Marcello Introna, il veterinario scrittore – Intervista

Conosciamo l'autore di "Castigo di Dio" che sarà a Corato il prossimo 16 maggio

Corato ospita l'autore Marcello Introna
Marcello Introna

“Fra le righe” è la rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale Forum degli Autori di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società, creando un filo diretto col lettore.

di Mariella Sivo

Ho conosciuto lo scrittore barese Marcello Introna a Bisceglie nel 2016, in occasione della rassegna Libri nel Borgo Antico. Allora mi diede l’impressione di un serial killer dallo sguardo torvo, minaccioso, ma in realtà è un simpatico veterinario, un sociopatico dal cuore d’oro e dal talento letterario di importante caratura. Come veterinario appartiene a quella particolare tipologia di medici ai quali la competenza e la professionalità non bastano, deve andare oltre. Per carattere, per senso di giustizia, per passione, caratteristica, questa, che lo rende assai speciale.

È anche autore e sceneggiatore televisivo, con alle spalle una esperienza attoriale, nel 2000, con Sergio Rubini nel film “Tutto l’amore che c’è”. Come autore ha esordito col romanzo “Percoco”, su Franco Percoco, primo polistragista familiare della storia vissuto a Bari negli anni ‘50.  Attualmente è in libreria con “Castigo di Dio”,

un romanzo storico con due grandi protagoniste assolute: la Storia, che interviene nella giostra degli eventi con dirette responsabilità, e la Socia, un enorme caseggiato popolare fatiscente, come un macroscopico vaso di Pandora, leggendario contenitore di tutti i mali del mondo. Entrambe, viste come contenitori di umane vicissitudini.

Ho incontrato Marcello Introna nella sua casa in centro a Bari, accolta dai gatti Lucino e Romina.

Il 16 maggio prossimo, alle ore 18,30, presso la Sala Verde del Comune di Corato, lo scrittore barese Marcello Introna presenterà il romanzo storico “Castigo di Dio”, ediz. Mondadori, dialogando con Cenzio Di Zanni e con me, in una serata patrocinata dal Presidio del Libro, in collaborazione con il Forum degli Autori. 
Intervista con l'autore Marcello Introna

Come riesci a far convivere l’essere scrittore e veterinario?

Nella vita io non ho mai fatto altro se non soccorrere gli animali che trovavo in difficoltà, giocare a pallone e scrivere racconti, quindi, la difficoltà sta, semmai, nel riempire il tempo che mi rimane, perché non mi piace quasi niente, sono un pigro, un indolente. A volte, pur avendo da fare, rimango seduto, immobile davanti al PC a guardare scemenze su Youtube, con l’ansia che mi sale, perché so che devo fare quelle cose e non le faccio.

È più faticoso il lavoro del veterinario o dello scrittore?

Se sbagli un racconto ti diranno che sei ciuccio, che non sei bravo a scrivere. Se sbagli in veterinaria hai la responsabilità di aver fatto fuori un essere vivente che, nella totalità dei casi, è un essere innocente. Quindi, è un bruttissimo pensiero.

Come e quando ti sei reso conto di essere uno scrittore?

Uno si convince arbitrariamente di essere uno scrittore. Poi, cominci a crederci quando gli altri ti riconoscono come tale. Da noi le categorie, i titoli sono cose che alla gente piacciono da morire.

Mi racconti l’emozione del primo libro pubblicato?

Il primo libro è stato “Percoco” (Il Grillo) e l’emozione fu immensa, data anche la mia totale inesperienza . All’epoca mi affidai, e fidai, totalmente al mio amico fraterno Leo Palmisano, una delle poche persone che, pur scrivendo in maniera attiva ed anche piuttosto remunerativa, è priva di invidie, ed è capace di darti sempre il consiglio giusto. Ricordo che non vedevo l’ora che tutto finisse prima ancora di iniziare. Poi, in corso d’opera, in realtà, avrei voluto non finisse mai.

Quanto si scrive, quanto contano la conoscenza diretta della vita e l’immaginazione?

Dipende da che cosa scrivi. Se scrivi ciò che cerco di scrivere io, l’esperienza

sensibile è indispensabile. Siccome penso di vivere in una società dove siamo presi in giro dai mass-media, ritengo che nei libri sia necessario rappresentare ciò che si ritiene reale. Chiaramente la realtà cambia attraverso la lente di chi guarda, la mia può essere diversa dalla tua perché guardiamo con occhi diversi. Diciamo che spero e cerco di essere il più reale possibile, perché mi pare una forma di rispetto nei confronti delle persone.

Le tue storie, i tuoi articoli sono tutti ambientati a Bari. Che rapporto hai con la tua città?

Maniacale, intimo, profondo. Bari è la mia città, il posto in cui mi trovo meglio sulla Terra. Quando sono lontano da Bari per più di una settimana mi angoscio, ho nostalgia e, quando ci torno, mi viene da baciare a terra pure la zona industriale!

Il mio problema è con i miei conterranei, perché io non sono come loro, appartengo a quella categoria ristretta di baresi educati e soffro per l’ineducazione, il menefreghismo, l’aggressività vigliacca che, purtroppo, il barese “medio” possiede.

Quando scrivi pensi a chi legge? Quale lettore speri di raggiungere?

 

No, assolutamente no. Ti rispondo citando Bukowski, scrittore che ho amato molto in gioventù perché mi sconvolgeva la sua brutale sincerità. Lui diceva che se scrivi pensando a chi ti leggerà, se scrivi pensando di assecondare il gusto del lettore o, peggio ancora, dei tuoi genitori, allora è meglio che lasci perdere.

Cosa pensi di scrittori che leggono poco?

Credo che la lettura sia una pulsione, fondamentalmente un piacere. Non credo alla teoria “non leggo gli altri per non farmi influenzare”. Non leggo gli altri perché sono vanitoso e pigro. In realtà gli altri, soprattutto i contemporanei e conterranei, vanno letti perché li devi tenere sotto controllo.

Gli incontri con altri scrittori hanno influito sulla tua scrittura?

Dal punto di vista umano, magari, l’incontro con qualcuno di loro mi ha divertito, mi ha soddisfatto. In altri casi mi ha nauseato, ma nessuna influenza da parte degli scrittori contemporanei in questo momento. Cioè, sono influenzato, ma da autori “datati”. Ho sempre apprezzato Italo Calvino, c’è anche chi si è permesso di dire che non fosse bravo. Mi piace Levi, Tondelli, Benni. Fra gli stranieri quelli per cui ho nutrito forme di venerazione sono Oscar Wilde, quando ero ragazzino, Bukowski, fino ad arrivare a sua maestà, per me il supremo, John Fante.

Tre libri che consiglieresti?

“1984” di George Orwell, “Full of life” di Jhon Fante e “Satana” di Mario Mendoza.

In che stato si trova la letteratura italiana oggi, secondo te?

Credo che la letteratura italiana, nell’ultimo periodo, sia fortemente commercializzata, debosciata, che il livello si sia molto abbassato, anche se è il livello generale in Italia che si è molto abbassato, all’università, come anche nella classe giornalistica. Dipende molto da come si è evoluta la società. Tutta questa tecnologia che dovrebbe aiutarci ad avere più tempo a disposizione, finisce per atrofizzarci il cervello. Adesso qualsiasi risposta la si cerca sullo smartphone. Penso che, purtroppo, sia un momento triste per la letteratura italiana e a questo degrado contribuiscono molto i grossi editori che puntano, ad esempio, su questi benedetti personaggi che escono dai reality, sostenuti probabilmente da un ghost writer che scrive per loro, gente che dopo sei mesi non esiste più. Questa è la responsabilità grave degli editori.

Puoi descrivermi il tuo metodo di lavoro? Orari, abitudini, riti propiziatori, luoghi eletti…

Scrivo al PC. Non ho regole fisse. Mi alzo la mattina, mi faccio la mia litrata di caffè, mi fumo le mie sigarette e mi metto a scrivere. Non faccio scalette e, se le faccio, non le rispetto. In genere, quando inizio a scrivere un romanzo, non so come ci arriverò ma ho perfettamente in mente già la frase di chiusura, il finale. Non sono metodico, anzi, sono molto sconclusionato. Mi chiudo nella mia stanza, circondato dai miei modellini, in compagnia dei miei gatti, e scrivo.

Si può vivere di sola scrittura?

Qualcuno ci riesce, io no.

Hai intenzione di dar vita alla trilogia dei vinti baresi con un terzo romanzo?

È un’idea che mi intriga, ma dovrei trovare una storia che mi sconvolga, perché io procedo per entusiasmi. Se l’entusiasmo manca, trascorro giornate su Youtube e rimando il lavoro. Sono sempre stato trainato dall’entusiasmo, il giorno in cui non avrò più entusiasmo, probabilmente, sarà il giorno prima del mio funerale.

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