Recensione de “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, quel caso letterario

“Fra le righe” è la nuova rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale FORUM DEGLI AUTORI di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società assieme ad eccellenze del nostro territorio quali i membri del Forum degli Autori, creando un filo diretto di discussione e condivisione col lettore.

[divide style=”dots” icon=”circle” width=”medium”]

di Anna Mininno

allende1Lo ritrovo riponendo alcuni libri sullo scaffale in alto e ho la sensazione di averlo appena letto.

Le pagine di carta ruvida sono però piuttosto ingiallite, da un tempo evidentemente passato troppo in fretta, e noto che alcune sono anche staccate dal dorso, strutturalmente non molto solido, di un’edizione economica. O forse perché spesso ripiegato durante la lettura. Verifico perciò che siano nell’ordine della numerazione e registro, quindi, che la storia è ancora tutta lì, integra, appassionante e pronta per un’eventuale rilettura.

Era il 1994, e nelle sale cinematografiche si proiettava La casa degli spiriti, un film interpretato da un cast di attori molto bravi e positivamente accolto da critica e pubblico. Tuttavia, m’immaginavo che, come gran parte delle trasposizioni in pellicola, potesse essere opera monca, rispetto alla completezza della storia narrata e al fascino della parola scritta.

Comunque, non avevo ancora letto il libro e mi dolevo di quel ritardo ingiustificato, ma, alla fine, mi fu regalato, avendone di sicuro suggerito il titolo.

Osservandolo, ammirai la copertina di colore rosso attivo e forte e la riproduzione de Il balcone di Diego Rivera, di cui congetturai il significato di proiezione nel tempo e nello spazio, in forma benaugurale per il futuro non scritto della storia.

L’edizione era del 1992, la sedicesima dell’Universale Economica Feltrinelli e mi dissi che, a ogni buon conto, un libro è il regalo più bello che si possa ricevere, specialmente se poi è tra quelli “indovinati”.

Poi, al momento del più intimo approccio, ancora una volta non mi smentii.

Sono convinta che un nuovo libro sia una sorpresa con cui bisogna familiarizzare e, perché ciò avvenga, metto in moto i miei sensi in fasi che si succedono a ritmo serrato e cadenzato, rigirandolo tra le mani per sentirlo come corpo a sé stante ma a me vicino, annusandolo per captarne l’odore di carta mista a inchiostro e, infine, ponendo attenzione a tutto il resto.

In questo modo, nella IV di copertina lessi l’argomento con cui mi sarei confrontata: “Una saga familiare del nostro secolo in cui si rispecchiano la storia e il destino di tutto un popolo. Un grande affresco che per fascino ed emozione può ricordare al lettore, nell’ambito della narrativa sudamericana, soltanto Cent’anni di solitudine di García Márquez”.

 E, immediatamente sotto il compendio, stralci di commenti di alcune testate giornalistiche:

“…un’affascinante architettura di fantasia e realtà…” La Repubblica

“Un’opera che segna l’esordio di una scrittrice con tutte le carte in regola per oscurare la fama di romanzieri più celebrati.” Il Giornale

“Un vero e proprio caso letterario.” L’Avanti

“Un libro che si inserisce a buon diritto nella tradizione del grande romanzo latinoamericano.” Amica

“È molto più di un bestseller, è una sorta di Buddenbrook latinoamericano.” L’Ora

“Una grossa sorpresa, un talento davvero originale, anzi straordinario…” La Nuova Sardegna

“Le ragioni di questo strepitoso successo vanno semplicemente ricercate nella storia narrata e soprattutto nel modo in cui è narrata…” Gazzetta di Parma

Colsi quei commenti con riverente interesse e attesa, anche perché, pensai, la critica non è mai benevola, se libera da ogni artificio.

Una scena del film tratto dal romanzo
Una scena del film tratto dal romanzo

Tuttavia, sapevo che in Italia il successo di quel libro era stato decretato già un decennio prima, nel 1983, anno della sua pubblicazione nella collana “I Narratori”.

 In conclusione, lessi la nota biografica: “Isabel Allende è nata a Lima nel 1942 ed è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e successivamente negli Stati Uniti. Col suo primo romanzo La casa degli spiriti del 1982 si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. …Omissis…”, ritenendola tutto sommato sufficiente per inquadrare la vita dell’autrice e legarla alla storia da lei narrata.

Meglio si capisce un libro, se si conosce l’autore e se si riesce a scavare nell’ambiente in cui egli ha vissuto, sosteneva Fernanda Pivano, saggista, traduttrice e amica di molti scrittori del Novecento, parlando del suo metodo socio-biografico.

E tanto basta, credo, per condividerne il criterio.

Per ultimo, su una delle pagine d’inizio, di quelle non numerate, lessi che il titolo originale dell’opera è La casa de los espiritus, e che i nomi dei traduttori sono Angelo Morino e Sonia Piloto di Castri, nomi in realtà spesso trascurati se non addirittura ignorati, e ai quali invece si deve la fedeltà al testo e parte delle emozioni.

Acquisita così ogni elementare informazione, m’immersi nella lettura di una storia interessante e scritta in una prosa dolcissima ed esemplarmente unica, per scorrevolezza, incisività ed eleganza. Una prosa che favorisce le emozioni e funge da diapason per sentimenti penetranti e duraturi.

E, nel suo insieme, una scrittura che suggella il fascino dei personaggi di una famiglia e la particolarità di una storia con accadimenti di vita privata che s’innestano agli eventi di un Paese in sofferenza, pagando un prezzo davvero alto, purché il futuro sia migliore.

E se poi questi personaggi sono donne, il senso si amplifica.

Una storia importante, dunque, resa nella finzione di un romanzo a chiave, con spunti fantastici che si mischiano a note biografiche dell’autrice e del suo mondo, il Cile dai primi decenni del Novecento agli anni Settanta, nel quale lei si riconosce attraverso le figure di donne forti, passionali e coraggiose, come quelle incontrate nella vita o come l’adorata nonna materna, che qui assume le sembianze di Clara. Le stesse donne cui spetta il compito di ammorbidire il mondo e di rinnovarlo.

Per questo, a fronte di Esteban Trueba, capofamiglia rude, irascibile, spesso violento e che pure è capace di amare, si ergono importanti e nette le figure di Nivea, Clara, Bianca e Alba, accomunate dal sangue e da nomi che significano purezza e trasparenza.

Nivea, moglie devota del politico Severo Del Valle e madre, tra i numerosi figli, di Rosa, creatura eterea e dai capelli verdi che muore per sbaglio perché non di questa terra, e della più giovane Clara, chiaroveggente e in contatto con gli spiriti, che, avendo previsto la morte della sorella, si chiude nel mutismo, e che poi sposa Esteban Trueba, promesso sposo della sorella morta, amandolo oltre il tempo.

Dal film tratto dal romanzo
Dal film tratto dal romanzo

È Clara, la donna singolarmente forte e più importante della storia, la veggente dai poteri magici che fanno muovere le cose e che, vagando nel mondo degli spiriti, riesce a riconquistare l’anima e chiudere il cerchio della vita.

Clara, che affascina, conquista ed entra nelle fibre del lettore.

Non sono però da meno la determinazione e il coraggio di sua figlia Bianca che, ribellandosi al patriarcale volere del padre, ama Pedro, servo di terza generazione, militarista e sostenitore di Salvador Allende, e che, vivendo, in modo spericolato e romantico, situazioni difficili e fasi storiche davvero pesanti e impegnative, prefigura una società nuova.

Dal suo amore con Pedro nasce Alba, che gli eventi politici, gli ideali rivoluzionari e l’amore per il sovversivo Miguel portano a soffrire le indicibili torture del regime militare di Pinochet. E che, come tutti i sopravvissuti, ha il compito di raccontare.

E lei lo fa, scrivendo dei fatti della vita, così come li aveva annotati sua nonna Clara, meticolosamente, affinché la cattiva memoria non turbasse la realtà.

E Alba, come Isabel, racconta.

“Mia nonna aveva scritto per cinquant’anni sui quaderni in cui annotava la vita. Trafugati da qualche spirito complice, si sono miracolosamente salvati dal rogo infame, in cui sono perite tante altre carte della famiglia. Li ho qui, ai miei piedi, stretti da nastri colorati, separati per fatti e non per ordine cronologico, così come lei li ha lasciati prima di andarsene. Clara li ha scritti perché mi servissero ora per riscattare le cose del passato e sopravvivere al mio stesso terrore. Il primo è un quaderno di scuola di venti pagine, scritto con una delicata calligrafia infantile. Comincia così: “Barrabàs arrivò in famiglia per via mare…”.

Lascia un commento

avatar
  Subscribe  
Notificami