Io e le cose

Quello che voglio sfatare è il mito della materia inanimata. Oggi avrei voluto che fossero le “cose” stesse a raccontarsi. Ogni cosa, ogni oggetto che tocchiamo si impregna e si carica di vita, la nostra, assumendo significati e valori sconosciuti. Loro ne avrebbero da raccontare: dal libro scarabocchiato dal vicino di banco al bracciale che portiamo sempre al polso, dal peluche seduto sulla polvere delle mensole alla lampada che si cala sulla scrivania densa di luce. E lo specchio? Lo specchio ogni giorno ci dice qualcosa di nuovo e noi non facciamo altro che ignorarlo.  

Le cose sono vive, pensiamo all’esperienza che abbiamo da bambini prima di addormentarci; quando crediamo che un mondo inanimato ci fissi al di la dei nostri stessi sguardi: “portami oltre il vedere, dalla parte del clamore che fanno le cose inanimate quando l’uomo è voltato” canta Gazzè in Preferisco così.

Voglio soffermarmi su quello che le cose ci riflettono; restiamo davanti ad una bottiglia e fissiamola. Da un lato c’è la nostra coscienza tentacolare che aiutata dai sensi la sfiora, la stringe, la annusa, la ascolta nel suo silenzio assordante e la violenta nella sua cosalità. Dall’altro lato c’è la bottiglia stessa nel suo “modo fermo e assurdo di esserti davanti”; per noi come puro pensiero potrebbe esserci o non esserci, eppure le ci restituisce tutta la sua interezza, la sua durezza, una presenza spoglia e radicata che cozza contro il nostro fluttuare. Noi e la bottiglia. Sembriamo due mondi così distanti, eppure nell’arco di un secondo abbiamo imparato molte cose da una semplice bottiglia. L’oggetto non è solo l’oggetto: esso pensa in me, io sono la bottiglia che si riunisce e si mette ad esistere di per sé.

Che cosa ci insegnano le cose?

Prima di tutto il concetto di utilità e di funzione: l’utensile, come il martello, è creato per essere utilizzato, ha un determinato fine che ne assorbe il significato. E’ dalle cose che impariamo la funzione, tutto deve servire a qualcosa: anche l’Altro, anche chi ci è accanto.

Altri due concetti chiave sono la stabilità e la fragilità: viviamo ormai in un mondo in cui gli oggetti sono intercambiabili, prodotti per avere una vita breve, fatti per essere consumati. Ecco, consumati. E’ questo che diventiamo per riflesso: consumatori, ovvero esseri dediti alla consumazione che altro non è che il lato opposto alla conservazione. Dal modo in cui si sono evoluti gli oggetti abbiamo imparato a sprecare, a bruciare, a vivere nella stessa consistenza dell’usa e getta: amori mordi e fuggi, relazioni che si scaricano come pile, eterna ricerca della leggerezza.

Infine c’è la molteplicità. Un oggetto rimanda ad una catena infinita di oggetti. Un oggetto non è solo, ma è armato insieme ai suoi simili. Proviamo ad immaginare il nostro girovagare all’interno di un supermercato: quanti barattoli di marmellata, quante varietà di biscotti. Immaginatevi con la lista della spesa fra le mani: che cosa dovete prendere, quale sarà il prodotto designato nel valzer delle alternative? Questa presenza massiccia, ingombrante e per l’appunto molteplice aiuta la nostra scelta? Un certo tipo di pensiero ha sempre pensato che per aumentare la felicità bisognasse aumentare la libertà a disposizione dei soggetti e per far questo la soluzione è moltiplicare la scelta. Barry Schwartz ne Il paradosso della scelta ha dimostrato proprio il contrario:  le scelte sono paralizzanti, le scelte possono creare gabbie decisionali che ci portano ad un vero e proprio blocco esistenziale. Bisogna tornare all’essenziale.

Per questo chiudo con il piacere della condivisione e auspico che si possano promuovere sempre più spesso iniziative di sharing. Condividere significa riscoprire l’umanità che sta dietro le cose. Il Mercatino del baratto, gli swap-party, il Labo-riuso sono momenti in cui siamo invitati ad andare al di là della vita “aziendale” di un oggetto, significa riattivare la creatività e far rivivere il fai-da-te, significa non privilegiare il “possesso”, ma l’accesso ad una cosa o ad un bene e nel nostro piccolo avere l’opportunità di riscrivere i rapporti umani.

Non c’è chiusura migliore che il testo della canzone che ha dato il nome all’evento Io e le cose:

« Ad essere sincero io non so/se esistono le cose/non so se vanno male o bene/ se tutto è un’illusione/ad essere sincero io non so nemmeno/se anche le persone/coi loro sentimenti e la ragione/esistono davvero. Io non so niente, ma mi sembra che ogni cosa/nell’aria e nella luce/debba essere felice ».

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Ai lettori consiglio: The Paradox of Choice: Why More Is Less di Barry Schwartz, La civiltà dell’empatia di Jeremy Rifkin e la divertente canzone di Gaber Gli oggetti

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