Il tozzo di pane

 “Fra le righe” è la nuova rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale FORUM DEGLI AUTORI di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società assieme ad eccellenze del nostro territorio quali i membri del Forum degli Autori, creando un filo diretto di discussione e condivisione col lettore.

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di Antonio Montrone

tempi moderniIn questi anni di trasformazione, di speranze, di illusioni, di grandi passioni politiche, ho sempre creduto di aver fatto una scelta giusta; una scelta di campo. Fu quando, optai per la scelta di dedicarmi al sindacato, evitando di intraprendere una carriera politica. Fin da ragazzo, dopo che l’eminente, indimenticato e indimenticabile Prof. Domenico Calvi diede una sterzata alla mia formazione, mi ha sempre appassionato la storia e da adulto ho preferito la lettura di testi storici, sia pure romanzati. Infatti ho sempre pensato che dalla storia si tragga l’insegnamento per il futuro e per tale ragione ho considerato la politica e il potere che da essa deriva come un fatto temporale, destinato a cambiare negli anni per lasciare spazio a nuove ideologie.

Le necessità dei cittadini, contrapposte alle contraddizioni del potere politico-temporale e alla mancata applicazione delle leggi, trovano un sostegno in una forza che s’identifica con quella sindacale, svincolata dal potere politico.

In Italia, l’unica vera forza anticrisi che è stata capace di tenere la barra dritta e sostenere lo Stato nei momenti di vera difficoltà e mancanza di valori, è stata l’organizzazione sindacale, nel suo complesso. Quel sindacato, che oggi è tanto criticato, è stato in grado di sorreggere la Repubblica negli anni drammatici del terrorismo, nell’epoca buia di Tangentopoli, nel periodo oscuro della recessione economica, assumendosi responsabilità ben più grandi delle sue possibilità, e con ciò pagando un alto prezzo di credibilità, nel tempo, omologandosi agli occhi dell’opinione pubblica con il potere politico, ritardando così il necessario rinnovo generazionale.

Come non ricordare, infatti, le piattaforme rivendicative dei decenni che ci siamo lasciati alle spalle che erano caratterizzate da una sostanziale rigidità delle richieste da parte sindacale, le quali erano state discusse e formulate nell’ambito di ampie assemblee di base. Ciò, per conseguenza, riduceva al minimo i margini di negoziabilità. Oggi, per contro, le posizioni si sono capovolte: è la parte padronale e manageriale che pone limiti e freni alle trattative e alle rivendicazioni, ponendo come pregiudiziali limiti economici e organizzativi oltre i quali non si può andare.

panePersonalmente ritengo “repressivo” tale comportamento soprattutto quando gli stessi limiti non vengono posti allorquando si tratti di negoziare emolumenti e appannaggi a favore di taluni manager e dirigenti, particolarmente quando si tratta di personaggi profumatamente pagati ma che, in fin dei conti, raggiungono poi risultati molto vicini allo zero, sebbene sfruttando il lavoro della base e succhiando ad essa il sangue in termini di operosità.

Da parte padronale e aziendale nel tempo ci fu una promessa di costante impegno e le forze che miravano a contrastare l’ascesa del movimento sindacale avevano trovato, per il tramite di tutta una serie di artifici, lo strumento con cui mobilitare le allora definite “maggioranze silenziose” verso vagheggiati traguardi di restaurazione.

Iniziò così a prendere piede il fenomeno del sindacalismo autonomo, in antitesi a quello confederale, soprattutto nel mondo della scuola, quel mondo ancora oggi protagonista di tumulti continui e costanti e instaurando così un ridimensionamento del potere contrattuale che il sindacato sino a quel momento aveva avuto.

Oggi ci ritroviamo a individuare elementi caratteristici per i quali inquadramenti, contratti e quant’altro siano destinati a tenere bloccati i rapporti di lavoro, incidendo sullo stesso comune sociale e finalizzando alcuni meccanismi di contrattazione a grattare sempre più il fondo di quel barile in cui si trovano impiegati e operai, mentre – per contro – si protende a concedere sempre più potere e autorità alla classe dirigente e padronale che, in molti casi, affossa le aziende anziché migliorarle e senza alcuna assunzione di responsabilità, da parte di costoro, circa gli insuccessi ottenuti.

Insomma, stiamo quasi tornando agli anni cinquanta del secolo scorso, quando sui posti di lavoro si consumava, talora fino al limite estremo, quel che di meglio i lavoratori avevano di sé, le loro capacità di pensare, di sentire, di muoversi.

L’operaio e l’impiegato consuma quel meglio, perché quando ha finito il lavoro ne esce svuotato perché non ha posto nulla di se stesso nell’ambito della sua operatività: né pensiero, né sentimento e neppure, se non in debole misura, movimenti determinati da lui, ordinati da lui in vista di un obiettivo che sente suo.

Non ho la bacchetta magica e non saprei proprio, nella attuale condizione, come sopperire a tale situazione di sacrificale comportamento da parte della base, ma potrei solo suggerire che continuare a indebolire il movimento sindacale è utile solo a chi detiene il potere al fine di poter agire a proprio piacimento su chi poi risulta essere debole e indifeso.

La solita vecchia storia che avevano applicato sapientemente i Borboni: mantenere il popolo nell’ignoranza sicché non sapesse e subisse sempre, accontendandosi del tozzo di pane quotidiano.

Ecco, credo che siamo arrivati proprio a quel punto e speriamo che, almeno il tozzo di pane, non venga negato a chi lavora.

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