Premio Leone 2017: “Um nen, shi still do” di Rosanna Calò

Prima classificata per la sezione Prosa - scuole medie superiori.

Corato: Premio Leone 2017.
Premio Leone 2017.

LO STRADONE pubblica gli elaborati degli studenti vincitori del Concorso letterario indetto dall’Associazione Culturale “Cataldo Leone” che assegna borse di studio a sostegno degli studenti più meritevoli. Nel 2017 l’VIII Edizione del Concorso è stata dedicata a Antonietta Bruno e Orazio Caputo.

“Um nen, shi still do” di Rosanna Calò

Liceo Classico “Oriani” di Corato  – 1° Premio Leone 2017 sez. Prosa – scuole medie superiori

Un giorno sentirete parlare di me”. È una frase che ho sempre pronunciato con orgoglio e con un po’, di presunzione. In fondo Massi e Rosanna me lo dicevano sempre: sono presuntuoso e arrogante. Ed è vero.

Lo sono sempre stato, forse per mascherare quanto in realtà fossi insicuro. È per questo che decisi di tentare la borsa di studio per vivere un anno all’estero, perché volevo cambiare me stesso e l’opinione che gli altri avevano di me. Pero, io miravo ad un posto in particolare: io volevo andare in Giappone. E alla fine ci sono riuscito. Prima di partire, con alcuni amici avevamo deciso di fare un rituale, una cosa che avevamo visto in un cartone animato horror. Costruimmo una bambola di carta suddivisibile in cinque pezzi (testa, braccia e gambe), e su ogni pezzo scrivemmo una parola: “Um nen, shi still do”: una frase apparentemente senza senso, ma che per noi significava tanto.

Dato che ognuno di noi sarebbe andato in un posto diverso, scrivemmo quella frase in cinque lingue diverse: ‘Um’, “uno” in portoghese, perché Massi sarebbe andato di lì a poco per sei mesi in Brasile; nen,”anno” in giapponese; ‘shi’, “saremo” in cinese, perché Rosanna sarebbe partita il giorno dopo per un mese in Cina; ‘still’, “ancora” in inglese, perché Alessia sarebbe andata a Londra per due settimane; e infine ‘do’, semplicemente “qui” in dialetto, perché Stefano sarebbe stato l’unico a rimanere a Corato.”Un anno, saremo ancora qui”. Quella era la nostra promessa: dopo il mio ritorno, noi saremmo stati ancora lì ognuno di noi mise la mano su un pezzo a caso della bambola, chiudemmo gli occhi e dicemmo nella mente quella frase per cinque volte, perché noi eravamo cinque, come da rituale. Poi tirammo tutti insieme, strappando la bambola. Ciascuno ha custodito il proprio pezzo in un posto sicuro, o almeno così pensavo.

E alla fine siamo partiti. Alla fine, sono partito. Diamine, quanti odori, quanti cibi nuovi, quanta aria nuova, quante persone nuove. Io a Corato giocavo tutto il tempo ai videogiochi, era quella la mia passione, ma lì ne avevo scoperta un’altra: lo sport. Nel mio anno in Giappone ho corso 13 km quasi ogni giorno, e mi sono allenato tre volte a settimana a badminton. Mi sono cresciute le spalle e i pettorali, e a furia di correre e parlare col mondo, ho davvero consumato le suole delle mie scarpe. Il tempo è passato in fretta, per 11 mesi mi sono sentito un vero giapponese, forse perché parlavo la lingua alla perfezione e perché quella è la cultura che ho sempre sognato e guardato nei cartoni animati. Quello era il mio posto, io appartenevo a quel luogo.

Però poi un anno è passato in fretta e l’11 luglio è arrivato, segnando la data del mio ritorno. Volevo fare una sorpresa ai miei amici, ma avrei dovuto pur dire a qualcuno che sarei tornato, perché stavo troppo male all’idea di lasciare il Giappone, così decisi di dirlo almeno a Rosanna. Infatti, l’11 luglio mi precipitai a casa sua alle 9 di mattina e giocammo a badminton tutto il tempo. Le promisi che la prossima volta avremmo giocato a basket, perché quello invece è il suo sport. Le portai solo due dei regali che le avevo preso in Giappone,due maglie per l’esattezza, tanto, pensavo, di tempo per parlare ne avremmo avuto tanto. Quel pomeriggio, poi, Massi e Alessia si misero a piangere come due bambini quando mi videro. Devo dire che il ritorno non è stato traumatico come credevo. Certo, progettavo di tornare in Giappone in futuro, ma anche Corato aveva un non so che di rassicurante: tra amici e panzerotti di mamma e papà e discorsi con i miei fratelli, non me la passavo e non me la sarei passata poi così male.Ci accordammo per fare colazione, la mattina dopo, con tutta la vecchia comitiva. Era tanto tempo che non ci vedevamo. Alla fine era vero, un anno era passato e noi eravamo davvero ancora li.

La mattina del 12 luglio decisi di andare a scuola a salutare i miei professori, poi avrei preso il treno delle 10.58 per arrivare in stazione e andare con gli amici a fare colazione.Lo scrissi anche sul nostro gruppo su whatsapp. “Sono sul treno, venitemi a prendere in stazione, arrivo. Arrivo.Arrivo amici. Scusatemi per il ritardo, sono le 11.02, so che l’appuntamento era due minuti fa, ma sto arrivando.

Ora prendo il cellulare e vi avviso. Sono le 11.02 del 12 luglio 2016, e stiamo per fare colazione.

Sono le 11.02 del 12 luglio, vi sto scrivendo un messaggio, ma il cellulare mi cade dalle mani e vola via, vola via da qualche parte ma io non so dove. Non lo vedo perché non ho il tempo di fare nulla. Sono seduto sul primo vagone perché, Mattia lo sa, non mi piace sedermi dietro quando viaggio in treno. Sono seduto sul primo vagone e improvvisamente volo via. Sento un rumore fortissimo e non ho il tempo di capire cosa sta succedendo. Non riesco nemmeno a chiudere gli occhi, volo via. Mi ritrovo sotto un ulivo col collo spezzato e gli occhi sbarrati. Un rivolo di sangue sul viso. Il mio cuore si ferma. Il treno si è scontrato con un altro treno che veniva dalla direzione opposta, sul binario unico. Non arriverò mai in stazione, amici. Scusatemi. Non so come dirvelo. Non so come dirvi che improvvisamente posso vedere le cose da un’altra prospettiva, ma non posso più parlarvi e sfiorarvi.

Vi vedo. Siete tutti seduti sull’ultima panchina della stazione. State scherzando. Massi ha appena detto: “Ragazzi,vi immaginate se adesso lui arrivasse tutto tranquillo e ci dicesse che è venuto a piedi, visto che il treno non simuoveva?” Scoppiate tutti a ridere. Non immaginate ancora quello che è successo.

Vi prego, continuate a ridere. Vorrei che poteste ridere così per sempre, ma è passata un’ora e il treno ancora non arriva. Rosanna sta chiamando mia sorella. Le sta dicendo ciò che è successo. Lei e mio fratello si precipitano lì alla velocità della luce. Dall’ora di pranzo fino alle cinque di pomeriggio, la mia famiglia e i miei amici corrono per tutti gli ospedali di tutti i paesi limitrofi, nella vana speranza di trovarmi. In macchina ci sono i miei fratelli e dietro sono seduti Rosanna, Massi e Diaferia. “Diaf, forse dovresti scendere dall’auto, se andiamo tutti quanti poi non c’è posto per portarci Tedone, quando lo avremo trovato”.

Smettetela. Non mi troverete. Smettetela di illudervi. Non ci entrerò mai in quella dannata macchina. Mai più. Io non esisto più. E ora state per scoprirlo. Sono le cinque. Siete a Bari.Qualcuno sussurra delle parole all’orecchio di mia madre. Lei ascolta. Sviene. Si lascia cadere.Tutti iniziano ad urlare e a piangere, tranne Rosanna. Lei non capisce, non ha ancora capito. Chiede a Massi e Federica di spiegarle qualcosa, ma non rispondono. Piangono soltanto. E poi Massi glielo dice. Lo urla.”Francesco è morto. Lo vuoi capire? Francesco è morto.”

È così. Il mio nome è Francesco Ludovico Tedone. E sono morto. Sono stato ucciso, per l’esattezza.Da una negligenza umana. Da una bambola di carta. Dal destino. Dal caso. Da Dio. Da qualcuno.La mattina di quel 12 luglio, alle 11.02, io non sono riuscito a finire di scrivere quel messaggio.Perché sono morto.

E non tornerò mai più. Non potrò mai più raccontare ai miei amici tutto ciò che avevo promesso che avrei

Raccontato. Non potrò consegnare tutti i regali. Dovranno spartirseli da soli. Sono solo riuscito a dare due magliette a Rosanna. Su una di quelle magliette c’è scritto qualcosa in giapponese. Le avevo detto che c’era scritto “Questa strada potrebbe essere difficile, ma se non la percorrerai, sarà ancora più difficile”. In realtà nonè vero. Non c’è scritto proprio così su quella maglia, l’ho tradotta un po’ a modo mio, ma penso che quella frasesarà la frase con cui lei e gli altri andranno avanti. Quello è il mio ultimo consiglio per loro.

Vorrei potervi dire qualcosa. Vorrei potervi dire che gli amici muoiono solo nei film, ma non è vero.

Vorrei poter fermare Massi che sta scalciando un bidone della spazzatura per la rabbia.Vorrei poter mettere una mano sulla spalla a Rosanna, vorrei poterle dire che sarò di nuovo a casa sua e ancora una volta allargherò le braccia sulla soglia della porta per ricevere un abbraccio prima di andar via.Ma non succederà mai più. Ho spiegato le ali, senza spiegare parole. Qualcuno ha fermato il mio cuore. Qualcuno ha deciso che le mie scarpe non avevano più passi da fare, né suole da consumare. Io ero Francesco.Ora sono solo morto. Ora, semplicemente, non sono più nulla. Sono una fotografia su una lapide che ogni tanto qualcuno va a guardare. Sono un cellulare che non risponde agli infiniti messaggi che continuano a scrivermi.Io non sento più nulla. Non posso nemmeno piangere. Non so nemmeno con chi arrabbiarmi.

Lì giù stanno continuando a vivere senza di me. Ogni tanto piangono. Ogni tanto si sentono soli.

Ogni tanto sono arrabbiati con la vita. Ogni tanto sono arrabbiati con la morte. E nonostante ciò, io non riescodavvero ad arrabbiarmi. C’è troppa bellezza nel mondo per essere arrabbiati e spero che qualcuno ve lo ricordisempre, spero che qualcuno vi tiri su. Siate felici, amici miei. Attaccatevi alla vita ora più che mai.

Io non potrò mai più essere arrogante o presuntuoso. Non potrò mai finire quel messaggio. Non compirò maidiciotto anni, non avrò mai la barba, non prenderò mai la patente, non tornerò mai più in Giappone.

E non potrò nemmeno dire a Massi e Alessia che, anche se hanno perso il loro pezzo della bambola, non è colpaloro. In fondo, era solo uno stupido gioco, credetemi. Io sono ancora nel piccolo taschino del vostro portafogli.Non piangete. Non chiedetevi come sarebbe andata a finire se non avessimo mai costruito quella bambola. Seavessimo deciso di fare colazione prima delle 11. Se foste venuti sul treno con me. Non chiedetevelo più.Non piangete. Siate forti. In fondo, un anno era passato. E noi eravamo ancora qui.

Rispondete alla morte con la vostra vita. Gli anni passeranno. Ma noi saremo ancora qui.Ridete come quella mattina. Fate tutte le cose che vi andrà di fare. Diteglielo, alla morte, che non ha vinto e che non la sceglierete mai, anche quando la vita vi starà respingendo. Infilate le scarpe, amici, e preparate la voce.Anche voi come me, lo so, consumerete le vostre suole.

Lascia un commento

Lasciaci il tuo parere!

avatar
  Subscribe  
Notificami