Il Teatro delle Molliche porta in scena “In mezzo allo Stradone”

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Entrare in Teatro e diventare, come per incanto, i protagonisti di un viaggio virtuale nell’età romantica e risorgimentale, ricostruita lungo i vialoni dello Stradone attraverso suggestioni multimediali di grande impatto, con foto storiche e confronti iconografici e stilistici fra opere appartenenti a differenti contesti storico-artistici.

È stata questa l’esperienza vissuta dagli studenti delle scuole superiori di primo grado della città di Corato e da quanti hanno partecipato allo spettacolo serale di venerdì 31 marzo intitolato “In mezzo allo Stradone. La storia della nostra storia”, delirio storico teatrale, così come definito dal suo stesso ideatore, Francesco Martinelli (Teatro delle Molliche), realizzato con la partecipazione alla tammorra di Luca Rossi.

L’iniziativa è stata fin da subito condivisa con l’Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del Comune di Corato, che le hanno assegnato uno scopo benefico, oltre che culturale. «Il ricavato dei biglietti – ha riferito l’assessore Marialuisa Zezza – sarà interamente devoluto in favore del progetto “Scuola solidale per Amatrice”, promosso a livello nazionale dall’Unitalsi-Progetto Bambini, al fine di ricostruire l’Istituto onnicomprensivo distrutto dal terremoto.

Abbiamo voluto così far partecipare i ragazzi ad un’azione di solidarietà e, al contempo, far conoscere alcuni “volti noti” della scultura monumentale cittadina, obiettivo condiviso anche con il Consiglio Comunale dei Ragazzi».

Un racconto, dunque, reso fruibile con le arti sceniche per assolvere una funzione sociale, oltre che didattica/culturale.
Nel buio della sala, il frusciare delle voci provenienti dall’ottocentesca piazza Municipio ha dato inizio allo spettacolo che, via via, ha presentato i monumenti di Giuseppe Garibaldi, Felice Cavallotti e Matteo Renato Imbriani.

Il monumento dedicato all’Eroe dei due mondi, ricordato dagli “amorevoli versi” composti dal patriota Giovanni Bovio, fu realizzato nel 1885, a tre anni dalla sua scomparsa. Garibaldi, colui che aveva coniato lo slogan anticlericale “preti alla vanga”, è stato rappresentato con un “atteggiamento dignitoso, ma non altero, gli occhi verso il cielo, ma malinconici”, quelli di “un eroe fiero ma pensieroso”, con alle spalle alcuni libri appoggiati su uno sperone roccioso e un aratro.

Una raffigurazione piuttosto inusuale se si considera l’iconografia più comune che lo rappresenta “a cavallo, con la spada sguainata, con una mano d’innanzi al petto e l’altra dietro, o con tutte e due le mani dritte, monumenti che puntano a cavallo, che è al trotto o che si impenna, monumenti senza cavallo, con le gambe unite, con una gamba d’innanzi nell’atto di incedere, con il braccio alto che benedice, con tutte e due le braccia conserte, con un braccio che sta per sguainare la spada, ma anche mezzi busti e teste di Garibaldi”. Un monumento simile, infatti, lo si ritrova solo a Nizza, città che diede i natali a Giuseppe Garibaldi nel 1807, quando ancora era sotto il dominio della Francia.

Il ricordo dei genitori degli anni vissuti a Nizza cede la narrazione allo spirito entusiastico e battagliero dei contadini siciliani, pronti a marciare al suo fianco per la liberazione delle terre dai Borboni, sotto il segno delle camicie rosse, per poi dar voce alla compagna di tutta una vita, Anita, “la più perfetta tra le creature”, che sempre dovette fare i conti con un uomo che “aveva consacrato la propria esistenza ad un principio”, quello patriottico. Non manca il grido dei briganti – 20.000 ridotti ai lavori forzati, 7.000 morti in battaglia, 2.000 fucilati senza alcuna pietà – espressione del divampare del ribellismo meridionale.

Come un’ideale passeggiata lungo l’anello dello Stradone, il racconto prosegue con la presentazione del monumento dedicato a Felice Cavallotti, attraverso una gag che vede come protagonisti un gruppo di cittadini diretti a palazzo di Città, curiosi di conoscere come e dove morì il personaggio ritratto in questo mezzobusto.
Noto come il bardo della democrazia, per i suoi processi e duelli, di spada come di parole, era partito volontario garibaldino in gioventù e per tutta la vita dimostrò di lottare per la giustizia sociale.

A 31 anni, e per 24 anni di seguito, fu eletto parlamentare da un collegio del nord, pur continuando a manifestare il suo interesse verso la questione meridionale. Vivace giornalista, fu anche autore di teatro: si cimentò, con qualche fortuna, nella stesura di alcune commedie sentimentali e drammi storici, come “I Pezzenti”, in sei atti. Paragonato ad un artista, Cavallotti rispondeva al bisogno della gente di “poeti e letterati capaci di rivelare i loro problemi e le loro storie”.

La partecipazione alle insurrezioni dei garibaldini fu condivisa con Matteo Renato Imbriani, avviatosi alla carriera militare fin da giovane età ed allontanatosi per arruolarsi come volontario tra le milizie locali.

Paragonato, per le ampie dimensioni, alla “statua della libertà”, il monumento a Matteo Renato Imbriani fu presentato alla cittadinanza il 23 luglio del 1905 e, nelle cronache del tempo, viene descritto come “una superba opera di arte che Emilio Gallori ha eseguito con intelletto di amore”, rappresentando il deputato “in un’ardita posa oratoria, su piedistallo ottagonale di granito, dal quale si eleva vibrante di fede eroica e ardimento civile, con la sua solita giacchetta e cappello a larghe tese, ma con il braccio sinistro lievemente contratto che scende lungo il corpo e quello destro che si piega con fierezza, con l’indice spiegato all’altezza della spalla ad indicare le città di Trento e Trieste”.

Il difensore della Puglia “sitibonda d’acqua e di giustizia”, fautore della costruzione dell’Acquedotto Pugliese come “atto di giustizia, redenzione igienica, dovere di Stato”, è ricordato, infine, dalla voce fuori campo della moglie Irene Scodnik, che “aveva accettato e condiviso la vita di un ribelle: ribelle perché sposato con una sola donna e per sempre, perché fedele alla sua casa paterna, perché deputato del popolo, imponente e tonante con il suo cappellaccio e la sua valigia di documenti, ribelle per il suo valore spirituale inestimabile, quello dell’onestà”.
Non sono mancati i momenti di comicità, così come brevi riflessioni storiche dell’epoca descritta, sia a livello nazionale che locale, rese possibili grazie al contributo offerto dagli storici Franco Vangi, Pasquale Tandoi, Nicola Fiore e dal collezionista Cristoforo Scarnera.

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