Lettera a un religioso

«Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me». È così che Simone Weil, filosofa, attivista e mistica  francese del Novecento, dà inizio ad uno dei suoi scritti, Lettera ad un religioso.

L’incontro personale con Simone Weil è stato fortuito: un invito, la presentazione di un libro ed è subito nata la curiosità di scavare a fondo e scoprire come l’animo inquieto di quella giovane donna, potesse accordarsi alla forza del suo esserci, del suo partecipare e non limitarsi ad una mera osservazione di ciò che accadeva attorno a sé. Ricordiamo il suo desiderio di conoscere la vita operaia: Simone Weil a soli 25 anni prende impiego come manovale nelle fabbriche metallurgiche di Parigi e dopo otto mesi affermerà: «Laggiù mi è stato impresso per sempre il marchio della schiavitù». Quella schiavitù che appartiene alla religione cristiana: «Improvvisamente, ebbi la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro». E se per Nietzsche la schiavitù del cristianesimo dava adito ad un suo risentimento, per la Weil è esperienza di un contatto umano.

E con l’amore della ricerca propria dell’essere umano, la filosofa francese si imbatte in un’analisi di similitudini e analogie tra la cultura degli antichi greci e la religione cristiana in questo testo con cui credo, ogni cristiano, debba confrontarsi: molte le figure che ritornano, la storia di Prometeo è la stessa di Cristo proiettata nell’eterno; il dio Dioniso paragonato alla trasformazione dell’acqua in vino; la costituzione astronomica dell’universo secondo Platone evoca il mistero della Croce, la crocifissione dell’Anima del Mondo. La Chiesa non ha mai dichiarato che la tradizione giudaico-cristiana sia l’unica a possedere Scritture rivelate ma non ha mai dichiarato quello che cerca di fare in questo libricino da 128 pagine Simone Weil, e cioè mostrare che esistono affinità tra il cristianesimo e le diverse tradizioni mistiche dei paesi di Israele.

«Come cambierebbe la nostra vita se si vedesse che la geometria greca e la fede cristiana sono scaturite dalla stessa fonte».

Il pensiero di Simone Weil diventa ancora più intrigante nel leggere l’appendice di questo testo che vi propongo. È qui infatti che la filosofa espone la sua confessione di fede, una fede personale che prende le distanze dalla Chiesa, a cui la Weil non riconosce il diritto di limitare la libertà di pensiero (quella libertà che lei rivendica), il diritto di imporre i commenti di cui circonda i misteri della fede presentandoli così come delle verità, e neanche la minaccia con cui si impone per privare dei sacramenti. Quegli stessi sacramenti di cui lei avrà fame: il battesimo e la comunione.

«Se si considerano i sacramenti un bene, se io stessa li considero tali, se li desidero, e se mi vengono rifiutati senza alcuna colpa da parte mia, non è forse questa una crudele ingiustizia? Se mi si accordasse il battesimo, malgrado l’atteggiamento in cui persevero, si romperebbe con una consuetudine che dura da almeno diciassette secoli».

Quello della Weil è un reclamare piena cittadinanza nel cristianesimo pur riconoscendo la propria anomalia. Morirà infatti giovanissima, all’età di 34 anni credente, cioè cristiana a suo modo, ma non cattolica.

Un testo quindi che, a mio parere, ci ricorda quanto sia importante alimentare la nostra fede con la continua ricerca, con la capacità di fermarci, interrogarci e misurarci con tes(t)i come queste e scoprire se la nostra sia una fede forte o debole.

Testi consigliati: Il Dio ignoto: fra dubbi e certezze di Nicola Giordano; S’i fosse foco di Fabrizio De Andrè, Al Dio ignoto F. Nietzsche. 

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