Premio Leone 2018: “Adam è il mio nome” di Stefano Mariano

Vincitore 2° posto della sez. Prosa – scuole medie superiori

Premio Leone 2018:
Premio Leone 2018: "Adam è il mio nome" di Stefano Mariano

LO STRADONE pubblica gli elaborati degli studenti vincitori del Concorso letterario indetto dall’Associazione Culturale “Cataldo Leone” che assegna borse di studio a sostegno degli studenti più meritevoli. 

“Adam è il mio nome” di Stefano Mariano

Liceo Classico Oriani – vincitore 2° posto Premio Leone 2018 sez. Prosa – scuole medie superiori

È fuoco a mare tutto questo vostro accanimento, tra le onde di un oggi che vale la pena osservare da lontano. È fuoco a mare l’odio che versate su Oman che carica sulle spalle quei litri d’acqua che ha comprato in città. Cammina lento, furbo come un anziano, e mi bercia contro perché sono ancora giovane, e gioco all’amore. Non sembra facile per un nero come me, guardare la sua ragazza italiana, in piazza, con occhi da innamorato, ma continuo con orgoglio a farlo, pur non palesemente. Mi allontanerebbero subito le cattive parole e i volti straniti della gente perché ci si guarda sempre allo stesso modo quando si incontra un immigrato: si cerca lo sguardo complice dell’amico, oppure si fa finta di nulla, ma in maniera forzata. È raro, infatti, che qualcuno guardi negli occhi un immigrato, è raro che qualcuno ne carpisca la storia e ne noti le ferite.

Quasi ogni giorno cammino per quei 4-5 chilometri che separano il centro d’accoglienza dalla città di Corato e non mi lamento mai più di tanto per questo.

Oggi, in particolare, fa molto caldo e in città si sentono solo le poche rondini che s’attardano. É il 12 luglio di un’estate che appare infinita, e Alessia è in vacanza lontano. Mi ha detto che sarebbe andata in Umbria, posto che, per me, è solo un nome come altri. L’ho vista passare in un’auto rossa che attraversava il vento e ci siamo salutati con un accenno di mano. Non potevamo fare di più.

Adesso non noto che animali, e i miei passi tra le antiche case verdeggianti. Dopo poco, mi ritrovo stanco di camminare, vorrei riposarmi.

Mi siedo su una panchina all’ombra del sole, accanto a una statua che dice di chiamarsi “Cavallotti”, pronto a far nulla, ad aspettare qualcosa.

Il silenzio delle rondini è interrotto da un legno che batte la piazza e risuona: un anziano signore si avvolge nella sua giacca e cammina dove l’ombra gli sembra più forte. Mi si accosta e accenna un: “Posso?”

Gli rispondo di sì, in modo molto sorpreso. Il vecchio, poi, poggia le sue mani sul bastone intagliato e volge la testa verso il cielo. Passano i minuti accompagnati dai ricordi, quando avverto che si rivolge a me e dice: “Fa davvero caldo”.

Gli alberi tacciono al vento, e la calura la si sente viva sotto gli occhi.

Non posso che essere d’accordo, e accenno un sì con il capo.

Sembra disinteressato quando mi chiede a cosa sto pensando, eppure mi coglie nel mezzo di un aspro ricordo, mento.

-“Che in città non c’è più nessuno”.

Mi guarda, perplesso, e cerca la risposta a una oscura domanda nei miei occhi. Ad un tratto si presenta: “Antonio”, dice, e mi racconta che la città a luglio si spegne sin da quando era bambino. Saranno stati gli anni ’50 suppongo.

“Allora i treni erano pochi e non succedevano queste disgrazie”.

Non capisco, ma ho come l’impressione che non sia un rumore di niente. La città è avvolta in un velo di solenne tristezza. Questo si capisce.

“Lei conosce Alessia?” dico, ignorando il fatto che Corato conti molto di più che poche famiglie. Non risponde, ma una lacrima inumidisce il suo pantalone bianco.

“Ciascuno ha il suo posto nel mondo, amico. Il posto dei poveri mi ha donato quel che basta per la felicità.”

Vorrei poter dire lo stesso, ma rimango in silenzio.

Erano gli anni migliori della mia vita, erano i miei anni peggiori.

Passa davvero poco tempo, ma il signore Antonio mi richiede, stavolta guardando fisso il mio viso sfregiato, a cosa penso. Non posso più fingere, e così mi scopro debole e indifeso. Gli racconto ciò che nessuno ha mai voluto sapere, che dietro il mio colore si nasconde una persona e una storia di vita. E mentre le mie labbra continuano a raccontare, noto che lui non si distrae neanche lievemente, ritrovandosi umano.

Oggi a Corato è il 12 luglio 2016, e avrei tanta voglia di toccare il mare, ma questa volta con la sicurezza di avere un posto in cui tornare. Non si può, purtroppo, e allora l’afa torna alla testa. Al mio paese il sole è più sole che qua ma io riesco a sopportare facilmente le alte temperature. Il signor Antonio meno, è visibilmente stanco e sudato.

Immagino ora il sorriso limpido di Alessia, racchiusa in un qualcosa che lei ha chiamato villaggio, e che so profondamente diverso dal mio. Immagino il suo bel viso, i suoi ricci capelli, e penso alla nostra promessa all’addio.

Antonio precede le mie parole, facendomi notare quanto sia strambo che figli della città, in estate, siano solo gli anziani e gli stranieri: io ci sorrido, e amaramente ci penso. Sarebbe bello riconoscersi tutti umani, tutti santi dello stesso battesimo, ritrovarsi e leggere assieme il libro del mondo.

Oggi Antonio si è riconosciuto in me, perché uomo, perché persona.

Chiedo l’orario, e mi dice che è mezzogiorno e che posso stare tranquillo perché è disposto ad accompagnarmi. Non insisto, e accetto.

Nel frattempo, diamo anche un passaggio a Oman che finalmente può riposarsi: dallo specchietto retrovisore vedo il profumo di un sorriso, Oman sta ridendo e parlando di calcio con il signor Antonio. Sulla strada oggi si incontrano tante macchine di polizia, e un elicottero disperde le nostre parole leggere. Antonio si emoziona visibilmente, poi rinsavisce.

Io guardo le eliche sfumare mentre si dirigono verso le campagne. Dopo davvero poco tempo siamo arrivati, ma non ci accoglie nessuno. Oman apre il cancello e Antonio entra, esortato. Troviamo una porta aperta e solo una voce si sente nel vento. Dizione perfetta, rumore di niente.

Il telegiornale parla chiaro ai volti increduli. Non si può travisare, non si può fare finta di niente. Le prime immagini sono tremende, e fatali i nostri rimpianti per non aver dato un bacio di addio, per non essersi guardati negli occhi abbastanza. Chi ci avrebbe mai pensato che si potesse perdere così improvvisamente una persona! Ai nostri occhi limpidi come un addio, non potevamo che credere solo alle parole di un dio.

Ora penso a chi non ha avuto il coraggio di guardare negli occhi quelle persone sparite tra le lamine, chi non ha avuto l’umanità per smascherarne il dolore. Penso a chi si è nascosto dietro un’idea confezionata, e ha preferito il riso di un amico alla sincerità di un viso. Nessuno potrà ascoltare più un “io sono Abdul” oppure un “Ciao! io sono Antonio e ho 15 anni”.

Un giorno, poserò la testa sulla spalla di chi non è stato cercato ed è morto senza raccontare la sua storia. Faremo sogni di mare e di vita, perché il cielo azzurro diventi casa. Tu che adesso puoi sentirne il respiro sul collo, puoi sentirne l’odore, vedi i contorni di questa tragedia: non ti convince il servizio che stanno dando, ma nessuno può cambiarlo con il telecomando: è storia, è morte, la nostra e la loro. Tu da che parte stai?

Chi sarà oggi a raccontare 23 storie diverse? Chi sarà? Non di certo chi le ha ignorate.

È diritto di chi vive raccogliere la propria esistenza e trasformarla in storia, è mio compito vivere e raccontarmi. E se questo vuoi dire gridare al mondo di essere uomo e non più solo un immigrato, allora sarò pronto a farlo. E se questo vuol dire ricevere sputi e minacce, allora sarò pronto a farlo. Si, perché dopo che ho parlato di me, Antonio mi ha fatto notare che non mi ero ancora presentato. Mi chiamo Adam, e oggi riscopro la bellezza di avere un nome, e una storia da vivere.

Lascia un commento

Lasciaci il tuo parere!

avatar
  Subscribe  
Notificami