“Non sapevo che il mare fosse salato”: incontro con i figli del mare

Abbattere i muri fisici e ideologici percorrendo quella strada della tenerezza e dell'attenzione verso gli altri.

Corato: Presentazione del libro
Presentazione del libro "Non sapevo che il mare fosse salato".

«Ci hanno letteralmente lanciati dentro una barca… quattro giorni di viaggio, niente acqua, niente cibo, ad un certo punto ho bevuto acqua di mare, non sapevo che il mare fosse salato». È lo stralcio del racconto di viaggio di Festus, uno dei cinque giovani protagonisti delle storie raccolte da don Nandino Capovilla e Betta Tusset nel libro che prende il titolo proprio dalle sue parole “Non sapevo che il mare fosse salato” (Paoline).

Con la prefazione di Mons. Francesco Montenegro, arcivescovo metropolita di Agrigento, presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (Cei) e 2015 presidente della Caritas Italiana, il libro è stato presentato a Corato sabato 11 novembre in due momenti distinti: un primo incontro mattutino presso il Liceo Artistico, il secondo all’interno della Biblioteca Comunale M. R. Imbriani, organizzato dal Presidio del Libro e dal Punto Pace Pax Christi di Corato, in collaborazione con alcune Associazioni dell’Interassociativo Rete Attivaquali Agorà 2.0, ARCI, Centro Aperto Diamoci una Mano, CICRES e Harambé.

Assieme agli autori, don Nandino Capovilla, parroco a Marghera (Venezia), già coordinatore nazionale di Pax Christi Italia dal 2009 al 2013, e Betta Tusset, laureata in lettere moderne, il ventenne Amadou che ha raccontato la sua esperienza di fuga dal Gambia e la sua concreta testimonianza di incontro ed accoglienza in Italia. «Ho una domanda ma prima voglio abbracciare Amadou» è la frase pronunciata da una studentessa del Liceo Artistico durante l’incontro mattutino, divenuta simbolo di amicizia e fratellanza, percorrendo quella strada della tenerezza e dell’attenzione verso gli altri, centro degli insegnamenti di don Tonino Bello.

Sala gremita e atmosfera famigliare, l’incontro in biblioteca, moderato da Angela Paganelli (Punto Pace Pax Christi di Corato), è stato inaugurato dall’invito di don Nandino alla platea di compiere il gesto del “come stai”: stringere la mano al proprio vicino per ricordarci di guardarsi sempre attorno per non vivere come isole ma per conoscersi e scoprirsi l’un l’altro.

«Voi ci dite di tornare a casa nostra. È semplice, se volete che le cose siano pari, invece di fabbricare armi e di portarle nei nostri paesi, potete fare di meglio: utilizzare quel denaro per aiutarci veramente, così possiamo restare a casa nostra» è lo sfogo schietto e sincero che apre il video documentario “Fuori Onda” di Piero Fontana e Nandino Capovilla. Registrato a Lampedusa, il docufilm sull’accoglienza, proiettato durante la serata e tratto proprio dal libro “Non sapevo che il mare fosse salato” di Capovilla e Tusset, è una forte e toccante testimonianza dei viaggi del terrore e della speranza dall’Africa all’Italia attraverso il Mediterraneo, un mare che accoglie vite per cui però non è placenta ma spesso diventa tomba, vite in cerca di una rinascita che affidano il loro destino alla balia delle onde. Un mare che porta sulle nostre coste figli di chi li invita a fuggire senza sapere dove, giovani fratelli dei “nostri” figli, con la stessa voglia di trovare un posto nel mondo di tutti i loro coetanei, figli del mare, con il cuore solcato dalle ferite del passato e gli occhi puntati al futuro.

Amadou (dal Gambia), Festus (dalla Nigeria), Moussa (dal Mali), Ousain (dal Senegal) e Mady (dal Burkina Faso) hanno raggiunto fortunosamente il nostro Paese per sfuggire a guerre e povertà e si sono visti spalancare il cuore e le porte della “Casa di Amadou”, la canonica di don Nandino e di cinque donne e mamme che si prendono cura di loro aiutandoli a vivere una vita più dignitosa. Diverse sono le denominazioni che siamo soliti dare a questi volti stranieri provenienti da terre lontane e sconosciute: profughi, rifugiati, migranti, ma questi ragazzi sono semplicemente figli del mare che, nel libro, raccontano le loro storie in prima persona, alternate ai pensieri e alle riflessioni di don Nandino e delle cinque donne, tra cui l’autrice Tusset.

Oggi sono ventenni, studiano e si impegnano, ma il viaggio per molti di loro è iniziato quand’erano ancora minorenni o poco più che adolescenti, e sono stati costretti a crescere e maturare in fretta. Come Festus che ha conosciuto il mare a bordo del gommone che lo ha portato in Italia e che, sfiancato e disperato ha pensato di dissetarsi bevendo acqua di mare, «non sapevo che il mare fosse salato». Ha lasciato alle sue spalle la Nigeria e l’inaudita violenza che il 14 aprile 2014 ha cancellato le vite della mamma e della sorella, fra le 71 vittime dell’esplosione di una bomba a Boko Haran. Nel nostro Paese ha iniziato a riacquistare un pezzo della sua dignità tornando in parte ad essere quello che era prima, un cantante rapper.

Come Mady che dal Burkina Faso ha attraversato a piedi il deserto, vincendo lo sconforto, è scappato dai blocchi militari in Libia per imbarcarsi sul gommone senza autista con cui è arrivato a Lampedusa. «Eravamo 119, stretti come sardine. Qualcuno è morto accanto a me e abbiamo dovuto gettare i corpi in mare perché in certe situazioni non hai scelta e sei costretto a fare cose che non avresti mai immaginato». Ha pensato di non farcela Mady, perché «vedere la morte può fare impazzire» ma ha trovato la forza di resistere, incitato anche dalle poche ma forti e materne donne, molte delle quali incinte, presenti sul barcone che, con la preghiera, riuscivano a tranquillizzare i “fratelli”.

«Non sono un pericolo ma sono in pericolo» dice Papa Francesco di questi figli del mare con le cui storie Capovilla e Tusset, nelle pagine di “Non sapevo che il mare fosse salato”, vogliono testimoniare che è possibile creare spazi di rispetto, occasioni di conoscenza e incontro credendo che sia importante andare oltre anche con le istituzioni, abbattendo i muri fisici e ideologici dell’Europa.

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