzare la sua figura, magari intitolandogli una strada importante o, perché no, il Museo della Città e del Territorio, ancora anonimo, o almeno un’ala dello stesso.

La mostra dei reperti lapidei, ritrovati nel corso delle operazioni di scopertura dei tetti della chiesa, è stata introdotta dall’arch. Antonella Varesano che, in tandem con l’arch. Franco Avella, ha avuto da don Gino Tarantini l’incarico di supervisionare i lavori di rifacimento, iniziati nel 2014 (“Dona una tegola per San Domenico”) a causa delle infiltrazioni di acque meteoriche che stavano rovinando il soffitto del tempio.

«Non è stato affatto facile condurre a termine il compito – ha dichiarato l’arch. Varesano – Numerose sono le tracce che confermano la complessità della chiesa, soggetta a stratificazioni di più epoche storiche. Ogni porzione di chiesa ha dunque una copertura diversa. Ne abbiamo riscontrate ben cinque, ciascuna affrontata con approcci differenti. Nel sotto tetto dell’avamposto e della navata destra, Vincenzo e Peppino, operai dell’impresa “Arte Edile” di Riccardo Calvi hanno scoperto quei preziosi resti lapidei, oggi in mostra, e don Gino ci ha subito coinvolti nel recupero». 

Del ritrovamento è stata informata la Sovrintendenza. Il funzionario restauratore conservatore, dott.ssa Daniela De Bellis, dopo aver preso visione dei reperti ne ha autorizzato la rimozione. Quindi sono stati messi al sicuro, catalogati e fotografati dagli arch. Avella e Varesano, i quali hanno curato anche l’allestimento della mostra, mentre il compito di realizzare le schede di catalogazione, con la supervisione della prof.ssa Chiara Capozza, è stato affidato all’arch. Marina Sforza, la cui famiglia, attingendo dal proprio archivio, ha messo a disposizione materiale fotografico che ritrae porzioni di avanzamento del cantiere di inizi ‘900 e progetti del Malcangi rimasti incompiuti.

Altrettanto esclusivi i documenti e le foto sulla vita dell’ing. Malcangi, portati all’attenzione del folto pubblico grazie alla generosa disponibilità del collezionista Cristoforo Scarnera.

Peducci, archetti e capitelli rimarranno esposti in chiesa, almeno fino a quando non sarà individuato un luogo che possa proteggere e, allo stesso tempo, promuovere il loro inestimabile valore.

 

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