Luigi Pirandello smaschera la società moderna

L'attualità immortale del genio letterario di Luigi Pirandello nella sua osservazione della società.

Luigi pirandello analizzato dal forum degli autori di corato
Luigi Pirandello.

“Fra le righe” è la rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale Forum degli Autori di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società, creando un filo diretto col lettore.

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di Antonio Montrone

Ricorrerà, tra qualche giorno, il 150° anniversario della morte di Luigi Pirandello, l’uomo di cultura che, personalmente, amo considerare, in assoluto, il più grande drammaturgo italiano di tutti tempi.

Era nato a Girgenti, in provincia di Agrigento, il 28 giugno del 1867 e morì a Roma il 10 dicembre del 1936. Tutta la sua vita, dal tramonto degli ideali risorgimentali sino al fascismo, e tutto il male di una Italia attraversata da grandi problemi sociali non risolti, da moti rivoluzionari, attese e delusioni amare, investe quegli anni.

La prima considerazione che sorge spontanea sta nel fatto che, ora come allora, quei “mali” costituiscono il cruccio della società italiana.

Pur nella feroce denuncia dell’ipocrisia, dell’apparire piuttosto che essere, dell’opportunismo e del perbenismo di facciata, Pirandello sfuggì agli schemi, ai ritratti viziati delle ideologie, alla falsa coscienza ed apparve come un uomo pieno di contraddizioni, segrete nella vita, ma esplosive attraverso le sue opere.

Fu anche però sottile umorista e, in quanto tale, amò intervenire nel processo della creazione artistica senza limitarne la spontaneità e, col proprio atteggiamento di critico e poeta, riuscì a creare una proiezione dell’immagine fantastica, uno sdoppiamento come ombra del corpo, sino a scomporre il congegno dell’immagine stessa, per analizzare come esso fosse fatto, lasciando trapelare, accanto alla irrisione o al dispetto, la propria indulgente o aspra simpatia (“Il fu Mattia Pascal”, o “Il berretto a sonagli”).

Questa necessità interiore di analizzare, di scomporre sorge dai rapporti della cosiddetta “convenienza, considerazioni di calcolo nelle quali la moralità è quasi sempre sacrificata”.

Quando poi la lotta per l’esistenza diveniva difficile, più grave affiorava, in taluni, il senso della propria debolezza  e tanto maggiore il bisogno del reciproco inganno. Insomma, simulare diventava una forma di adattamento e faceva ricadere il soggetto nella finzione, nella maschera, in forme cristallizzate, moralmente corrotte dal vivere sociale.

Secondo Pirandello la coscienza di se stessi è drammatica, perché rivela una dimensione inaspettata e sconvolgente di ognuno dei suoi personaggi, chiusa nel segreto del proprio subconscio e varia, mutevole, nel pensiero degli altri, ma artificialmente fissata dalle convenzioni.

Il suo intervento critico demistifica la falsa coscienza, la realtà apparente, la salita sul podio: l’uomo, raramente, finge in modo consapevole, volontario, con determinazione; più spesso la mistificazione ha trame sottili, coperte dalla ambiguità, dal dovere, dalle convenzioni sociali, dagli stessi affetti.

Con il passare degli anni poi, con i tempi che andavano mutando, con le metamorfosi mentali della società che, sebbene ancora oggi rimasta prevalentemente legata alla maschera pirandelliana – l’apparire piuttosto che l’essere – Luigi Pirandello viene innalzato dalla critica sul piedistallo di un approdo che cancella la sua falsa immagine di nichilista, figlio del relativismo e del pessimismo  e che ci invita a riconoscere in lui la presenza “dell’altrui pensiero”, che penetra in fondo nell’animo dei solitari.

Insomma, credo che tutti, oggi, prendendo a riferimento le sue grandi opere, in almeno una di esse, ciascuno di noi potrebbe intravedere una delle realtà da cui siamo circondati, i difetti di questa società fatta di materialismo e di effimero, di maschere e di pupi per usare una terminologia amata dal grande Pirandello.

 

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