Nicola Pice, all’Oriani una lezione sulle donne di aristofane

Nel progetto scelto per l’anno scolastico del Liceo Classico circa il tema della donna, è prevista una serie di incontri con relatori esterni.
Nicola Pice, protagonista dell’appuntamento svoltosi ieri a partire dalle ore 18, presso l’agorà Felice Tarantini, ha affrontato il tema della donna nella commedia di Aristofane attraverso la Lisistrata e le Ecclesiazuse (Donne a parlamento). Si tratta di due commedie di Aristofane, poeta greco del V secolo a. C.
Nicola Pice già docente di latino e greco presso il Liceo Classico Sylos di Bitonto è stato sindaco di Bitonto e ora scrive anche testi di greco per i licei.
L’evento “Regine, schiave, madri, guerriere: Storie di donne” è una lectio magistralis dal titolo “Le donne in Lisistrata ed Ecclesiazuse: lo spazio scenico come spazio sociale delle donne”.

“Per le donne è più decoroso rimanere dentro casa che vivere fuori, per l’uomo invece è più vergognoso rimanere dentro casa che impegnarsi nelle cose di fuori”.
Scrive così Senofonte nel suo “Economico”.
Casa, infatti, equivale a silenzio e il silenzio per la donna rappresenta un preciso spazio entro cui svolgere le sue mansioni.
La casa è separata dal mondo fuori, diventa emblema di sicurezza e certezza, soprattutto per l’uomo. Così, nella scena del teatro greco, la donna è protagonista di un’opera intitolata “silenzio”. Uno spettacolo senza parole, che rispetta la netta distanza tra casa e mondo, tra uomo impegnato negli affari fuori e donna vincolata dalle sue mansioni quotidiane.

Anche Vernant legava lo spazio domestico alla connotazione femminile. Il silenzio della donna è infranto solo nel momento in cui la donna conquistava un altro spazio e per farlo, doveva acquisire la facoltà della parola.

L’evasione dal privato e l’accesso alla parola sono percorsi culturali complementari, sebbene viaggino parallelamente senza incontrarsi.
“Fuori dalla porta di casa” il silenzio è automaticamente rotto, la donna acquisisce la parola e un nuovo spazio.
La donna può parlare, tuttavia, solo come sacerdotessa, come dea, come sposa e non come donna nel suo significato a sé stante.
Aristofane effettua la dislocazione della donna. Per farla parlare, deve portarla fuori, in città con gli uomini e motivarne lo spostamento. Lo spazio scenico, il più delle volte, equivale allo spazio politico con il preciso significato di realizzare un programma narrativo funzionale a ciò che le donne devono fare.
A questo punto, le donne portano nel nuovo spazio, le mansioni a cui si dedicavano nell’ambiente domestico. La tessitura, prima di tutto, la cui lavorazione è metafora della soluzione dei conflitti e problemi sociali.
Anche la maternità che prima rappresentava un motivo in più per rimanere fuori dalle questioni sociali, ora diventa il motivo principale per cui le donne possono sentirsi cittadine.
La grande capacità di amministrare la casa è metafora di grande caparbietà circa la custodia del denaro, in quanto impedisce all’uomo di impiegarlo nell’organizzazione delle guerre.

“Come lana grezza è necessario pulire l’unto delle nostre città, abbattere i muri e accogliere gli stranieri per creare una società pacifica che preveda anche un miscuglio di popoli che sappiano convivere tra loro”. Un’utopia quella delle donne della Lisistrata, una verità piuttosto fuori contesto per la concezione di pòlis degli uomini, ma altrettanto profondamente attuale.
“Finchè il privato non sarà portato nel pubblico, finchè la tecnica della tessitura non sarà applicata alle relazioni umane, finchè tutto non sarà di tutti, soprattutto in termini di valori, il sistema democratico continuerà ad essere in crisi”. (Cremete e Prossagora- Aristofane).

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