“Medea per strada”, intervista esclusiva a Elena Cotugno

Con la sua esemplare interpretazione prende per mano gli spettatori portandoli in una realtà cruda e vera. La rappresentazione, valevole come terzo appuntamento della stagione teatrale Teatro Pubblico Pugliese, è stata ideata da Fabrizio Sinisi con l'egregia regia di Gianpiero Borgia

Medea per strada di Gianpiero Borgia
Medea per strada di Gianpiero Borgia

Un pubblico di sette spettatori. Si parte dall’ ingresso del Teatro Comunale di Corato. Il freddo pungente che filtra dalle fessure dei finestrini non frena affatto la curiosità del piccolo pubblico seduto sui sedili di un vecchio pulmino. Ed è proprio lì che si svolgerà lo spettacolo di “Medea per strada” messo in scena dalla dinamica Elena Cotugno, che con la sua esemplare interpretazione prende per mano gli spettatori portandoli in una realtà cruda e vera. La rappresentazione, valevole come terzo appuntamento della stagione teatrale Teatro Pubblico Pugliese, è stata ideata da Fabrizio Sinisi con l’egregia regia di Gianpiero Borgia.

Medea è una bellissima ragazza dai lunghissimi capelli neri, viene dall’Est e conosce la realtà del mondo che la circonda, la realtà del mondo da cui proviene e quella in cui è stata costretta ad insediarsi. Soprattutto conosce gli uomini, nel loro essere più fragili e solitari, quando abbassano i pantaloni e le difese. Perchè Medea, questa Medea è una rumena, lavora sulla strada, di notte.

Medea per strada”, riprende fedelmente la storia della Medea di Euripide, tuttavia Borgia compie la mirabile impresa di attualizzarla, regalando ai suoi spettatori un viaggio sui sentieri della migrazione e della prostituzione.
Medea sale sul pulmino, siede, ascolta musica, canta in rumeno. Inizia a chiacchierare con i suoi “compagni” di viaggio, si lamenta delle carenze dei trasporti, instaura un dialogo con gli spettatori, fino ad approdare ai racconti della sua infanzia. Bucarest, il padre insegnante, il rifugio nella campagna rumena. Poi, la fuga verso l’Italia, con una valigia piena di speranze e sogni. L’incontro con un amore, che promette tanto, ma mantiene poco.

Una giovinezza vissuta tra frustrazioni, fughe, violenze, sogni infranti che hanno reso la protagonista un’accanita nei confronti della vita. Medea non ha paura di niente e di nessuno, lo urla mentre il furgoncino si ferma sulla ex statale 98. Avida nell’animo, ha maturato in sé un orgoglio che però non conosce dignità. Si lascia andare agli uomini approfittatori, sembra che non abbia nulla da perdere, finchè non incontra l’amore. Un Giasone dai capelli ricci e rossi, con cui ha due splendidi bambini. Ma presto anche i suoi sogni di donna e madre saranno distrutti e il finale di questa triste vicenda corrisponderà perfettamente a quello euripideo.
Violenza cieca e vendetta crudele, atto velleitario di chi sceglie la distruzione altrui non avendo più una vita da vivere.

Quali sono le analogie e differenze tra la Medea del mito e la Medea attuale dello spettacolo di stasera?

Di Medea originale abbiamo preso la storia, quella di una straniera che si innamora di un uomo che la porta via dal suo paese di origine, e lascia la famiglia. Nel mito classico questo uomo è Giasone, dal quale Medea ha due figli, ma quest’uomo la tradisce, sposandosi con un’altra donna. Nel mito vediamo Medea che uccide i propri figli e la sposa del suo uomo.

Nella nostra Medea, la protagonista è una rumena, sottoposta allo sfruttamento a scopo sessuale e alla schiavitù. Arriva in Italia con la speranza di una vita e un futuro migliore. La differenza è che per rincorrere questa speranza, lei si ritrova sulla strada.

Come sei riuscita ad incarnare il personaggio che interpreti?

Attraverso tanto studio e tanta osservazione. Abbiamo collaborato con le associazioni che portano assistenza legale, psicologica, medica alle ragazze che si lavorano sulla strada. In ogni città contattiamo le associazioni di riferimento. Siamo partiti proprio da Corato, Trani, Barletta e la prima associazione con la quale ci siamo interfacciati è la cooperativa Oasi 2 di Trani. Ci hanno permesso di accompagnarli nelle operazioni di strada e abbiamo osservato il fenomeno da vicino. Ho concentrato la mia attenzione sulle ragazze, facendo delle operazioni di strada con loro per assimilare le caratteristiche dell’ambiente, su come si rapportavano agli operatori di strada e ho fatto un transfer su questo personaggio, assumendone l’accento, le movenze, le caratteristiche culturali. Di qui ho colto anche le più piccole sfumature, dopo un lungo lavoro di osservazione.

Come compagnia abbiamo un approccio molto sincero al personaggio e al materiale, cercando di farlo nostro, di trovare la strada di “diventare” quel qualcuno, non imitarlo. Questo è possibile se incarni totalmente le emozioni e tematiche proprie di quel determinato contesto. In questo caso della strada, della schiavitù. È come pensare prima al contenuto che al contenitore che gli dà forma.

Dal punto di vista drammaturgico come reagiscono gli spettatori che vengono trasportati in una forma di spettacolo alternativa?

Dal punto di vista dell’esperienza, l’intero progetto suscita un grande interesse negli spettatori, poiché prendiamo il pubblico e lo facciamo salire su un furgone che gira per il paese. È un’esperienza immersiva, in linea con i tempi. Oggi c’è una voglia di vivere quello a cui si assiste. I tempi sono cambiati e il pubblico è cambiato. Il teatro ha subìto tanti cambiamenti nel corso dei secoli e sicuramente ora sta attraversando un nuovo cambiamento, perchè si adatta alla società e racconta delle storie affrontando delle tematiche civili e sociali. Però il pubblico cerca anche quella scossa in più. Per questo prendiamo gli spettatori e li portiamo lontano dalla comodità della poltrona del teatro, in un mezzo di trasporto scomodo. Ha un grande impatto. Dopo lo spettacolo c’è sempre un momento di confronto, lo spettatore si ferma, si interroga, fa domande, questo è molto importante perchè fa in modo che la gente si fermi a riflettere. È come se dominasse la consapevolezza che si è abituati a sapere, ma di non poter far nulla. Voglio rompere questi schemi, facendo in modo che si tocchino con mano realtà come questa.

Le donne di Euripide sono spesso carnefici, vediamo le Baccanti, Clitennestra con Agamennone e la stessa Medea. Sono così perchè soffrono per i loro uomini sempre impegnati nelle loro guerre, che li portano lontano da casa o a tradirli. La Medea che interpreti tu è più vittima di questi tradimenti e e questa condizione di vita triste, oppure più carnefice e vogliosa di vendicarsi?

È molto interessante chiedersi in una guerra chi è la vittima e chi è il carnefice. La guerra esiste da sempre e nel corso del tempo ha assunto forme diverse. Oggi anche le donne vi partecipano. Il gesto che compie Medea alla fine non è razionale. Il mio maestro di teatro diceva sempre che non si può recitare Medea, è chiaro che l’interpretazione deve essere “soggettiva” altrimenti si impazzisce. La nostra Medea vuole semplicemente aprire gli occhi su possibili conseguenze che possono derivare dalla non conoscenza dell’esistenza di queste realtà. Oggi nelle nostre case entrano notizie di uccisioni tra figli e genitori, è un argomento all’ordine del giorno, noi vogliamo mettere un accento, focalizzare l’attenzione. Non posso dire se è vittima o carnefice, perchè sarebbe come dare un giudizio su un personaggio, e questo un attore non deve farlo mai. Sarebbe anche giudicare fenomeni che oggi accadono e hanno infinite dinamiche, che provengono da un effetto domino. Noi vogliamo arrivare all’origine di questo effetto domino, che è all’origine delle guerre e delle uccisioni, tradimenti. A ritroso si scoprono le motivazioni.

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