Ritratto di un artista confuso

– Eccoti finalmente! Ti cercavo da tempo! 

– Ciao! Dimmi tutto.

– Ho saputo che suoni la chitarra!

– Beh, ho iniziato da pochi mesi e dire che suono è una parola grossa. Ma dimmi, perché ti interessa?

– Sai, io ho iniziato a suonare il basso qualche mese fa e mio cugino ha appena comprato una batteria! Sarebbe bello mettere su una band, potremmo suonare alle assemblee d’istituto e chissà, magari anche in qualche locale della zona!

– Bella idea! La cosa mi interessa ma ci serve un cantante!

– Io non conosco nessuno che sappia cantare.

– Ora che ci penso, una mia compagna di classe ha una bella voce, potrebbe essere lei la nostra cantante!

Nella maggior parte dei casi, è così che si comincia. Una conoscenza, qualche strumento musicale di dubbia qualità e tanta voglia di riscattarsi, di mettersi in gioco, di provare a fare musica.

Primo passo: trovare un locale in affitto generalmente umido e spesso maleodorante (ma va bene così, perché fa tanto Rock). Secondo passo: convincere il proprietario del locale che in quel posto non accadrà mai nulla di sconveniente. Terzo passo (il più difficile a volte): cercare di non farsi cacciare dai vicini per schiamazzi o disturbo della quiete pubblica.

Fatto ciò, inizia la grande avventura. Si fa tutto “ad orecchio” o quasi, si cerca di tirar fuori gli accordi delle canzoni dei propri idoli e ci si confronta con dei capolavori della musica cercando di migliorare giorno per giorno. Si sogna di poter calcare un palco, magari alla festa di fine anno del liceo, o meglio ancora in qualche sagra di paese davanti al pubblico vero, quello che non ti conosce.

Prima o poi i concerti aumentano, le esibizioni nei locali diventano sempre più frequenti ed il repertorio si espande affinandosi.

La grande maggioranza di chi oggi ha fatto della musica una ragione di vita, ha vissuto tutto questo o continua a viverlo.

Il fatto è, che arrivati ad un certo punto le aspirazioni cambiano, i sogni di gloria aumentano e la voglia di “arrivare” si fa sempre meno controllabile. E’ proprio a questo punto della vita di un musicista che si presenta il bivio, la matassa da sbrogliare che, come vedremo, non ha un vero e proprio bandolo.

Nasce un impulso irrefrenabile di scrivere un testo e metterlo in musica per trasmettere al mondo le proprie emozioni condividendo la propria arte, nella speranza che sia condivisa e possa in qualche modo piacere. Spesso questo “atto di passione” è fine a se stesso, puro e libero da qualsiasi necessità, ma altre volte diventa un passo necessario per chi vuol fare della musica il proprio lavoro.

Qualche folle lo fa. Permettetemi di usare questa espressione.

Nonostante fare un passo del genere sia sempre più difficile e richieda alte dosi di coraggio, studio e determinazione, sempre più di frequente i giovani musicisti decidono di intraprendere questo percorso tra mille difficoltà, dalla produzione di un disco alla ricerca di una casa discografica.

Soltanto quindici anni fa, il mercato della musica era decisamente diverso da oggi. Bastava procurarsi un buon Demo, anche non di ottima qualità, mandarlo in giro per case discografiche e agenzie nella speranza che qualche “attento produttore” rimanesse colpito. Spesso non si riceveva alcuna risposta naturalmente, ma in alcuni casi qualcosa poteva venir fuori.

Erano gli anni in cui le case discografiche investivano grosse somme di denaro in progetti musicali destinati al mercato nazionale; l’epoca dei dischi di platino e dei numeri da capogiro!; l’epoca in cui la fruibilità della musica era limitata all’acquisto del CD, della Musicassetta o del Vinile; l’epoca in cui entrare in un negozio di dischi e comprarne uno rappresentava il culmine di un vero e proprio rito. Quel senso di nostalgia che pervade gli amanti della musica (non solo i musicisti) nel ricordare il piacere materiale di possedere un disco e vederlo girare su un giradischi al suono di capolavori fruscianti fa decisamente disprezzare il concetto di MP3 e allo stesso tempo fa riflettere sulle nuove possibilità di fruire della musica.

Sta proprio qui il problema! Può sembrare assurdo ma è così.

L’effetto combinato della nascita della musica digitale e l’espansione di internet è stata la causa o il motivo per cui oggi fare il musicista e vivere di arte sia diventato così improbabile.

Certo l’intervento di internet ha aumentato esponenzialmente le possibilità di raggiungere un pubblico sempre più vasto ma allo stesso tempo ha generato una forma di “utilizzo” della musica sempre meno attento alla qualità e sempre più mirato alla quantità. Sarà capitato a chiunque di scaricare illegalmente l’intera discografia di un artista e di non averla mai ascoltata tutta perché, magari, interessati realmente a poche canzoni; così come sarà capitato a molti di vantarsi delle le diverse migliaia di MP3 presenti sul proprio hard disc. E’ un cliché che moltiplicato per la moltitudine di utenti ha messo in ginocchio il mercato discografico.

Sicuramente molti di voi staranno controbattendo a questo pensiero con frasi del tipo – hai idea di quanto costi un cd? – oppure – è tutta colpa della case discografiche che speculano sugli artisti e tengono troppo alti i prezzi dei cd! –. Bene non posso assolutamente darvi torto se penso che una nuova pubblicazione arrivi a costare 24€ e che sono poche le case discografiche che si allineano proponendo prezzi più adeguati come i 14,90€ o meglio i 9,90€. Ma non posso fare a meno di pensare che oggi si trovano nei negozi, cd anche a 5€ e che dei distributori mondiali come iTunes vendono le singole canzoni a meno di 1€!

Se da un lato l’era di internet è stata la causa del tracollo del mercato discografico, dall’altro ci fornisce i più potenti mezzi di diffusione e saperli sfruttare può dare dei risultati gratificanti. Farsi conoscere e condividere la propria musica con gente all’altro capo del mondo non richiede più investimenti da capogiro ma soltanto un computer collegato alla rete, creatività e tanta pazienza. Oggi è possibile trasmettere un concerto in rete e renderlo disponibile a chiunque in streaming, dal vivo; così come è facile realizzare una mailing list ed inviare a migliaia di contatti informazioni sulla propria arte.

Tutto questo ha avuto un effetto dirompente tra le band e i musicisti di tutto il mondo dando vita al fenomeno, che io definirei fisiologico date le evoluzioni e le devoluzioni del mercato musicale odierno, ovvero quello dell’autoproduzione. Sempre più spesso si riesce a raccogliere ed investire denaro per cercare uno studio e auto produrre un disco passando direttamente alla distribuzione digitale senza più aver bisogno dei colossi della discografia e delle tanto annoverate Major. In poco tempo e con investimenti moderati la produzione di un disco è oggi alla portata di molti e non di pochi eletti come avveniva tempo fa, senza considerare che i servizi di distribuzione digitale sono efficienti e raggiungono ogni angolo del globo in tempi brevissimi.

Ma allora perché risulta così difficile ottenere risultati che vadano oltre il consenso della ristretta cerchia di amici, parenti e pochi “fans”? Perché per un musicista emergente sembra utopico riuscire a vendere duemila copie di un album ed ottenere risultati gratificanti dal vivo? Eppure ci si può avvalere di mezzi di comunicazione gratuiti e con delle potenzialità infinite!

Navigando su youtube ci si imbatte spesso in talenti straordinari che nelle loro camere da letto e con l’aiuto di una webcam e di un computer collegato alla rete, riescono a catturare l’attenzione di migliaia di visitatori esprimendosi con la propria arte. Il caso che mi ha colpito particolarmente riguarda un ragazzo francese, David Meshow, che con l’aiuto di una telecamera e una creatività sicuramente fuori dal comune è riuscito, in completa autonomia, a pubblicare diversi video su youtube (consiglio di cercarli e dedicare 10 minuti a questo talento) e a raccogliere diversi milioni di consensi e visite. La stanza gremita di strumenti musicali suonati rigorosamente tutti da lui e una serie di personaggi burleschi di cui è sia ideatore che interprete sono gli ingredienti che utilizza nelle sue creazioni. Dare una spiegazione plausibile a tale fenomeno e rintracciare l’elemento scatenante di tanta popolarità è assolutamente impossibile. L’indiscutibile talento di questo ragazzo non può essere stata l’unica carta vincente dato che il web è pieno di talenti simili che non riscuotono lo stesso successo. Il dato certo però, è che questo ragazzo giocando, ha spopolato sul web, ha migliaia di fans in tutto il mondo ed oggi comincia a vendere le proprie creazioni anche su iTunes con discreto successo.

È un raro caso di popolarità spontanea e non programmata, è un di quei casi in cui tutto è avvenuto per caso e senza una meticolosa e dispendiosa campagna pubblicitaria. Ma quanti casi ci sono come questo? Non molti, anzi sono rarissimi.

Riguardo alle difficoltà oggettive che un artista o una band deve affrontare per farsi largo nel panorama musicale, sinceramente ritengo che non ci sia un vero e proprio responsabile da mandare al patibolo, da additare e su cui scaricare la responsabilità. Il cambiamento è stato fisiologico, naturale, inevitabile (anche se spesso non condiviso) ed oggi non possiamo far altro che adeguarci a questa evoluzione.

Come abbiamo visto questa è l’era dell’autoproduzione e dei dischi invenduti, dell’eccessiva offerta di musica e della scarsa domanda da parte del pubblico, è l’era in cui la gratuità del prodotto discografico, e più in generale dell’intrattenimento culturale, sembrano essere delle consuetudini difficilmente correggibili. La difficoltà nel contrastare il malcostume dilagante, l’impossibilita di operare con risultati gratificanti in una situazione che non può cambiare, se non con una vero e proprio lavoro di rieducazione del pubblico alla fruizione del prodotto culturale in senso lato – rieducazione che a mio parere deve partire da noi operatori del settore culturale – rende necessario che proprio gli operatori devono iniziare a studiare soluzioni che possano salvaguardare il prodotto culturale, in questo caso la musica, cercando una giusta via di mezzo garantendo da un lato “l’utilizzo alla portata di tutti” e dall’altro la tutela dei diritti e del lavoro dell’artista.

Negli ultimi anni, nel tentativo di adeguarsi a questi cambiamenti, un gran numero di operatori dell’industria musicale ha escogitato e messo a punto dei sistemi di distribuzione che pur mantenendo il costo estremamente basso o in alcuni casi pari a zero, garantiscono un indotto economico agli autori e agli editori dei cataloghi messi in distribuzione. Questo è avvenuto grazie all’audace accostamento di due elementi che, per i più conservatori, non possono cooperare in sintonia ovvero musica e pubblicità. Il più celebre si chiama Spotify. Creato nel 2006 e messo in distribuzione in alcuni paesi d’Europa già nel 2008, oggi è il più celebre servizio di streaming musicale che permette di usufruire di un immenso catalogo con due modalità: una completamente gratuita in cui l’ascolto della propria playlist è intervallato, tra una canzone e l’altra, dall’intervento di brevi spot pubblicitari; l’altro in abbonamento annuale o mensile con cui ci si garantisce l’ascolto della playlist senza pubblicità. Le singole tracce riprodotte non vengono fisicamente scaricate ma restano su un server di proprietà della società che ha sviluppato il servizio. La fruizione del catalogo infatti avviene in modalità streaming garantendo a chiunque di poterne usufruire ovunque e con qualsiasi dispositivo collegato alla rete. Purtroppo il servizio è limitato solo ad alcuni paesi della comunità Europea (Svezia, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Francia, Spagna e Paesi Bassi) data la moltitudine di accordi che Spotify deve stringere con i diversi paesi considerando le diverse sfaccettature delle leggi sulla tutela del diritto d’autore presenti in tutta Europa. È stupefacente pensare all’utenza che potenzialmente potrebbe usufruire di questo servizio se si pensa a quanti cellulari oggi vengono venduti completi si servizi di connessione ad internet.

Davanti a quanto appena detto sono certo che i più puritani e conservatori – in fatto artistico s’intende – stanno storcendo il naso in segno di disapprovazione e per questo ritengo che sia opportuno aprire una parentesi a proposito del perbenismo che dilaga contro il concetto di industria culturale. Molti infatti non ammettono che i termini arte e cultura vengano associati a quello di industria, sponsor, ecc… dimenticando che tutto ciò che ruota attorno alla cultura e allo spettacolo non è fatto solo di arte ed artisti ma anche di figure professionali che garantiscono al pubblico di poterne usufruire godendo di tutti i privilegi che un prodotto culturale può offrire alla crescita personale di ciascuno di noi! Questo è il motivo per cui quando parliamo di arte non dobbiamo sottovalutare il mondo complesso che sta dietro alla pura creazione artistica. Se il pubblico sapesse quanto lavoro c’è dietro la produzione di un album, a partire dallo studio e dalla ricerca musicale fino ad arrivare alla realizzazione tecnica del disco, probabilmente comprenderebbe che appropriarsi di un disco o di una canzone scaricandola dai servizi di p2p, equivale ad entrare in un negozio di dischi e rubarne uno, nascondendolo furtivamente nella borsa sperando di non essere scoperti.

Lungi da me il pensiero di fare il moralista a riguardo considerando che ci è stata data la possibilità di farlo per anni senza che nessuno provvedesse a regolamentare o limitare il fenomeno. Il dato oggettivo è che il mercato è cambiato così come si é evoluta la figura del musicista ed insieme a lui quella dell’operatore del settore; oggi non possiamo fare altro che sperimentare nuovi metodi di distribuzione che possano tutelare sempre e comunque la figura dell’artista e di coloro che stanno “dietro le quinte”.

Arrivati a questo punto è facile concludere che per un musicista o per una band, scegliere di intraprendere la carriera artistica in un panorama incerto come sempre e rischioso come non mai, equivalga a fare un salto nel buio senza paracadute, ma forse è proprio questo che rende gli artisti tali. All’impulso non si comanda e la passione per l’arte, per definizione, non può sottostare a regole e leggi di mercato riducendo l’opera d’arte ad un prodotto da vendere. Sono gli operatori che devono preoccuparsi di trovare modi e canali sempre nuovi e creativi per portare l’arte (in qualsiasi forma essa si presenti) ad un pubblico di persone interessate cercando di dimenticare il concetto di quantità e concentrarsi su quello di qualità (qui si apre un argomento tutto nuovo che mi piacerebbe affrontare in un’altra occasione).

Spero che da queste mie riflessioni possa nascere un confronto con chi, tra voi, voglia dare la sua opinione a riguardo dando vita ad uno scambio di idee che possano arricchire un bagaglio comune di esperienze fatte sul campo.

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