La sindrome di alienazione genitoriale

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Lieto ed onorato di iniziare una nuova collaborazione con uno dei capisaldi editoriali della nostra città, spero che il mio contributo possa rivelarsi utile e proficuo per tutti i lettori.

 L’argomento per questo mio primo articolo mi è stato suggerito dalle sempre più frequenti controversie in materia di affidamento dei figli affrontate in ambito lavorativo.

La Sindrome di Alienazione Parentale, o PAS nell’acronimo americano per Parental Alienation Sindrome, è un disturbo oggetto di importanti studi negli Stati Uniti, paese notoriamente all’avanguardia nella ricerca e sistematizzazione in materia di psicologia, ma ancora poco conosciuto in Italia.

La PAS è un malessere relazionale che diventa patologia poiché i minori subiscono gravi disagi psichici ed emotivi. Non va confusa, però, con i comportamenti di trascuratezza o violenza fisica e psicologica messi in atto da genitori o adulti in genere.

Nella prima definizione del fenomeno, lo studioso A. Gardner lo descrive come un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello”, o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. E’ proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile.

La PAS è caratterizzata da otto sintomi primari:

  1. 1.La campagna di denigrazione: il genitore programmante tende a favorire la mancanza di rispetto e la diffamazione dell’altro.
  2. 2.La razionalizzazione debole dell’astio che il bambino mostra nei confronti del genitore non affidatario: le giustificazioni di tale ostilità sono prive di senso o superficiali, ad esempio “non voglio vedere mio padre perché una volta mi ha sgridato”.
  3. 3.La mancanza di ambivalenza: il genitore rifiutato è descritto dal bambino come “tutto negativo”, il genitore amato come “tutto positivo”.
  4. 4.Il fenomeno del pensatore indipendente, ovvero la convinta affermazione del bambino di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione, e non perché influenzato dal genitore programmante.
  5. 5.L’appoggio automatico al genitore alienante: il bambino alienato si pone sempre e solo a favore del genitore affidatario.
  6. 6.L’assenza di senso di colpa: tutte le espressioni di disprezzo, nei confronti del genitore escluso, sono avvertite come prive da sentimenti di colpa dal bambino.
  7. 7.Gli scenari presi a prestito: ovvero l’uso di parole o situazioni, nel descrivere le colpe del genitore escluso, che non sono normalmente conosciute da un bambino..
  8. 8.L’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, per cui il rifiuto del bambino coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

La separazione è un evento critico imprevedibile che “scuote” l’intero sistema familiare mettendo in discussione l’equilibrio che la famiglia aveva trovato e spingendo i componenti a trovare nuove forme di relazione reciproca che siano adeguate alla nuova situazione.

La transizione, in questi casi, implica il raggiungimento di nuovi obiettivi familiari,  ad esempio ruoli genitoriali distinti dal ruolo di coniuge, differenti competenze per affrontare il cambiamento, nuovi legami da instaurare. Alla coppia separata è chiesto di riorganizzare le relazioni familiari, a livello coniugale elaborando il cambiamento del proprio legame, e a livello genitoriale instaurando un reale rapporto di collaborazione e cooperazione nell’esercizio della genitorialità.

L’elaborazione del cambiamento del legame di coppia è un processo che nella sua evoluzione  risente delle caratteristiche di personalità individuali dei due coniugi e coinvolge non solo la famiglia nucleare, ma anche le famiglie d’origine dei separandi. In particolare, quando le dinamiche relazionali disfunzionali si estendono anche alle rispettive famiglie di origine si parla di “chiasma familiare”: il minore è allo stesso tempo inevitabile elemento di unione tra le due famiglie ed oggetto principale del contendere.

Nelle differenze soggettive si evidenziano i limiti e le risorse delle persone coinvolte soprattutto in merito alle modalità del “lasciarsi”.

 Il processo di separazione richiede anche tempi di accettazione del cambiamento, del distacco, diversi a seconda della individualità. Il vissuto, per alcuni di abbandono, non è facile da elaborare emotivamente e cognitivamente e genera rabbia che si esprime con comportamenti spinti da un’aggressività di fondo. Non è facile lasciarsi per tutti e per alcuni è percepito come un evento luttuoso o di abbandono.

 Nelle separazioni oggi è raro trovare coppie che raggiungano facilmente degli accordi e riescano a lasciarsi in maniera serena senza soffrire e aggredirsi.

È molto frequente, invece, trovarsi di fronte a situazioni familiari caratterizzate da una elevata conflittualità, spesso originata da rapporti di coppia precari e già caratterizzati da problematiche di fondo presenti prima della separazione. La separazione quale processo di cambiamento ha inizio ancor prima di recarsi dal consulente legale per avviare l’iter giudiziario; molte coppie, però negano l’esistenza di problematiche, di momenti di crisi e solo quando uno dei due si rivolge dall’avvocato, l’altro giunge ad un esame di realtà e si rende conto che sta per finire…Molte coppie hanno bisogno quindi di essere aiutate anche a separarsi, perché non riuscendo a farlo utilizzano il conflitto, il litigio, la violenza quali modalità per  comunicare e relazionarsi anche in presenza dei figli.

 È in questo il contesto che uno dei genitori mette in atto strategie e tecniche specifiche volte alla “distruzione” dell’altro al fine di annullare il rapporto con il figlio. E’ come se uno dei due genitori vantasse il diritto di proprietà sui figli. Alcuni genitori  diventano genitori alienanti (coloro che pongono in essere la strategia denigratoria nei confronti dell’altro) e gli altri quindi alienati (i genitori bersaglio).

 Ciò avviene in primo luogo attraverso la cd. campagna denigratoria, che può assumere connotazioni diverse a seconda del caso specifico: comunemente, le donne tendono a sminuire la dimensione socio-relazionale e lavorativa degli ex mariti; mentre gli uomini tendono a colpire l’ex compagna prevalentemente dal punto di vista dei costumi sessuali, imputandole una condotta “disinvolta”, o dal punto di vista genitoriale, definendola inadeguata come madre. Ancora, il padre tende a non rispettare gli impegni economici (assegno di mantenimento, spese scolastiche e mediche) e concede i soldi in funzione solo del rapporto quantitativo con  i figli. Di conseguenza, i minori sono utilizzati dalla madre come arma di ricatto per avere soldi.

Altri mezzi attraverso cui il genitore alienante agisce sono da considerare la limitazione dei contatti e delle visite, la limitazione dei contatti telefonici, fino a giungere anche alla limitazione e distruzione dei contatti simbolici (ad esempio attraverso la distruzione di lettere del genitore alienato o rifiuto di regali fatti al bambino dallo stesso).

 Il genitore alienante non esita ad adoperare il terrore psicologico, ad umiliare, ricattare affettivamente e materialmente, a incutere anche se senza esplicitarlo verbalmente, sensi di colpa nei figli (forse questa volta non è necessario andare a trovare papà, non sempre devi parlare al telefono con mamma, ecc..), insomma a manipolare dal punto di vista emozionale i figli creando i presupposti per farli soffrire più di quanto loro già soffrano in seguito al cambiamento del sistema familiare.

 Le conseguenze che tali abusi possono produrre nei bambini, sia nell’immediato che nella loro vita futura, possono essere di diversa entità, in relazione alla gravità, alla intensità e al tempo in cui vengono messe in atto le strategie di programmming e in rapporto anche alle potenzialità del bambino.

 Disturbi come difficoltà  ad addormentarsi, aggressività, disordini alimentari, stati di ansia e agitazione, fino a giungere a casi di esame di realtà alterato, psicosi infantili, possono manifestarsi in situazioni di elevata conflittualità, che caratterizzano coppie in cui viene espressa violenza intrafamiliare.

 Le problematiche connesse sono ampie e complesse e meritevoli di un più ampio riscontro, ma mi auguro  che queste mie brevi considerazioni possano essere uno stimolo a scrivermi per condividere dubbi e domande.

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