Luigi Anelli: “Figaro” d’America

Dopo 60 anni di lontananza torna nei luoghi d’infanzia: nel suo sguardo la meraviglia di una Corato cambiata

l'Americano Luigi Anelli
Luigi Anelli con la nipote Paola Maria, figlia del fratello, la moglie e una delle figlie

Nato a Corato il 18 febbraio 1940, emigrato in America all’età di 16 anni, il signor Luigi Anelli torna, con moglie e figli, nei luoghi d’infanzia dopo 60 anni di lontananza, accolto con gioia dai famigliari.

luigi anelli (1) (1)Basta un dettaglio ed i ricordi si affacciano subito alla sua mente. Su corso Garibaldi, davanti la redazione, ha un flash del passato: «Proprio qui –racconta in perfetto italiano, indicando la scala della Chiesa Santa Maria Greca- stavo osservando alcune ragazzine intente a studiare quando una suora mi colpì con una bastonata il braccio e me lo ruppe. Avevo circa 12 anni ed ero curioso di tutto. Per timore di “prendere il resto” da mio padre andai all’ospedale da solo».

Il sig. Luigi è un fiume di parole in piena, inarrestabile nel ripercorrere la sua vita. E comincia dal principio.

«Frequentavo la scuola elementare alle suppenne di via Gravina, la classe era affollata di bambini, quasi 40».

Dopo il diploma ha iniziato l’apprendistato di garzone in una barberia: «Ero così basso che usavo un panchetto per arrivare al volto dei clienti e insaponarlo accuratamente col pennello da barba. Mi pagavano poco, cento lire a settimana, ma arrotondavo con le mance, soprattutto alle feste comandate come Pasqua, Natale e San Cataldo. A capodanno ero io a distribuire i calendari profumati da taschino, quelli con le donnine poco vestite (ride, ndr). All’inizio ho lavorato nel salone da barba di corso Garibaldi, vicino la sala ricevimenti Biancaneve, poi per diversi anni in quello nella piazza del Municipio, a fianco dell’edicola Galise. Qui c’era molta più affluenza. Eravamo quattro apprendisti. Spesso i clienti portavano in regalo frutta e verdura e il “principale” li distribuiva generosamente anche a noi. All’epoca se volevi apprendere le novità del giorno accadute a Corato bastava recarsi dal barbiere. I clienti dialogavano tra loro anche di politica, scambiandosi pareri su quanto discusso nelle sedi dei partiti fascista, comunista e democratico».

Il signor Anelli abitava in via Guicciardini, nei pressi della fontana di via Gravina: «Proprio qui ebbi un battibecco con una ragazza in fila per attingere acqua. Voleva passare avanti a me e ci fu una mezza colluttazione. Rientrato a casa, mio padre mi rimproverò. E lì ho capito che con le donne è meglio non avere discussioni».

In famiglia sette bocche da sfamare, tutte sulle spalle di papà guardia notturna e mamma casalinga. Dopo Luigi, il maggiore, c’erano altri quattro fratelli. Poche le prospettive di vita decorosa. Zio Attilio, fratello della madre, nelle sue lettere presentava “la Merica” come un Eldorado, così decisero di “espatriare” tutti insieme.

Luigi ricorda di essere salpato nella primavera del 1956 dal porto di Genova con l’Andrea Doria, il transatlantico varato nel 1951 che faceva rotta verso New York e che il 25 luglio del 1956 fu speronato ed affondato al largo Nantucket causando la morte 46 passeggeri.

«La nave beccheggiava nel mare agitato ed io stavo sempre male. Il viaggio è durato una decina di giorni», continua Luigi.

«La notte prima dello sbarco ho dormito poco. Ero curioso di vedere l’approdo nel porto. La Statua della Libertà apparve come una gigantesca sagoma scura ed indecifrabile tra le brume grigie del primissimo mattino. La città invece era uno sfavillio di luci. Mio zio, Attilio Cantatore, sventolò dalla banchina un fazzoletto bianco, come tanti altri in attesa dei loro parenti. Lo riconobbi subito tra la folla».

Una volta a terra i passeggeri furono sottoposti ad accurati controlli da parte della dogana: «Ci requisirono tutto il cibo che avevamo con noi. Era vietato introdurre alimenti perché potevano essere veicolo di malattie. Rispetto ad altri migranti, la visita medica diagnosticò il nostro buono stato di salute, quindi evitammo la quarantena.

Ci fu consegnata la “carta verde”, cioè il permesso di soggiorno valido cinque anni. Ma ogni anno dovevamo rendere conto delle nostre condizioni: residenza, lavoro, conoscenza della lingua. Se tutto era conforme alle leggi, alla scadenza potevi chiedere la cittadinanza statunitense».

Zio Attilio li accolse in casa sua e si prodigò nella ricerca di un lavoro: «Mio padre entrò come custode in una scuola, i miei fratelli ripresero gli studi elementari. Io ero un giovanotto con sei anni di pratica da barbiere e fu facile introdurmi nell’ambiente. Conoscevo bene i gesti e gli attrezzi del mestiere e ascoltavo in silenzio i colloqui tra titolare e clienti.

All’inizio l’America non mi piaceva, parlavano una lingua sconosciuta e mi sentivo emarginato. Negli anni ‘50 il modo di vivere in una metropoli era totalmente diverso da quello del paese. E il clima non contribuiva certo a renderla attraente. La neve e ghiaccio mi facevano rabbrividire. A Corato c’era sempre il sole e il mio cappotto, più che altro una giacchetta, non teneva abbastanza caldo. Mi prendeva la nostalgia per le serate trascorse all’aperto con gli amici d’infanzia a passeggiare su lo stradone o al cinema Arena. Il biglietto costava 50 soldi. Ricordo le zuffe con altri ragazzi per accaparrarci il posto migliore.

Intanto, dopo il lavoro, frequentavo la scuola per apprendere la lingua. Pochi mesi sono bastati per capire molte più cose e intessere amicizie. Ero giovane, apprendevo velocemente. Nel frattempo avevo conosciuto la ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Avevo 18 anni e l’America cominciava a piacermi molto».

Fina Modugno era siciliana e faceva la parrucchiera. Li univa l’Italia e il mestiere: «Entrambi ci occupavamo di bellezza (ride, ndr), io barba e capelli da uomo, lei tagli e messe in pieghe da donna».

Dopo il matrimonio Luigi e Fina hanno aperto due saloni di acconciature su altrettanti piani affacciati su una importante via di White Plains, a 30 km da N.Y., la città dove avevano fissato la residenza.

«Sono stato barbiere in America per 60 anni. Ancora adesso lavoro “part time”, 30 ore alla settimana, in un altro salone che ho aperto in Florida, stato americano dal clima più mite e simile a quello di Corato.

Dei miei quattro figli, Vittoria, Ilena, Sandra e Michele, quest’ultimo ha rilevato la nostra attività. Sua moglie fa lo stesso mestiere e anche la figlia, mia nipote, ha ereditato la passione per le acconciature. La stirpe degli Anelli Hairdresser proseguirà con lei. Gli altri 12 nipoti frequentano i “college” e intendono percorrere altre strade».

Alla domanda di come abbia trovato Corato dopo 60 anni di lontananza risponde senza esitazione: «Bellissima, pulita, con bei palazzi antichi e moderni, belle e grandi strade asfaltate. Mi spiace solo non aver incontrato alcun amico d’infanzia nelle mie passeggiate lungo lo stradone. Vorrei tornare più sovente, ma l’età è quella che è, e poi molti luoghi della mia infanzia sono cambiati e non li riconosco più. Tante case hanno sostituito i campi e le auto gli antichi traini e i ciucciarielli. Anche i rapporti umani sono diventati più frettolosi. Prima, quando si incontrava un conoscente, si indugiava nelle chiacchiere. Adesso vedo che tutti corrono, a piedi o in auto, si salutano velocemente e riprendono la strada. Come in America corrono anche a Corato. Tutto il mondo è paese e forse, dopo aver visto questo progresso, penso che, per chi ha voglia di lavorare, l’America è anche qua».

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Maria Labartino (nota come Marina) - Ex Direttore Responsabile. Esordisce su LO STRADONE nel 1986. Laurea in Scienze della Formazione. Iscritta all'ODG dal 1998. Presentatrice occasionale. Da oltre 30 anni scrive di tutto e su tutto con sete di verità, consapevole di "sapere di non sapere" (cit. Socrate). Vincitrice del Premio Michele Palumbo 2019 come "Editorialista dell'Anno" al concorso dell'Ordine dei Giornalisti di Puglia "I fatti, le idee, le opinioni" organizzato dal Circolo della Stampa BAT

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