Premio Leone 2017: “A te” di Stefano Mariano

Terzo classificato per la sezione Prosa – scuole medie superiori.

Premio Leone 2017.
Premio Leone 2017.

LO STRADONE pubblica gli elaborati degli studenti vincitori del Concorso letterario indetto dall’Associazione Culturale “Cataldo Leone” che assegna borse di studio a sostegno degli studenti più meritevoli. Nel 2017 l’VIII Edizione del Concorso è stata dedicata a Antonietta Bruno e Orazio Caputo.

“A te” di Stefano Mariano

Liceo Classico “Oriani” di Corato  – 3° Premio Leone 2017 sez. Prosa – scuole medie superiori

Quando, talvolta, abbandono il mio tempo tra i pensieri e la mia mente si perde tra un labirinto di ricordi che lasciano una leggera amarezza lungo il corso della giornata, capita spesso che ritorni a passeggiare accanto a mio zio.

Mi hai sempre considerato un tuo amico, zio, una persona con cui aprirsi e che sapevi ti avrebbe comunque amato. Come amano i bambini. Ricordo spesso il tuo autentico sorriso che avvistavo di profilo durante le calde vacanze d’estate. Il tuo accento leccese tra le stanze della casa di tua madre risuonava per me come lo scorrere delle dita sulle corde di una chitarra di flamenco, caldo.Tra i meandri della casa odorosi del tuo di tabacco mi perdevo durante la giornata per poi rivivere con un tuo sguardo.

Ti chiamavi Francesco, zio. Eri “Checco” per me, che ero “piccino”. Ti ho intravisto l’ultima volta quando ancora ero troppo lontano dalla vita per capire l’importanza del tempo e delle persone e ho cominciato a cercarti quando già sapevo dove fossi. Ricordo da piccolo le rare volte in cui andavamo a Lecce per riavvicinarci a un mondo per te perduto. L’estate, come sempre, era il momento dell’anno in cui ci vedevamo. La tua presenza era, però, sempre incerta e fugace; lavoravi. Quando ti fermavi a pranzo con noi, mi dedicavi molto del tempo di cui i bambini,come me, avevano bisogno. Non faccio, difatti, fatica a ricordarlo magico, e nel farlo inizia a travolgermi una triste atmosfera per qualcosa di remoto. E tutte le volte che penso ai miei pomeriggi leccesi, ciò che rivivo sono le nostre passeggiate al di fuori dal mondo. Ogni giorno in cui eri presente mi portavi con te a gettare l’immondizia nei bianchi cassonetti che si trovavano alla fine del viale in cui mia nonna abitava.

I lati della strada erano decorati, per me, da tante more selvatiche che lì crescevano rigogliose. Come le tue storie. Me ne raccoglievi sempre alcune, lo ricordo. Le mangiavo senza guardarle, una dietro l’altra, perché il loro sapore era arricchito dal tuo gesto spontaneo e dalle tue parole che fiorivano, passo dopo passo. Queste mi parlavano di strane creature che si celavano tra i rifiuti, pronte a divorarmi dopo aver girato l’angolo. Mi facevi ridere,e tu lo sapevi bene. Le paure mutavano in sorrisi e in una stretta di mano più salda. Tanto più i mostri ci erano vicini, i tuoi e i miei, tanto più le mani sudavano, strette. A un tratto, al termine del viale, al nostro sguardo si offriva un grande campo di grano arso dal sole di Agosto. Le spighe erano alte, quasi più di me. La libertà e la natura erano separate da un muretto a secco quasi invisibile. Il cielo era limpido e chiaro, tale il tuo sguardo. Mi era proibito aprire i due bianchi cassonetti. Me lo proibivi tu.

All’improvviso la busta nera cadeva, abbandonata da una mano che allentava saggiamente la presa. Il viaggio era finito in un istante, i mostri scomparsi dopo un acuto momento di terrore. Chi sa quanto altro tempo avrei dovuto aspettare ancora perché la busta si riempisse di nuovo. Mi facevano così sorridere le tue barzellette e i tuoi strambi indovinelli che riecheggiavano nelle nostre passeggiate.

Tuttavia, quanto mi mancano quei momenti che ora mi sembrano così reali, quando per molto mi hai illuso di possedere una “polverina magica” con cui speziavi la frutta che mi tagliavi a piccoli pezzi. Ne andavo matto io, il mistero mi attirava più del reale sapore. Ogni pomeriggio i tuoi gesti così fugaci per nascondermi il contenitore della polvere. Cercavo, però, di indovinare cosa fosse ripetendo quei pochi nomi di spezie che conoscevo. Era cannella. Lo scoprì un giorno in cui al posto tuo, fu mio padre a prepararmi la frutta. Chiesi io quale fosse quell’ingrediente segreto, ed ebbi da lui una magra e violenta risposta: “è cannella”. Non avrei, invece, mai voluto scoprirlo.

Mio padre sapeva di questa tua storia. Uno squarcio nei ricordi, una falla. Non ci sei più. Faccio mente locale. Non riuscivo a leggere la tristezza nei tuoi occhi scuri, ero ancora troppo basso per osservarti faccia a faccia; forse fingevi mentre eri ancora qui.

Ora ricordo. Ricordo. Mia nonna, tua madre, si trasferì in città. Quel momento coincise per me con la fine dei nostri viaggi. Ricordo quando divenni troppo grande per le nostre storie e per la tua naturale simpatia. Mi trattavi già come un adulto. Chissà cosa ti fosse successo, forse pure i tuoi piedi che avevano fino ad allora sfiorato la terra erano diventati troppo pesanti. Anche tu ti eri reso conto del mondo circostante e delle sue sorprese. Ricordo la delusione nei miei gesti mentre al posto del viale di campagna vi era una trafficata strada cittadina. Il tabaccaio al posto dei nostri cassonetti. Negozi al posto di more selvatiche.

Avremmo mai voluto ciò? Un ultimo sforzo per tornare entrambi bambini, per ricominciare a volare. Tentativo fallito. Una barzelletta volava dalle tue labbra che fumavano, un sorriso troppo leggero svaniva se alzavi la testa. Troppo veloce per essere colto, troppo per essere reale. Il tuo passo svelto era la mia morte, la tua fretta distruggeva gradatamente l’idea che di te mi ero fatto. Non ricordo con precisione da quanto tempo non ci vedevamo. Forse da una di quelle calde estati in cui ancora ero un bambino per te, un amico. Le tue discussioni con mio padre, tuo fratello, erano forse rare, ma non per questo prive di rancori nascosti e di parole soppresse. Mi sono voltato e a un tratto tu non c’eri più, ma il mondo era ancora lì. Cerco di ricordare altri tuoi particolari, altre realtà da poter raccontare. Un ricordo di te immerso nei tuoi pensieri riaffiora, mi avvilisce. Sono confuso.

Ora so che è stato difficile nascondere un passato come il tuo, la malinconia ti avvolgeva. Non posso, perché non so, ricordare quando la tua vita si sgretolò, distrutta da una mano che, inavvertitamente questa volta, aveva allentato la presa. Mio padre mi disse una sola frase, celando decenni di sofferenze, di discussioni, di proprietà cedute, evitando lo sguardo di decenni in cui una famiglia aveva perso continuamente, concentrandosi in una sola afflitta persona, la tua.

In una frase c’era la vita. In una frase c’era la morte. Nel pronunciarla lo sguardo triste di tuo fratello.”Zio Francesco non sta bene, è in ospedale”.

Non ci sono più quei cassonetti bianchi, il campo è stato arato troppo tempo fa. La fertilità si cela sotto uno scudo secco e duro di terra. Non cresce più grano da quelle parti. La villa, venduta, ha perso ormai la tua fragranza di tabacco e le tende che al vento si muovevano emanando una limpidezza che sapeva di pulito sono state accantonate e dimenticate. Nel viale le tue barzellette ei tuoi sorrisi ancora aleggiano se ritorno a percorrere quei passi. La casa di tua madre, ultimo baluardo di un tempo, è vuota.

Mia nonna è rimasta sola in un mondo che l’ha travolta e l’ha abbandonata. Non si trova più bene. Recentemente sono andato da lei, non ti ha dimenticato. Lei è pur sempre una madre, e le madri non condannano i propri figli. Mai.

Zio, forse in quelle passeggiate e tra le storie che mi narravi cercavi una via d’uscita da questa vitache ti ha ingannato. Sognavi un’altra realtà, sogno che in me hai posato. Avresti voluto tu essere inme, nella sicurezza della mano che ti stringevo con tanto affetto, la stessa che ha stretto la propria- vita fino all’ultimo attimo. Avresti voluto che io non sbagliassi e me lo insegnavi quando mi proibivi di aprire i cassonetti, quando mi nascondevi che cosa fosse la “polverina magica”. Dovevo fidarmi di te.

Quando la disgrazia è avvenuta, io ho pregato ogni giorno per te, prima di dormire. Sempre, contuo fratello accanto a me che, ignaro, lamentava la luce accesa. Che strano, sai, dire “tuo fratello”.

Ma non posso dire che tu sia stato uno zio per me, ti ho visto troppo poco per essere considerato tale. Ti stupirà, ma sei stato un padre quelle poche volte in cui ti vedevo e tu mi concedevi il tuo tempo. Sei stato un amico, un bambino che con me giocava spensieratamente. Sei stato un sognatore perpetuo, come me. E sai, ora che mi guardo allo specchio, con gli occhi rossi fissi nei tuoi, ora che mi osservo meglio sfiorandomi il viso e le guance bagnate, non trovo cosa più bella di sapere che, in fondo, tu esisti in me. E ritrovare un tuo tratto particolare nascosto tra i miei altri tratti è ciò che mi fa sorridere e mi fa fantasticare come quando, a ridosso dell’autunno, raccoglievi per me le more e mi minacciavi.

“Ti lascio lì, sai?”

Lì, accanto a due cassonetti bianchi, con un infinito campo di grano riarso dinnanzi a miei occhi.

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