L’importanza di chiamarsi Ernesto affascina il Teatro Comunale

"Una commedia frivola per gente seria", così la sottotitolava Oscar Wilde e la compagnia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia affascina il Teatro Comunale

L'importanza di chiamarsi Ernesto corato
L'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, con il Teatro Pubblico Pugliese

L‘importanza di chiamarsi Ernesto è davvero “una commedia frivola per gente seria” come lo stesso Wilde la sottotitolava, poichè utilizza la letteratura per trasgredire, per scandalizzare e contestare tutto dell’epoca.

Wilde vale come mille Shakespeare quanto ad arguzia inglese che trasuda dai suoi testi, conditi di frivola mondanità e soffice estetismo, che gli interpreti della compagnia capitanata dall’egregia regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, hanno personificato in maniera eccellente.

La commedia, messa in scena per la prima volta il 14 febbraio 1895 al St James’s Theatre di Londra è stata rappresentata ieri sera al Teatro Comunale, in occasione del dodicesimo appuntamento della rassegna Teatro Pubblico Pugliese.

L’opera si fonda su un gioco di parole presente nella lingua inglese: tra i due protagonisti nessuno è del tutto onesto (earnest), né veramente Ernest. Approfittando del fatto che i due termini si pronunciano nello stesso modo, Wilde si diletta con l’aggettivo earnest che parla di affidabilità ed onestà, e il nome proprio. Chiara, dunque, è la volontà di evidenziare l’importanza dell’apparenza e della forma nella società inglese del tempo, nonché l’inaffidabilità di un nome.

Dalla visione della famiglia all’ istruzione, dall’ ipocrisia di matrimoni combinati all’ importanza di certa letteratura scomoda. Aristocrazia terriera, speculazioni, perbenismo, finto decoro da mostrare in pubblico… Tanti sono i risvolti malcelati di questa storia apparentemente leggera, tanti i messaggi scomodi. Ma in questo, lo sappiamo, Oscar Wilde era maestro.

Emerge una cura magistrale dei dettagli scenografici che spiccano tra le pareti bianche (in fondo alla scena due grandi ritratti per omaggiare Oscar Wilde), forse ad indicare la purezza in netto contrasto con le verità nascoste e le menzogne. Questo spiegherebbe la scelta di barrare Ernesto nel titolo. Egregia la scelta dei costumi e soprattutto l’interpretazione degli attori, il linguaggio del corpo di cui fanno uso per spiegare il concetto di maschere che si indossano per i cosiddetti ruoli sociali, decisamente attuale.

E se i dialoghi tra Jack e Algernon sembrano tendere al paradossale, è perché entrambi sono proiezioni dell’autore che ama far conversazione tra sé e sé e al contempo rispondere alle critiche di quanti vedevano in lui un elemento sovversivo e trasgressivo nonostante il suo successo letterario. Proprio nella prospettiva letteraria e all’interno del dibattito culturale si inscrivono poi certe riflessioni “scomode” che prendono di mira il sistema d’istruzione inglese: “L’ignoranza è come un delicato frutto esotico: come lo si tocca il suo fascino è perduto.”

«Questa “commedia frivola per gente seria”– spiegano Francesco Frongia e Ferdinando Bruni– è l’esempio più bello di come Wilde, attraverso l’uso di un’ironia caustica e brillante, sveli la falsa coscienza di una società che mette il denaro e una rigidissima divisione in classi al centro della propria morale. Il rovesciamento paradossale del senso è l’espediente più usato dall’autore che ci appare così, a una prima lettura, come un precursore del teatro dell’assurdo, mentre in realtà è impegnato a “smontare” con sorridente ferocia i luoghi comuni su cui si fonda ogni solida società borghese.”

LA TRAMA

Ambientata nei salotti della pudica ma ipocrita nobiltà inglese, l’opera di Wilde narra di Jack Worthing, elegante uomo dagli sconosciuti natali, e del suo amico e compare in birbanterie Algernon Moncrieff.

Il primo vive in campagna insieme alla giovanissima Cecily, di cui è tutore; il secondo sta in città a oziare nei salotti, e ha una cugina che piace molto a Jack. D’altro canto lui, Algernon, è intrigato dall’idea di conoscere Cecily. Jack va in città per frequentare la borghesia, ma ritenendo che il suo non sia un nome interessante si presenta come Ernest, intenzionato a chiedere la mano della cugina di Algernon. Nel frattempo quest’ultimo invece si reca in campagna a conoscere la diciottenne di cui l’amico è tutore, intenzionato a sedurla. E si presenta a lei come fratello minore di Jack.

Intrighi e confusione prendono il via, tra bugie e seduzioni: il matrimonio tra Jack e Gwendolen è ostacolato dalla madre di lei perché venuta a conoscenza dei suoi incerti natali (è un trovatello) e le due ragazze scoprono che i due “compari” hanno mentito sulla loro vera identità, diventano amiche spalleggiandosi e allontanando gli amati.

Come in ogni commedia che si rispetti, il lieto fine mette a posto ogni cosa: per una serie di circostanze, si scopriranno le vere origini di Jack – il cui vero nome incredibilmente è proprio Ernest e risulta essere fratello di Algernon – e le nozze verranno approvate. Grazie a questa riappacificazione e al colpo di scena, lo stesso Jack appianerà la situazione tra Algernon e la piccola Cecily e le due coppie potranno finalmente convolare a nozze.

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