Riace, l’esempio della rinascita grazie all’immigrazione

Il sindaco Domenico Lucano racconta del processo di accoglienza che ha trasformato una città fantasma nella città dell’accoglienza.

riace e immigrazione a corato
Riace, esempio della rinascita grazie all'immigrazione

In un mondo sempre più fatto di muri innalzati, minacce nucleari, razzismo ingiustificato, xenofobia latente e slogan filo-fascisti che fomentano la pancia della popolazione e creano odio gratuito nei confronti dello straniero, c’è un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria che da un po’ di anni in maniera decisa sta tentando, con successo, di cambiare la rotta: Riace.

Il comune di 2000 anime fino a qualche anno fa era quasi una città fantasma per via di un vero e proprio esodo che, negli scorsi decenni, ha visto migliaia di riacesi abbandonare la terra natia in cerca di fortuna in Venezuela o Stati Uniti. Oggi è invece esempio mondiale di integrazione, tanto che il sindaco Domenico Lucano è stato inserito tra i 50 uomini più influenti del pianeta, assieme ad Obama e Papa Francesco.

Eletto nel 2004 e al suo terzo mandato consecutivo (l’ultimo per legge), Lucano ha in questi tredici anni trasformato una città fantasma nella città dell’accoglienza. Processo di accoglienza iniziato nel 1998 quando circa 200 migranti curdi e siriani approdarono sulle coste calabresi in cerca di fortuna. L’inizio della rinascita per Riace, poiché la presenza degli immigrati ha consentito al paesino di ripopolarsi e rimettersi in moto, dopo anni di stasi e morte apparente.

Gli immigrati come opportunità e non come minaccia: il successo dell’iniziativa di Domenico Lucano sta tutto nel punto di vista con il quale si affronta la questione. Del comune di Riace però si parla ancora troppo poco e l’incontro organizzato ieri sera presso il Cinema Elia di Corato ha avuto come obiettivo principale quello di far conoscere a più persone possibili la storia della “terra dei Bronzi” e dimostrare quanto l’immigrazione non sia affatto un dramma, come spesso i media lasciano trapelare.

La testimonianza diretta di Bahram Acar, arrivato dal Kurdistan quasi 20 anni fa, è stata molto toccante. Sentire dalla voce di un protagonista della rinascita riacese la gioia e il senso di appartenenza alla sua nuova terra dà ancora più valore, ancora più senso, all’impresa politica del sindaco Domenico Lucano, intervenuto telefonicamente per ringraziare i tanti uditori accorsi al cinema per assistere al convegno.

“Empatia” è la parola chiave di questo progetto ambizioso e meraviglioso e coloro che hanno visitato quella terra non han potuto far altro che percepire l’armonia che si respira a quelle latitudini. «Ho visitato Riace quasi per caso e lì ho trovato una realtà meravigliosa, un connubio perfetto tra anziani nati in loco e giovani provenienti da altri paesi del mondo che non si sentono più “stranieri”».

riace e immigrazione a corato
Riace, esempio della rinascita grazie all’immigrazione

Altro concetto fondamentale affrontato da Angela Paganelli, referente del punto pace “Pax Christi” di Corato è quello dell’etica dell’accoglienza: «Tutti vedono l’immigrazione come un fenomeno da debellare, quasi nessuno approfondisce il perché di questi spostamenti. Usano il termine “emergenza”, ma essa presuppone un imprevisto, mentre lo spostamento di massa di milioni di persone non è affatto casuale. Non bisogna ammassare questi esseri umani in centri d’accoglienza che di umano hanno ben poco, bisogna far sì che si integrino nella comunità».

La storia di Riace ha ispirato cortometraggi, film e convegni in tutto il mondo, ma anche decine di libri, tra cui “Riace, il paese dell’accoglienza: Un modello alternativo di accoglienza” di Antonio Rinaldis. Proprio lo scrittore romano è intervenuto nel corso del convegno: «A Riace si respira quella che i greci chiamano “Xenìa”: qui vi è una vera e propria rivendicazione del diritto di essere straniero. Le persone non sono più straniere nel momento in cui creiamo una comunicazione e qui sono state messe nella condizione di dire la loro. Impariamo ad ascoltare e a parlare. Gli altri sono esattamente come siamo noi. 

Poi prosegue: «Gli ebrei consideravano se stessi e la condizione umana straniera. La vita è una forma di nomadismo. Siamo effimeri, la terra non è nostra, se partiamo da questo presupposto non possono esserci barriere. Come diceva Nietzsche “l’integrazione non è assimilazione”. La cultura europea occidentale è più forte e più votata al conflitto e quando entra in contatto con altre culture, inevitabilmente esercita volontà di potenza. Poi il quesito finale: Come è possibile tenere insieme una cultura portata al dominio con altre che non sono così? Bisognerebbe fare i conti con la nostra volontà di dominio. Ascoltare e non sentirci più civili ed evoluti di altri popoli».

Ma il problema più grande a Riace è la ‘ndrangheta che non ha digerito questa rivoluzione pacifica di Domenico Lucano e la città tutta. Più volte il sindaco ha subito intimidazioni e minacce, ma è ancora lì, forte della sua idea di libertà e uguaglianza. Ha tappezzato il piccolo centro storico di simboli antimafia.

Una porta “africana” sulla piazza principale. Un’aiuola in cui la sagoma nera di una donna che ricorda le statuette tribali raffigura la speranza. Murales di ogni tipo: nuvole, impronte di mani “contro la ‘ndrangheta”, dediche a Giuseppe Valarioti, giovane comunista ucciso dai boss a Rosarno, ma anche alle portatrici d’acqua vestite in abito tradizionale con le brocche sulla testa.

Un segnale forte di civiltà, dal profondo sud, quello bistrattato dall’opinione pubblica, etichettato come mafioso e colluso, senza futuro. Invece Domenico Lucano, gli 800 immigrati, i 1200 riacesi e tutte le città che ospitano questi convegni per trasmettere il messaggio che accogliere si può e si deve, come ha fatto Corato ieri sera, stanno dimostrando che la realtà è ben diversa.

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