La storia del rilievo perduto del Volo di Alessandro Magno

La ricerca come esperienza di studio e di condivisione. È stato questo l’obiettivo raggiunto dall’incontro tenutosi, sabato scorso, presso il Museo della Città e del Territorio di Corato, organizzato dalla Società Cooperativa Sistema Museo con il patrocinio del Comune di Corato.

museo-volo-alessandroL’evento, intitolato “Il volo di Alessandro Magno”, è stato moderato dalla prof.ssa Maria Pia Sardano e ha visto come relatori il prof. Mario Piccarreta e il dott. Giuseppe Magnini, appassionato studioso di storia locale. Un argomento già trattato da LO STRADONE ben due anni fa, precisamente a marzo 2015, a cui fu dedicata la copertina, e sulla rivista “Ngramma”, a cura della prof.ssa Monica Centanni, a febbraio 2015 .

Fulcro della piacevole conversazione storica è stata la lastra presente sulla facciata principale della chiesa di Santa Maria Maggiore (conosciuta come chiesa Matrice) che, per le scarse tracce scultoree, potrebbe risultare di impossibile interpretazione.

Per comprendere la storia che si cela dietro quelle labili tracce incise sulla pietra, occorre riconsiderare il contesto storico precedente ed immediatamente successivo alla costruzione della Chiesa Matrice.

A tale scopo, l’intervento del prof. Piccarreta si è focalizzato, fin da subito, sulla descrizione dell’assetto urbano dell’XI secolo in cui la chiesa, diversamente da quanto si potrebbe immaginare, non presentava la centralità che detiene al giorno d’oggi.

Utile si rivela, in tal senso, la lettura del Codice Diplomatico Barese (1046-1327), dal quale è possibile estrapolare, attraverso atti notarili di donazioni e compravendite eseguite dalla popolazione dell’epoca, la disposizione sommaria dei vari edifici (chiese, strade, edifici non religiosi, località rurali limitrofe alla città) rispetto al tessuto cittadino.
In base ai pochi elementi storici a disposizione degli studiosi, il prof. Piccarreta ha ipotizzato che in età bizantina, esattamente tra il VI e il IX secolo, si sia verificata una riorganizzazione del chorion, l’insediamento rurale che si identifica normalmente per la presenza di tre elementi: una comunità rurale, una collettività fiscale e un abitato concentrato.

I choria bizantini seguirono spesso, in Puglia, l’impianto organizzativo e fiscale delle precedenti strutture tardo-romane, tuttavia, fu in epoca normanna che si verificò un pesante contraccolpo sulla vita rurale della comunità, percepibile nella riorganizzazione delle strutture preesistenti e nel diffondersi di un minor senso di sicurezza nelle campagne e nei villaggi.

museo-volo-alessandro3Tra i documenti esaminati dallo studioso, assieme al prof. Ettore Torelli – co-autori della pubblicazione edita nel 2008 “Corato nel Medioevo. Urbanistica ed edifici di culto” – quello più antico in cui è citata la chiesa di Santa Maria Maggiore risale al 1081, nel quale compare come oggetto di una donazione (ecclesia sancte et gloriose semperque virginis Marie genitricis Dei et domini nostri Iesu Christi de intus iamdicta civitate, C.D.B.).

Segue un documento del 1128 che attesta, a beneficio del Capitolo presbiteriale della città, la concessione da parte del conte Goffredo della chiesa del Beato martire Mangone, noto come San Magno, e dei terreni circostanti.
Particolarmente interessanti sono i dati forniti dalla Miscellanea De Mattis, nella quale sono citati i lavori di rinnovamento eseguiti nella chiesa nel corso del Settecento e che hanno rivelato testimonianze architettoniche e scultoree risalenti al periodo medievale.

Due secoli dopo, l’architetto Pasquale Malcangi, in occasione di un intervento di espurgo di alcune fosse comuni poste al di sotto del pavimento della chiesa, trovò “molti ruderi di antiche fabbriche, tra i quali archi spezzati ed una colonna di grande diametro” e, ad una profondità di 2,50 metri, tracce di antiche strade. Risale al 1985, invece, il ritrovamento, sotto la pavimentazione di via Duomo, di strutture murarie e tombe attribuibili all’epoca medievale, in occasione dei lavori di scavo per la posa delle condutture del gas.

Tra le tombe furono ritrovati frammenti di ceramica acroma, invetriata monocroma e dipinta, così come si evince dal documento elaborato dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto.

È lo stesso canonico Nunzio De Mattis a citare, per la prima volta, la presenza, a ridosso del campanile, di una lastra lapidea contenente, in origine, due grifoni e al centro una figura umana, interpretata come il dio Forco, divinità pagana condannata all’oblio mediante abrasione eseguita con martello e scalpello.

Tale dato è stato recentemente rivalutato dagli studiosi Luigi Soldano e Giuseppe Magnini che, con la collaborazione grafica di Anna Zeligowski, hanno ricostruito gli elementi comprovanti l’ipotesi dell’esistenza della rappresentazione dell’ascesa al cielo di Alessandro Magno.

museo-volo-alessandro4Da un’attenta e ravvicinata osservazione della lastra in questione, gli studiosi hanno evidenziato la presenza, sul margine inferiore della cornice, di resti degli artigli delle zampe o della coda dei grifoni che trasportavano il carro guidato da Alessandro Magno raffigurato, così come nell’iconografia medievale pugliese, al centro, simile ad un imperatore, con in mano due lance.

Una rappresentazione simile, idealmente ricostruita entro una cornice architettonica composta da tre archi, la si ritrova su di un cofanetto in avorio conservato a Darmstadt in cui, però, l’imperatore regge una sola lancia con l’esca destinata ai grifoni.

«Alla luce delle ricerche sulla diffusione del tema del Volo di Alessandro Magno – chiarisce la prof.ssa Maria Pia Sardano – emerge che, a Bisanzio e nell’area di influenza bizantina, Alessandro e il suo volo in cielo vengono rievocati come archetipo del potere cosmocratico dell’imperatore che, su mandato divino e a imitazione dell’unico Pantokrator, governa sulla terra».

Tra X e XIII secolo, la fortuna dell’episodio del volo in ambito bizantino si irradia anche in Occidente ed in Italia, in particolare nel Meridione normanno. L’ascesa di Alessandro Magno appare infatti nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto (1163-1165; associato alla torre di Babele), in quello frammentario della cattedrale di Trani (sec. 12°; con il Peccato dei progenitori), nel distrutto mosaico pavimentale della cattedrale di Taranto (1160; riprodotto, ma già in uno stato troppo frammentario, in un disegno, perduto, del 1844) e in un capitello della cattedrale di Bitonto (sec. 13°; dove è anche mostrata la miserevole, rovinosa caduta del re e di uno dei grifoni).

«A questo repertorio di immagini, vicine cronologicamente e iconograficamente – ha concluso la Sardano – si può aggiungere la lastra lapidea della Chiesa Collegale di Santa Maria Maggiore, nella quale Luigi Soldano e Giuseppe Magnini hanno riconosciuto le labili tracce dell’ascesa al cielo del re macedone databili, probabilmente, tra l’XI e il XII secolo. Si può ipotizzare, infine, che la lastra fu collocata nella parte sinistra della facciata al tempo degli interventi architettonici e scultorei effettuati tra il secolo XIII e il secolo XIV, quando quella scena e la storia che essa raccontava, erano ancora per tutti facilmente identificabili».

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