La commovente iniziativa de “La voce delle donne” nella scuola Imbriani

È stato difficile per me mantenere irremovibile la neutralità di una giornalista donna, nel momento delicato in cui si è parlato di violenza sulle donne, molto spesso costrette a nascondere, tacere, difendere e sopportare i soprusi subiti, le minacce ricevute, l’annientamento della loro libertà di espressione.

Eppure ci sono anche donne determinate, coraggiose, pronte a gridare aiuto, denunciare e aiutare chi invece non ne ha il coraggio.
A dimostrarlo, gli alunni dell’ Istituto Comprensivo “Imbriani- Piccarreta”, che in occasione dell’evento de “La voce delle donne”, tenutosi negli scorsi 8 e 10 marzo, presso l’auditorium dell’Imbriani, hanno affrontato il tema della figura della donna nella società odierna, emozionando alunni, docenti e genitori.

Un’iniziativa che non è stata solo una celebrazione dell’8 marzo, bensì un momento di vero incontro e dibattito sulla memoria della Storia e delle storie sommerse dell’universo femminile.

I ragazzi hanno utilizzato l’arte sotto le sue varie sfaccettature, dalla lettura di varie testimonianze, alla musica e al canto, dal disegno, allo spettacolo.

«Un evento organizzato in soli tre giorni, soprattutto grazie al fatto che gli alunni hanno preso a cuore questa iniziativa – afferma il Dirigente Scolastico Maria Luisa Faretra – L’immenso e speciale contributo di tutti i docenti, in particolare della professoressa Antonella De Benedittis, ha permesso la buona riuscita del progetto. Voglio dedicare questa giornata a mia madre, grazie a lei, alle sue lotte e ai suoi sacrifici io sono qui ora».

voce-delle-donne2Ognuno di noi ha una storia piena di vita da raccontare. Ogni cambiamento nasce dalla possibilità di raccontare queste storie. Durante la prima giornata dell’evento, l’8 marzo appunto, commoventi e preziose sono state le testimonianze di Rosy Paparella, garante dei minori della regione Puglia e Maria Rosa Scorese, docente e sorella di Santa Scorese e il supporto dell’Assessore alla pubblica istruzione e alle politiche della scuola, Marialuisa Zezza.

«Ogni giorno mi ritrovo ad affrontare storie di violenze psicologiche e persecuzioni di giovani donne e ragazze che non hanno il coraggio di parlare e denunciare. Hanno paura dei loro padri, dei loro fidanzati, dicono di sentirsi amate, anche se spesso la gelosia di questi uomini, porta ad annientare la libertà di queste donne. – dichiara la dottoressa Paparella – Nelle scuole, tra ragazzi succede, molto spesso.

Ricevo telefonate da insegnanti e genitori, mi mobilito, innanzitutto incontrando queste ragazze, facendo capire loro che l’amore non è affatto possessività. Mi rendo conto del bisogno che hanno di essere ascoltate, comprese, aiutate soprattutto ad uscire da quel tunnel a muri stretti. Oggi non è una festa, ma una celebrazione, il che significa rendere celebre qualcuno.

Tra le storie che ho vissuto c’è quella particolare di Fatima, una ragazza di sedici anni che proviene dalle zone montuose dell’Iraq, una zona in cui la cultura è arcaica, tribale. Durante una gita all’estero con la scuola, lei decide di togliersi il velo e sentirsi appartenente al suo gruppo di compagni, si accorge anche di essersi innamorata di un suo compagno, con cui si fidanza. Quando è tornata, la sua famiglia reagisce male davanti ad una figlia senza velo, soprattutto suo padre, che la minaccia di morte.

Fatima si rivolge subito alle sue insegnanti, il padre nel frattempo seguendo le leggi della sua cultura, ha portato sua figlia al centro dei carabinieri rifiutandola. Esiste una legge in Italia, dell’articolo del codice civile 403 in cui è scritto che quando una persona di minore età si trova in pericolo, qualsiasi pubblico ufficiale che si trova a contatto con questo minore, ha il dovere di portarlo in un luogo protetto. Quel comandante, invece, la rimanda a casa invitandola a non mettersi contro suo padre.

Era venerdì. Il lunedì mattina Fatima aveva un biglietto di ritorno per l’Iraq. Lì la sua famiglia aveva organizzato un matrimonio riparatore. Lei era disposta a rinunciare, ma noi non ce l’abbiamo fatta. Dopo 10 giorni abbiamo ricevuto una fotografia di Fatima con il vestito da sposa.

SONY DSCQuesta è una delle sconfitte più dure da sopportare, ma ci sono anche storie che finiscono bene e che ci ricordano quanto il nostro ruolo sia importante per tutelare voi ragazzi e per aiutarvi a crescere liberi e sereni. Quando nasciamo abbiamo un dono: la facoltà di desiderare qualcosa, la grande spinta degli esseri umani, sta nel desiderio di diventare qualcuno da grandi. Per farlo è necessario essere liberi».

Una testimonianza da brivido, quella raccontata da Maria Rosa Scorese, sorella di Santa Scorese, grande volontaria della Croce Rossa e Missionaria a Palese. Uno spirito libero, amante della vita tanto da volerla vivere unita a Dio.
“Vorrei essere una vela che solca mari, oceani. Vorrei avere ali d’aquila per volare sempre alto nella vita. Vorrei essere musica che giunge agli orecchi di Dio e contagiare tutti con la mia gioia”, scriveva così nel suo diario.

Santa muore a 23 anni, vittima di stalking e di femminicidio. Ha denunciato tante volte questa persecuzione, non usciva mai sola, si faceva accompagnare ovunque andasse. Ma la legge non riconosceva questa violenza psicologica. Il suo aggressore, uno psicopatico, prima di ammazzarla scrisse in una lettera: “Se non sei mia, non sarai di nessuno… nemmeno di Dio”.
Un martirio. Situazioni che ancora oggi la legge non conosce, né vuole affrontare, giustificando questi criminali come “malati, incapaci di intendere e volere”. «La legge li rinchiude per 10 anni in un manicomio, senza un aiuto, lasciando morire le loro anime, oltre alla ragione».

La sopportazione e il silenzio delle donne è direttamente proporzionale all’incapacità della legge di intervenire in certe situazioni.
Una serata particolarmente ricca, quella del 10 marzo. Gli alunni della scuola Imbriani non hanno per nulla esitato nel far trasparire la commozione e la loro giovane anima leggendo storie di donne vittime di violenze, donne di culture che non riconoscono loro la libertà, di giornaliste private della loro libertà di espressione.

SONY DSCSi è assistito anche ad una lavagna nera segnata da infinite croci bianche, metafore di migliaia di donne vittime di soprusi e femminicidi. Sul palco, uno sfondo di scarpe rosse, in un auditorium buio. Davanti ad una platea commossa e silenziosa, solo la luce di un riflettore, quello puntato sulla “voce delle donne” raccontata dai ragazzi.

Un rotolo di svariati metri, su cui erano incisi tanti, vari meravigliosi pensieri e riflessioni che i ragazzi hanno maturato dentro di sé durante le giornate dell’evento.
Un dibattito profondo e costruttivo quello mediato dalla professoressa Antonella De Benedittis e tenuto da Maria Pia Vigilante, responsabile centro Anti Violenza Bari ed Elvira Zaccagnino, Direttrice Casa Editrice La Meridiana, assieme all’intervento dell’Assessore dei servizi sociali Antonella Rosito.

Si è discusso, infatti, su come la cultura possa fronteggiare il problema della violenza, molto spesso usata per affermare il proprio potere, in qualsiasi contesto sociale e politico. Le donne hanno lottato per rivendicare la parità dei diritti a nome “degli ultimi”: clandestini, immigrati, disabili. La violenza è sinonimo di fragilità. È necessario dunque attuare un programma politico volto a valorizzare e tutelare le “differenze” sociali.

Ma l’origine di questo 8 marzo magicamente indimenticabile sta soprattutto nella mostra di opere dell’artista Gigi Bucci.
Un labirinto di opere a matita, ospitate nel salone d’ingresso della scuola, a cui l’artista ha saputo dar voce con incredibile sinuosità nei lineamenti delle espressioni del volto e attraverso una serie di frasi che racchiudono ideali di libertà, saggezza, arte, determinazione: accessori intrisi di eleganza e bellezza che ornano un vestito fatto di stoffa storica, indossato dal mondo.

“Artisti si nasce, e si rimane, artisti, anche quando la voce non è proprio una meraviglia”, dice il messaggio di Maria Callas. “ Non capiremo mai abbastanza quanto bene è capace di fare un sorriso”, lo diceva Madre Teresa Di Calcutta. “Mi piace essere uno spirito libero. A molti questo non piace, ma questo è ciò che sono”, diceva invece Diana Spencer.

Dal canto, al cinema, dalla religione all’arte, le donne hanno lasciato sempre un’impronta indelebile che ha reso il mondo un museo a cielo aperto, un manuale di storia unico, imprescindibile.
«L’8 marzo è una giornata di fondamentale importanza. Anche se le cose sono cambiate, pensiamo che ci sia ancora molto da fare, al fine di valorizzarne e tutelarne la libertà. – dichiarano nell’intervista la Dirigente Maria Luisa Faretra e la docente Angela Ricchiuti – In passato non era comune che una donna ricoprisse il ruolo di docente o ancor di più, di Dirigente scolastico e anche se oggi le donne sono inserite nei vari ambiti sociali, politici e culturali, la percentuale è ancora molto bassa.

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C’è ancora molto da lavorare sulla mentalità sia degli uomini, sia delle donne, sulla loro determinazione nel volersi realizzare sempre e comunque. È stato inaspettato il risultato di questo evento. Non ci aspettavamo tanta passione e positività che i ragazzi ci hanno dimostrato. Un evento organizzato in soli tre giorni, con tanto animo ed entusiasmo. Le opere dell’artista Gigi Bucci ci hanno fortemente ispirato, è partito tutto da lì. I ragazzi si sono messi immediatamente in gioco, recitando, leggendo, suonando e cantando. Volevamo che l’importanza di questo tema arrivasse al loro cuore ed è successo. Con i pensieri scritti sul rotolo di carta, con le lacrime e l’emozione nel guardare le opere dell’artista, con la commozione che hanno suscitato in tutti i presenti».

«Mi auguro che i ragazzi custodiscano e trasmettano i valori racconti, un domani. – asserisce la Dirigente – Mi auguro che anche i ragazzi sappiano amare e rispettare le donne che incontreranno nella loro vita. Mi auguro che le scuole e la cultura possano continuare a comunicare la sensibilità di questi temi, attraverso varie iniziative».

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