Io e Dio

“A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io,

avrei bisogno di pregare Dio ( a modo mio )”

Su alcuni temi è davvero difficile soffermarsi, si finisce a dire “tutto e il contrario di tutto” lasciando che la conversazione perda il suo spartito in meno di mezz’ora. « L’Assenzio di Dio » doveva essere uno di quei temi, ma a distanza di mesi porto ancora il piacere di aver ascoltato l’opinione di ogni partecipante che, nel suo piccolo, cercava di gettare luci o ombre sull’immensità.

Non sono una persona religiosa e il mio scetticismo, effettivo o presunto, si è riflesso nello stesso titolo della serata: una combinazione fra Silenzio e Assenza di Dio.  Stranamente però, più dichiaravo a me stesso di essere ateo più, nel corso degli anni, ho dovuto rinunciare ad una totale negazione di Dio. In fondo, credere o non credere non cambia poi molto se si resta nella trincea irreversibile delle proprie posizioni.

Scelgo di consigliare ad un ipotetico lettore Io e Dio. Una guida dei perplessi del teologo italiano Vito Mancuso che rientra, in maniera non retorica, nei libri che hanno cambiato la mia vita. Mancuso è un credente che non usa la spada e lo scudo della fede; la sua è una pura ricerca che nascendo dal dubbio vuole scavare il solco di là dell’ortodossia, dell’autorità e dell’ostentata obbedienza. Più volte, il buon Mancuso ( sposato e con due figli che potrebbero essere i veri destinatari del libro  )  è stato oggetto di anatemi e minacce di scomunica.

 L’avevo ordinato online quando ancora studiavo a Milano e, stanco di qualsiasi lettura, l’avevo abbandonato su un scaffale senza speranza: pur studiando filosofia non avevo una gran voglia di Dio. Qualche mese dopo avrei capito il perché: doveva essere la parola “Io” ad attirarmi definitivamente. Una volta a Corato, da buon amante di saggi, l’ho sfogliato e l’ho adottato per quasi un mese sul mio comodino: Mancuso è uno di quegli autori che mi ha fatto annuire più e più volte nella solitudine della lettura.

« Dio » – scrive Mancuso « non è un nome proprio [ .. ]; neppure un nome di cosa concreta [ .. ]; neppure un nome di un concetto astratto [ .. ]. Dio è piuttosto un termine relativo, esprime cioè una relazione, designa un rapporto, vive di un’unione ». Religione etimologicamente non significa proprio “mettere in relazione”? Questo rapporto, questa unione, la vedo prima di tutto con l’Io; il cui contributo non è tanto quello di plagiare Dio a sua immagine e somiglianza ( o viceversa, essere l’unico e legittimo riflesso di quel Creatore che ci ha dato le chiavi per dominare e a distruggere la Terra con le sue creature ) quanto l’inserirsi in un percorso di apertura e di scoperta. Apertura verso cosa? Io la definisco “apertura verso l’altrimenti”: un inciso che sia l’ateista cinico e radicale quanto il cieco e sordo difensore della fede non possono capire nella loro rispettiva chiusura.

Il mistero della nostra esistenza non si trova, in fondo, nei dogmi millenari di una dottrina arroccata nelle sue posizioni out-of-date, ma nelle manifestazioni più quotidiane della vita; una vita la cui emergenza ( dallo scontro disorganizzato di particelle subatomiche sparse in un universo buio, freddo ed infinito ) sarebbe stata letteralmente impossibile agli occhi del più ottimista degli scommettitori chiamato ad assistere al primordiale Big Bang. Un’altra parte del mistero me la ricorda Lucio Dalla, grande amico e confidente dello stesso Mancuso: « sotto un cielo di ferro e di gesso/l’uomo riesce ad amare lo stesso /e ama davvero/nessuna certezza/che commozione, che tenerezza ».

Non voglio andare molto oltre, questa recensione potrebbe dilungarsi troppo e il mio lettore non ha ancora avuto quella scintilla che lo porterebbe a comprare questo libro dalla copertina blu. Quando vi invito a ricercare Dio, non vi invito a cercare la Verità: voglio solo che ammettiate che la verità non è esattezza, né pura determinazione ( altrimenti la fisica che ammette l’esistenza della luce sia come onda che come corpuscolo cadrebbe nella non-verità ) e che, spesso, oltre la semplice Ragione bisogna dar alito al Sentimento; perché entrambe le nostre istanze, espresse con la lettera maiuscola, non sono contraddittorie ma complementari.

 « Forse che in alto non s’incurva il cielo? E sotto i nostri piedi non sta salda la terra? E che le stelle sorgendo non ci brillano incontro d’armoniosa luce? Non guarda forse il mio occhio nel tuo, e non s’affolla ogni cosa al tuo capo e al tuo cuore, operando visibile e invisibile in eterno mistero intorno a te? Di questo riempi il tuo cuore, per quanto grande è; e quando in codesto sentire tu ti trovi veramente beata, chiamalo pure allora come vuoi: chiamalo felicità, cuore, amore, Dio; per codesto io non ho nome alcuno. Sentimento è tutto. Il nome è soltanto un suono e fumo, che offusca lo splendore nel cielo » – Goethe, Faust.

Chiedo un ultimo sforzo: dopo Balla Balla Ballerino, ascoltate Henna di Dalla e capirete lo slancio dell’Io nel gettarsi al di là dell’Assenza e del Silenzio ( apparente o meno ) di Dio.

Per i curiosi consiglio: Il Re, il Saggio e il Buffone di Keshavjee Shafique e la visione del film premio Oscar Vita di Pi diretto da Ang Lee ( tratto dall’omonimo romanzo di Yann Martel ). Ai più volenterosi uno dei libri chiave della teologia contemporanea: Dio esiste? Una risposta per oggi di Hans Küng. Nonostante abbia già chiamato in causa l’ascolto, aggiungo in coda Io se fossi Dio di Gaber e Messa in moto di Caparezza.

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