Parco dell’Alta Murgia: no al selecontrollo per i lupi

Le emergenze del Parco non possono essere affrontate mettendo a rischio le specie, come i lupi, tornate dopo mezzo secolo a ripopolare la Murgia

Delegazione dei presidenti Coldiretti BARI BAT con il presidente del Parco Tarantini
Un momento dell'incontro di ieri tra Coldiretti e il presidente del Parco dell'Alta Murgia

Il Parco dell’Alta Murgia come grande filiera agro-alimentare. L’analisi non è un orizzonte di speranza ma la presa d’atto, in dettaglio, di una realtà viva. Nel Parco operano 6.298 imprese agricole, 127 di trasformazione, circa 5000 unità di addetti di cui 3000 operano nelle fasi agricole, 1000 in quella industriale e 1000 nella terziaria della filiera lattiero-casearia.

Questa realtà è però sempre più minacciata dagli attacchi di cinghiali e di lupi, ma anche dai rifiuti abbandonati, e la Coldiretti chiede di ripensarne la governance. Lo ha fatto ieri in un incontro con il presidente del Parco Francesco Tarantini. La delegazione dei presidenti di Coldiretti di Altamura, Spinazzola, Minervino, Poggiorsini, Santeramo e Corato ha raggiunto un primo obiettivo: l’impegno a fare in modo che il Parco diventi un laboratorio di sviluppo della multifunzionalità agricola, che valorizzi innanzitutto il protagonismo delle collettività in particolare -auspica Coldiretti- attraverso la partecipazione degli agricoltori nei consigli di gestione delle aree protette.

Tuttavia, dopo anni di attese, rimaste tali, che il Parco potesse ripopolarsi di specie quasi del tutto scomparse, come i lupi, non è pensabile, oggi che questa specie torna a ripopolare la Murgia, di ridurne la presenza eliminandola. La presenza del lupo è un valore aggiunto per il Parco, che potrà mostrare il suo potere di attrazione quando si intensificheranno i programmi di fruizione turistico-ambientale-culturale del territorio dell’Alta Murgia.

Eppure nel comunicato diramato da Coldiretti non si fa distinzione tra le specie da sottoporre al cosiddetto selecontrollo -parola asettica che nasconde l’idea della eliminazione fisica dell’animale- e dunque è reale il rischio che si possa tornare ai tempi bui dell’indiscriminata caccia agli animali del Parco. Il selecontrollo per i cinghiali potrebbe forse risultare efficace ma adottare questa misura estrema per i lupi significherebbe fare violenza alla natura e alla cultura.

“E’ emersa l’inefficacia del sistema di cattura della fauna selvatica con le gabbie che il presidente Tarantini ha intenzione di sostituire con il selecontrollo –ha infatti commentato Savino Muraglia i risultati dell’incontro con il presidente del Parco–. Così come per contrastare la questione dei rifiuti abbandonati nelle campagne, la nuova governance del Parco sta predisponendo un sistema di controllo con telecamere e guardiania. C’è poi da affrontare congiuntamente e tecnicamente la possibilità di bruciare le stoppie ”.

Il selecontrollo è un tipo di caccia selettiva esercitato da cacciatori appositamente formati per realizzare il contenimento di specie con presenza territoriale in esubero rispetto alle risorse del territorio. Tuttavia non è questo certamente il caso dei lupi, di cui tra l’altro manca un aggiornato censimento. Il comunicato di Coldiretti lascia purtroppo notevoli dubbi sulle misure che verranno adottate per fronteggiare i problemi che il Parco deve saper risolvere senza mettere a rischio il proprio patrimonio vitale.

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