L’inseguiGIRO, ovvero se il gruppo va in fuga dai giornalisti

Reportage di un inseguimento alla tappa Molfetta-Peschici

Gruppo di 15 in picchiata verso Mattinata - tappa 8 del Giro, Molfetta-Peschici

Se la carovana del Giro avesse percorso le rampe di strada esterna Paratina probabilmente nessuno sarebbe più arrivato a Peschici entro l’imbrunire. Strada larga al più due metri, asfalto discreto, panorami mozzafiato, ma pendenze al limite del ribaltamento (in bici) e molto poco amiche delle frizioni. Via Paratina è un nastro di asfalto che sfavilla nella macchia mediterranea sopra Mattinata, prende quota rapidamente, quasi volesse condurre al decollo i pochi (pochissimi) tanto temerari (o tanto ignari) da percorrerla e poi si perde nella sterminata affascinante ombra della Foresta. I corridori se la sono trovata davanti quasi al termine della picchiata, tecnica e rapidissima, verso Mattinata. Era li, che si stagliava severa e imponente all’orizzonte quasi a cingere in una corona le prime taglienti asperità garganiche a picco sul mare. Ma i corridori il Garibaldi lo conoscono, e sapevano benissimo che dal fondo discesa fino al traguardo le parole d’ordine sarebbero state solo due: testa bassa e menare. Tanto per pedalare col naso all’insù c’è già ben presto il Blockhaus.

No, non è (quasi) una salita per ciclisti, via Paratina. Il nome già avrebbe dovuto indicarci che è roba davvero per pochi, una vera e propria parete. In fondo i nomi delle salite sono spesso evocativi. E infatti il gruppo rosa, terminati sani e salvi i 17 km di discesa (si sa, il mare del Gargano è ipnotico) è entrato dritto dritto a Mattinata, all’inseguimento dei quindici battistrada, l’unica fuga riuscita ad evadere da un Alcatraz blindatissimo.

No, a quel bivio non hanno girato loro. Abbiamo svoltato noi. Ma a mente lucida non ci si chieda di rifarlo, per carità! A decidere per noi probabilmente l’incoscienza da un lato e la totale fiducia (nei consigli di un pastore locale) dall’altro, il quale, non considerando che le uniche creature in grado di superare le cattive pendenze del Gargano senza vista mare, quello interno, sono le vacche podoliche, ha decretato senza troppi complimenti che per precedere i corridori a Peschici, nostra ultima speranza per non rendere vana una lunga giornata di lavoro, quella era la via più rapida.

Paesaggi di Puglia all’ottava tappa del Giro

La Molfetta-Peschici, ottava tappa del centesimo Giro d’Italia, è stata disegnata da qualcuno con spiccate capacità di sintesi. In 189 km si può dire che fossero condensate tutte le componenti paesaggistiche (e ciclisticamente interessanti) di Puglia. Lunghi rettilinei sferzati dal vento (caldo, asfissiante), città d’arte ma anche scenari mozzafiato, bosco, ma anche macchia e murgia. Senza dimenticare che qui nel tacco dello stivale ci sono anche le salite serie (Monte Sant’Angelo), le picchiate ardite e i finali da classica del nord (Peschici, per esempio). Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per un dessert a base Puglia da gustare al tramonto dalla rocca di Peschici. Impossibile da perdere, da vivere integralmente, a patto da azzeccare la giusta catena di appuntamenti.

Azzeccare, parola grossa. Basandoci sulla media più veloce proposta dal Garibaldi saremmo riusciti a precedere la corsa (una volta recuperato il ritardo dovuto al traffico in una Molfetta mai così rosa) per un rapido rendez-vous a Zapponeta e per un sontuoso invito a nozze sui tornanti della SS 89 in direzione Monte Sant’Angelo. Una prospettiva molto rassicurante, visto che nei giorni scorsi le medie orarie sono state così basse da mandare in crisi i palinsesti televisivi. Ieri no. Ieri l’aria di Puglia ha messo le ali ai piedi al gruppo. Sarà che abbia stimolato il loro appetito e che quindi non vedessero l’ora di giungere a Peschici per gustare i manicaretti locali? Molto poco probabile. No, è stata la dinamica di una corsa di tre settimane ad imporre ritmi infernali sotto il caldo dell’ottava tappa molte squadre sono ancora all’asciutto. È quindi il momento di non lasciarsi sfuggire più nulla.

Passione Rosa per Bob Jungels al via da Molfetta

53,800 la media oraria stellare della prima ora di corsa. 47,050 allo scoccare della seconda ora. Una beffa, uno schiaffo morale. Avete voluto la macchina? Correte e rosicate, vi dimostriamo noi che in pianura la bici è meglio dell’automobile. Quella media esagerata per noi vuol dire una sola cosa: impossibili da raggiungere. L’intero gruppo era in fuga da noi, che ambivamo al rosa, certo, ma non alla maglia, quanto a una postazione sicura sotto l’arco d’arrivo di Peschici. Che è rosa, appunto, come tutto, d’altronde, in questo periodo. O forse di più, perché il colore del Giro spicca sul bianco della città garganica e sull’azzurro dell’adriatico.

Così la catena di appuntamenti ha cominciato a saltare, i percorsi si hanno subito modifiche sempre più pesanti, in cerca della via più rapida (e soprattutto libera) anche a discapito della lunghezza, con buona pace del carburante. Col Garibaldi aperto sulle gambe, l’atlante stradale, il Tom Tom e Google Maps. Un connubio unico di tecniche antiche e di tecnologie moderne che sembrava convergere in un “lasciate perdere, vanno troppo forte”. La cronaca di corsa, con sentenze lapidarie sempre più pesanti km per km sembrava gioire nell’annunciarci la nostra uscita dal tempo massimo. Così, col cuore in gola, dopo decine di chilometri in più per tagliare a metà il tavoliere, a Manfredonia abbiamo avuto la medesima sensazione di quando ci si affanna per prendere il treno e quello, appena messo il naso in stazione, chiude sarcasticamente le porte e parte. Ecco, proprio così. Passa la fuga e noi ci arrestiamo. Il poliziotto legge la nostra sconfitta sugli occhi, ma può ben poco. Siamo fuori.

Mentre lì avanti cominciavano a tutta il GPM di Monte Sant’Angelo, a noi non restava che aspettarli in discesa, dall’altra parte. Non male, in fondo, la bellezza della Puglia è dietro ogni angolo e questa sicurezza è un solido appiglio per non scivolare nel baratro dell’insoddisfazione. Restava Peschici, impresa tutt’altro che facile, disperata. Tanto disperata da prestare orecchio ai consigli di quel pastore che no, non conviene salire per Monte Sant’Angelo, scendere dall’altra parte e poi infilarsi nella foresta. No, non si conviene a dei temerari in ritardo. C’è una stradina (è facile, aveva detto, per vincere la palese incertezza di qualche altro garganico presente) che taglia dritto per dritto e zac, in un soffio sei già in foresta Umbra e poi a Peschici.

Ci siamo fidati. E abbiamo fatto bene. Perché è vero che più che curve erano budelli intestinali, è vero che la macchina ha sofferto, è vero che abbiamo avuto paura di restare dispersi in una landa di Gargano selvaggia, ma grazie a questa deviazione abbiamo scoperto un pezzo di Gargano autentico, quello lontano dai flussi turistici, quello intimamente legato alla natura, tra terra e cielo.

È forse questo uno dei pregi del Giro d’Italia. La capacità di prenderti per mano e condurti nel viaggio tra le meraviglie dello stivale. È una magia inevitabile, quella dello stupore dietro l’angolo. Il Giro lo sa e ci calca sempre la mano. Da quella magia è impossibile scampare, nemmeno nella più noiosa delle tappe di pianura. Figuriamoci quando, per fare di necessità virtù, ci si trova a girare al largo dalla corsa in cerca della scorciatoia. Anche quando, come nel nostro caso, ti costringe, passata la paura, anche alla lunga traversata (in silenzio radio!) della Foresta Umbra lungo le infinite curve della SP 52 del Mandrione, non per nulla una delle strade più suggestive d’Italia per chi ama le due ruote. Percorsa col cuore in gola, sì, ma sempre rapiti dal fascino della foresta ombrosa (che, in fondo, un tocco rosa in futuro lo meriterebbe) sperando nella clemenza in appello. Che arriva. Perché all’ultimo checkpoint, ai tre km dall’arrivo, siamo giusto in tempo prima che il varco sia chiuso. Il miracolo è compiuto, abbiamo rimontato e staccato la maglia Rosa. In auto si festeggia, effettivamente, come se la Rosa fosse nostra. Qualche secondo fondamentale per permetterci di festeggiare con Gorka Izaguirre Insausti la prima vittoria basca al Giro del Centenario. Quell’Izaguirre della cui presenza, nella nostra corsa verso Peschici, abbiamo avuto sentore solo quando, tornati nel mondo connesso, la radio ha ripreso a funzionare. E lo abbiamo detto subito, a distanza, che l’arrivo di via Montesanto gli sarebbe calzato a pennello.

Izaguirre trionfa a Peschici per l’ottava tappa del Giro 100
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Stradonista dal 2011 e pubblicista dal 2013. Curioso ed esploratore per natura, ama osservare il mondo da un mirino fotografico e narrarlo con la penna. Nato nell'estate 1992, è studente magistrale in ingegneria civile. Vincitore per due volte del Premio "Giornalista di Puglia - Michele Campione" (XIV edizione, 2017 nella sezione cronaca della carta stampata e XV edizione, 2018 nella sezione sport del web).