Municipale Balcanica fra energia ed evoluzione – INTERVISTA

La musica vitale della band terlizzese in Piazza Cesare Battisti in occasione del 40° carnevale coratino

La Municipale Balcanica al 40° Carnevale coratino

Si è conclusa con l’energia travolgente tipica della band terlizzese della Municipale Balcanica la festosa domenica del carnevale coratino, distintasi dal fil rouge della “cultura e tradizione” che ha caratterizzato la 40esima edizione di questa festosa e tradizionale manifestazione.

A salire sul palco di Piazza Cesare Battisti, il gruppo composto da Nico Marziale, Raffaele Piccolomini, Michele De Lucia, Giorgio Rutigliano, Paolo Scagliola, Raffaele Tedeschi, Armando Giusti, Giacomo De Nicolo, con la collaborazione di Adriano Palmieri e Luca Abbattista, che da 16 anni fa del dualismo fra tradizione ed evoluzione la base fondamentale di uno spartito che si arricchisce e si colora di contaminazioni musicali ed espressive.

La Municipale Balcanica fonde e mescola perfettamente il calore della tradizionale banda da giro ai virtuosismi sinuosi e cangianti della musica dei paesi dell’Est, dando vita ad una musica in continua evoluzione, un viaggio in divenire fra energiche e vitali sonorità in cui convergono, come emblema di una necessaria contaminazione e convivenza, tradizione, groove, klezmer, rock e jazz.

Facendo ballare e saltare la piazza, proponendo brani del proprio repertorio già noti ad un pubblico che si è lasciato trasportare dai ritmi frenetici, quella del carnevale è stata anche occasione per la Municipale Balcanica di presentare anche alcuni brani tratti da “Night ride”, primo album di inediti, pubblicato lo scorso 21 settembre 2018.

«Diversamente dagli altri album – spiega il vocalist Raffaele Tedeschi – in “Night ride” non abbiamo inserito brani tradizionali. Negli album precedenti, infatti, raccontavamo attraverso la musica anche il viaggio culturale che stavamo compiendo. Ad esempio, dopo esser stati in Macedonia e aver collaborato con musicisti macedoni, abbiamo fatto nostro, inserendolo nel nostro repertorio, anche un pezzo di musica macedone. Ora, dopo 16 anni di carriera, abbiamo instaurato una complicità tale con il pubblico che è cresciuto con noi che non c’è più bisogno di un percorso guidato, abbiamo capito che non dobbiamo più spiegare nulla, raccontiamo quello che siamo e quello che ci piace suonare anche se i pezzi proposti sono diversi da quelli che solitamente ci si aspetta da noi».

Cosa caratterizza “Night ride”?

I brani di questo nostro ultimo album mantengono molto della nostra energia ma contengono delle storie che abbiamo cercato di raccontare nella maniera più profonda possibile. Sono vere e proprie scene cinematografiche che, stranamente, alla fine della lavorazione, abbiamo scoperto avere come fil rouge la notte. Noi, che abbiamo sempre raccontato atmosfere solari, gioiose e vitali, abbiamo scoperto di aver fatto questo album con storie che si intrecciano nella notte, storie d’amore ma anche riflessioni, spesso amare, di chi è rimasto da solo nella notte.

Con molta ambizione, abbiamo preso ispirazione dal pittore Marc Chagall e dalla sua storia, dai colori dei suoi dipinti e la sua passione per i musicisti. Ci siamo lasciati ispirare anche dall’est Europa della Transilvania raccontando la storia di un vampirello che cerca di dimostrare come non ci sia solo oscurità e un aspetto quasi negativo nella notte, pretesto per noi per raccontare e sdoganare gli stereotipi di cui spesso ci ritroviamo ad essere vittime. La notte è anche complice di atmosfere, situazioni ed emozioni bellissime che abbiamo cercato di dipanare in questo album.

Cosa significa suonare in una occasione festosa come il carnevale coratino?

Siamo molto legati alla città di Corato ed esibirci in occasioni di festa per noi è importante, è alla base dello studio e della crescita intrapresa imparando proprio dalle culture dell’Est. La festa non è il momento della baldoria, ma quello in cui la comunità confluisce nella piazza, la riempie e si ritrova, è occasione di vera catarsi in cui ci si guarda negli occhi, si mostra all’altro ciò che si è. La festa è il momento in cui si raccolgono le energie della comunità e ci si offre all’altro come occasione di vera ricchezza.

Perché lo sguardo rivolto all’Est?

Nel nome della nostra band abbiamo inserito l’aggettivo “Balcanica” come tributo a quello che è stato il nostro primo sguardo al di fuori della nostra formazione accademica. Provenivamo da percorsi di studio fatti al conservatorio, la nostra conoscenza musicale era prettamente di origine occidentale. Verso la fine degli anni Novanta, molte sono le persone che, fuggendo dalla guerra dalla ex Jugoslavia, hanno trovato la loro nuova casa nel nostro paese. Grazie all’incontro con i migranti abbiamo scoperto un modo diverso di suonare gli strumenti che stavamo imparando a suonare nella banda di paese, quindi con un suono più preciso possibile. Strumenti che, nella loro cultura invece, assumevano suoni più fluttuanti e cangianti e che ci hanno fatto capire che non c’era un solo modo di suonare. Quindi, il tributo a quel primo sguardo che ci ha fatto scattare la curiosità e ci ha fatto capire che bisognava viaggiare e guardare fuori dai propri confini e fuori dal rigore spesso imposto nei percorsi musicali accademici.

È questa curiosità che fa della vostra musica un sound in continua evoluzione?

Il nostro punto di partenza è la tradizione che deriva da quella che è stata la nostra gavetta nella banda del paese. Unendola alla curiosità di osservare, scoprire, conoscere e imparare le musicalità di diverse culture, prende forma quel viaggio che da 16 anni non si è mai interrotto ed è in continua evoluzione. L’Italia è un ponte per l’Est, è una terra accogliente e capace di sperimentare, di vivere la propria natura e la propria tradizione ma in maniera viva e vivace. Nel momento in cui la tradizione si sclerotizza e diventa una liturgia stanca rischia di diventare la parte peggiore del folklore. La formula giusta, che dovrebbe funzionare per ogni artista, è sentire la tradizione appartenerci al punto da non tenerla chiusa in una teca ma da lasciarla vivere e permetterle di farsi contaminare da tutto ciò che accade nel resto del mondo.

Qual è l’ambizione della vostra musica?

Cerchiamo di trasmettere l’invito a vivere la comunità, vivere se stessi, raccontare la propria storia e osservare senza pregiudizi, andare incontro all’altro. Il ritmo scatenato, che spesso ci piace suonare, ambisce a far scattare quella complicità fra estranei che si ritrovano fianco a fianco, ricordando loro che facciamo tutti parte di una comunità. Il vero momento di festa non è l’esibizione dell’artista ma la capacità della musica di fare da catalizzatrice per le energie di ogni singolo spettatore che diventa parte integrante dello spettacolo.

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