La forza della parola e della scrittura di Ken Saro-Wiwa

Ken Saro-Wiwa

“Fra le righe” è la nuova rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale FORUM DEGLI AUTORI di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società assieme ad eccellenze del nostro territorio quali i membri del Forum degli Autori, creando un filo diretto di discussione e condivisione col lettore.

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di Federico Lotito

Ken Saro-Wiwa
Ken Saro-Wiwa

dedicato a Ken Saro-Wiwa (Bori, 10 ottobre 1941 – Port Harcourt, 10 novembre 1995)

Di solito non scrivo di sociale, politica, ambiente, lavoro; le seguo, approfondisco ed ho le mie idee in merito. Questa volta farò una eccezione e provo a raccontarvi di come ho incontrato la poetica e la storia di Ken Saro-Wiva.

Una sera che la noia mi si era spalmata addosso, girovagando per la rete alla ricerca di un po’ di musica diversa da quella che di solito ascolto, mi sono imbattuto in un pezzo a dir poco stupefacente. Era “A sangue freddo” della band “Il Teatro degli Orrori”, un gruppo rock alternative. Non vado oltre questa didascalica descrizione, consapevole della mia totale ignoranza circa gli stili e tendenze musicali rock. Approfondisco un po’ e scopro che “A sangue freddo” da il titolo al secondo album della band, dai contenuti narrativi che spaziano dalla poesia di Majakovskij al Padre Nostro; in particolare il brano “A sangue freddo” è un omaggio alla poetica ed alla figura di Ken Saro-Wiva. Incuriosito mi sono messo a cercare e la prima cosa che ho incontrato di Ken Saro-Wiva, è una sua poesia, essenziale e di denuncia:

“Non è il tetto che perde / Non sono nemmeno le zanzare che ronzano / Nella umida, misera cella. Non è il rumore metallico della chiave / Mentre il secondino ti chiude dentro. / Non sono le meschine razioni / Insufficienti per uomo o bestia / Neanche il nulla del giorno / Che sprofonda nel vuoto della notte / Non è / Non è / Non è.  Sono le bugie che ti hanno martellato / Le orecchie per un’intera generazione/ È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida / Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari / In cambio di un misero pasto al giorno/ Il magistrato che scrive sul suo libro / La punizione, lei lo sa, è ingiusta / La decrepitezza morale / L’inettitudine mentale/ Che concede alla dittatura una falsa legittimazione/ La vigliaccheria travestita da obbedienza / In agguato nelle nostre anime denigrate / È la paura di calzoni inumiditi / Non osiamo eliminare la nostra urina È questo / È  questo / È  questo/ Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero / In una cupa prigione.”

È  de “The true prision” (la vera prigione) poesia di Ken Saro-Wiwa  poeta e scrittore nigeriano di etnia Ogoni. Il poeta e scrittore molto attivo nell’impegno sociale, aveva denunciato che lo sfruttamento petrolifero del delta del Niger, sin dal 1958 da parte della Shell, oltre ad aver avvelenato con l’inquinamento la popolazione Ogoni, l’aveva costretta, complice il regime militare, all’emigrazione ed alla miseria. Scriveva: “Ci hanno fatto questo: hanno trasformato i nostri campi in una putrida e fetida poltiglia.…Dopo il massacro della nostra gioventù è arrivata la piaga delle piattaforme petrolifere e altra morte per i terreni coltivati e per i santuari dove vivono i pesci e quelle eterne fiamme che trasformano il giorno in notte e avvolgono la terra in finissima fuliggine…”.

La prosa di Ken Saro–Wiwa è limpida, tagliente, penetrante; la sua scrittura fluida, scorrevole, leggera e piacevole, mai pesante o ridondante, spesso intrisa di tutti quegli attributi positivi che fanno di uno scritto una forma d’arte elevata. Egli è un intellettuale, colto, vivace e talvolta fragile come uomo, ma è anche primariamente un letterato, e le sue opere si inscrivono nella letteratura seria, impegnata e con uno scopo. Perciò la narrazione – affabulazione, in Ken Saro – Wiwa, è una specie di atto d’amore fra un uomo di lettere libero e tenace e il suo popolo, gli Ogoni, un rapporto d’amore così intenso e grande che lo porterà a lottare e a morire per loro. Le sue principali opere sono: “Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio”, straordinario e toccante diario del periodo di detenzione dal 21 giugno al 22 luglio 1993. “Un mese e un giorno”  è  la storia personale di un uomo che ha dato voce e la vita alla campagna per i più elementari diritti umani e politici del popolo degli Ogoni. Altra sua opera è “Foresta di fiori” , una raccolta di diciannove brevi storie Ken Saro-Wiwa1di personaggi descritti nel loro agire quotidiano: sfaccendati, cantastorie e affaristi senza scrupoli, mendicanti e ricchi professionisti, poliziotti corrotti e parenti invidiosi, che devono spesso fare i conti con le privazioni e la violenza della vita quotidiana, senza mai rinunciare ai sogni e alle aspirazioni di un’esistenza migliore. Ci si immerge nell’atmosfera senza tempo di un’Africa di millenarie tradizioni, segnata da superstizioni, corruzione e divisioni etniche, descritta con una prosa semplice e incisiva, capace di trasfigurare il racconto popolare in denuncia sociale.

Ancora, “Sozaboy. Il bambino soldato”, un volume di racconti in cui viene posto in evidenza il problema dei bambini – soldato reclutati, in ogni stato africano, con la forza agli angoli delle strade, nei quartieri malfamati delle città e nei villaggi poveri e costretti, dalle varie fazioni politiche in lotta fra di loro o contro il governo centrale, a vestire una divisa militare, a imbracciare un’arma automatica e a distruggere, rapinare, uccidersi fra di loro e uccidere persone inermi e innocenti.

Fu la sua voce, il suo impegno a tutto campo, la paura per il suo successo e la notorietà che fecero di Ken Saro-Wiwa il bersaglio principale del regime militare nigeriano.

Un tribunale militare lo condannò a morte per impiccagione e lo giustiziò insieme ad altre otto persone. Era il 10 novembre 1995. Prima di morire davanti alla Corte disse: “Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra”.

Un poliziotto presente all’esecuzione racconta che nel momento dell’impiccagione nella prigione di Port Harcourt, il nodo scorsoio del cappio scivolò dal collo dei Ken Saro–Wiwa per ben quattro volte; le sue parole furono: “Ma perché mi fate questo? Com’è possibile?” “ Il Signore accolga la mia anima ma la lotta continua”.

La quinta volta il cappio non scivolò più, e Ken Saro–Wiwa morì. Fu sepolto in una fossa comune.  Il processo contro la Shell ebbe inizio nel maggio 2009 e la multinazionale condannata patteggiò subito la pena accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari, precisando però di farlo non perché colpevole,  ma per aiutare il “processo di riconciliazione”.

La forza della parola ha sempre potuto molto e sempre potrà molto; è temuta da ogni dittatore o tiranno e questi divorato dal terrore, dalla paura, vilmente e crudelmente fa torturare, condannare a morte chi parla o scrive di giustizia, di libertà e di vita. La storia si ripete sempre, alla già lunga catena di grida, scritti coraggiosi, urla, sangue e voci, si aggiungono sempre nuovi anelli.

Non si muore mai invano quando si è ammazzati per una causa giusta, e nessuna parola è sprecata e nessun discorso o scritto è inutile quando vengono pronunciate o diffusi contro chi attenta alla vita, alla natura ed alla libertà della persona umana. Contro chi attenta alla bellezza di questo pianeta ricco di varietà e che tutti desidereremmo libero ed in pace.

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