Premio Leone 2017: “Voci dalla storia” di Manuela Marcone

Seconda classificata per la sezione Prosa – scuole medie superiori.

Premio Leone 2017, corato
Premio Leone 2017.

LO STRADONE pubblica gli elaborati degli studenti vincitori del Concorso letterario indetto dall’Associazione Culturale “Cataldo Leone” che assegna borse di studio a sostegno degli studenti più meritevoli. Nel 2017 l’VIII Edizione del Concorso è stata dedicata a Antonietta Bruno e Orazio Caputo.

“Voci dalla storia” di Manuela Marcone

Liceo Classico “Oriani” di Corato  – 2° Premio Leone 2017 sez. Prosa – scuole medie superiori

 Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri.

(Nikolaj Vasil’evičGogol’)

La Storia presiedeva l’assemblea, scritta proprio così, con la S maiuscola, in tutta la sua incontestabile autorità. Nessuno, in quella stanza, avrebbe osato riappropriarsi della facoltà di parlare dopo secoli, anni o mesi, senza aver prima ottenuto il Suo permesso.

Regnava infatti un silenzio astorico, che nessuno dei presenti ricordava di aver mai sentito in vita.

Poi la Storia decise. La prima parola fu data a un omuncolo di bassa statura, con le orecchie sporgenti dalla testa rasata, gli occhi di un grigio fumo che sembrava maleodorante soltanto a guardarci dentro. Una stella giallognola, sgualcita, per metà scucita, rendeva ancor più mesta la sua camicia di cotone rigato.

«ll mio nome era Eliah e non è un piacere, per me, far parte di questo assurdo consesso. La qui presente signora Storia, che ancora una volta si beffeggia di me lasciandomi inaugurare la squallida seduta alla quale siete stati invitati, mi ha derubato dell’identità di uomo. Mi ha fatto, anzi, vittima, come ha fatto con voi.

Vittime resteremo: ogni anno ci ricordano così, noi ebrei in particolare. La memoria dei vivi non ci farà di nuovo umani; al contrario, la loro dimenticanza ci renderà ulteriormente vittime».

«Neppure un giorno del ricordo per noi, invece.»

Una donna certamente imbruttita – perché un tempo doveva essere stata bellissima – con due trecce nere arruffate e le mani ricurve su qualcosa di non visibile, sembrò voler divorare perfino le ultime parole dell’ebreo.

«Anastasia» si presentò con un’espressione famelica che le faceva pendere la lingua raggrinzita fuori dalle labbra «questo è il nome che indossavo fieramente, finché non mi è stato sottratto anche quello, perché ero sposata con un kulak. Inviso al regime come tutti i contadini benestanti, mio marito dovette abbandonare me e i nostri figlioli, che patimmo conseguenze più che amare. Prive di alcun sapore, dal momento che patimmo la fame, la quale ci fu inflitta nella nostra terra ricca di grano. Noi per primi dimenticammo presto, per la fame, cosa fosse la nostra Ucraina e, nelle migliori occasioni, arrivammo a strappare la pelle agli alberi per cibarci.»

La Storia parve scomodarsi per un attimo, quando ebbe chiaramente percepito lo sguardo di Anastasia insistente sulle sue fattezze. Volendo mostrarsi insofferente ad ogni attacco, si rivolse a una sagoma mutila ma più serena, come scomposta per mano di un artista.

«Portavo il nome Luz» esordì timidamente, rispondendo al cenno della Storia. «Luce, come quella infuocata della bomba che abbatté la mia vita, sul ponte di Renterìa. In quel 26 aprile dal clima instabile, agitato daiventi endemici della guerra civile, gli aerei della legione Condor sganciarono potenti ordigni sulle nostrecase. La mia città era irriconoscibile. Non più sacra capitale dei Paesi Baschi, ma scenario di una tragedia che solo il genio di Pablo Picasso avrebbe saputo riprodurre e imprimere in Lei, signora Storia.»

Risollevata da quest’ultimo discorso per il tono quasi assolutorio con cui la ragazza di Guernica l’aveva pronunciato, la Storia indugiò per qualche istante, probabilmente in cerca di un testimone che le sembrasse altrettanto indulgente. Scelse dunque il vecchio Takoda, dal volto incorniciato in una criniera di lunghe piume. «Noi Sioux attribuiamo grande importanza ai nomi. ll mio ha significato “Amico di tutti” per molti anni, ma un giorno dovetti tradire questa definizione, che alla nascita mi era stata assegnata dal più anziano del villaggio: conobbi i miei nemici, giunti presso le nostre tende con l’intenzione di cancellarci dalla Storia.

Li ho combattuti poco, essendo riluttante, nel nome e nell’indole, all’odio.»

Un ragazzo sui vent’anni, il cui corpo conservava ancora intatti l’aspetto ed il vigore della gioventù, sollevò gli occhi in direzione di Takoda, sforzando la nuca insanguinata. Gli fu suggerito di prendere parola.

«Il mio nome era Nikola e non ho saputo far altro che odiare la Storia della mia terra, odiare me stesso per esservi nato, dal giorno in cui un proiettile raggiunse la mia sorellina mentre giocava nella neve. Fra tanti morti, nessuno si sarebbe più ricordato di lei e perfino io l’avrei dimenticata, impegnato a sopravvivere.»

Il singhiozzo di una donna nascosta in abiti neri e logori interruppe il racconto, che Nikola concluse subito dopo, frettolosamente: «Sarajevo continuava a crollare di fronte a me, quando tornai nel punto in cui avevo trovato il suo cadavere, diedi le spalle agli sniper e mi lasciai bersagliare allo stesso modo.»

La Storia, che aveva ascoltato dall’alto, senza mai inciampare negli sguardi disumani dei presenti, aveva adesso un atteggiamento nervoso, che traspariva dai gesti bruschi con cui evitava le pause e ordinava di proseguire con le testimonianze. Toccò inevitabilmente a quella donna, la cui commozione faceva intendere che mantenesse ancora in sé una traccia di umanità.

«Mariam, nome violentato fino alla morte. Nome scelto gratuitamente innumerevoli volte, urlato come un comando a cui non potevo sottrarmi. Nome non mio, ma del mio corpo armeno, barbaro eppure troppo bello per essere gettato nel fiume, come era solito accadere alle ragazze meno attraenti.

Una volta anche il capo siriano che controllava la nostra zona decise di invocare questo nome; il mio corpo fu suo finché non si seppe che conteneva un bambino. Dopo il parto morì, stremata: era invece una bambina, un’altra armena. Già mi somigliava.»

«Perdona, donna armena, la Siria di quel tempo, per aver dato i natali al tuo offensore» disse una piccola creatura, col viso deturpato dalla guerra di oggi.

«È la mia Siria a soffrire adesso ed è per questo che sono finita qui anch’io. Nemmeno ricordo il mio nome, qualcosa deve averlo rimosso dalla mia mente. Io ricordo solo il tuo, o Sirial Ricordo di averlo udito per le strade, sulle labbra dei tuoi abitanti. O Siria, il grido che levo per te è da qui inascoltato, ma confido nelle voci dei vivi, e che finalmente imparino a fare diversa la Storia.»

Tutti i presenti si voltarono verso di Lei.

Ma la Storia, simile a un’astuta talpa fuggita nel sottosuolo, aveva già abbandonato la stanza di soppiatto, per tornare fra gli uomini.

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