Il martirio di Sant’Orsola. Testamento d’arte di Caravaggio

La leggenda narra che Orsola, promessa in segreto a Dio, fu trafitta da una freccia perché non aveva voluto sposare Attila, re degli Unni, invaghito della sua bellezza

Il martirio di Sant'Orsola. Testamento d'arte di Caravaggio
Il martirio di Sant'Orsola. Testamento d'arte di Caravaggio

di Franco Leone

Il 21 ottobre la chiesa ricorda sant’Orsola. Per questo motivo nello spazio de Lo Stradone dedicato all’“incontro con l’arte” ho scelto di portare in primo piano un quadro di Caravaggio che rappresenta il martirio della santa.

L’opera, realizzata nel 1610 e oggi ospitata a Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli, viene considerata come il testamento spirituale di Caravaggio, in quanto è l’ultimo quadro da lui dipinto poco tempo prima della sua morte.

DESCRIZIONE DELL’OPERA

La leggenda narra che Orsola, promessa in segreto a Dio, fu trafitta da una freccia perché non aveva voluto sposare Attila, re degli Unni, invaghito della sua bellezza.

Protagonista del quadro è dunque la santa che appare circondata da quattro barbari.

Sulla sinistra scorgiamo Attila con l’arco teso per aver appena scagliato un dardo contro di lei. Entrambe le mani di Attila affondano nello spazio in cui ci troviamo noi che osserviamo, coinvolgendo indirettamente nella scena anche noi spettatori. Orsola appare quasi impassibile per il colpo ricevuto, mentre sembra intenta a tamponare la ferita con le dita.

Tutto è avvolto dentro un buio inquietante.

Non c’è nulla di sacrale che ci faccia pensare a una mediazione di Dio. Non ci sono angeli in cielo in attesa di accogliere l’anima della santa per portarla in paradiso. Tutto qui è dipinto con un crudo realismo.

Il sangue che sgorga dalla ferita ci fa intendere che la donna è ormai sul punto di morire.

Una calibrata luce lunare fa scintillare l’armatura di Attila, rivelando dettagli di grande virtuosismo come il leone dorato che impreziosisce la corazza. La stessa luce crea un riverbero argenteo sull’elmo e sull’articolazione tubolare dell’armatura del barbaro posizionato a destra della santa, costruendo con questi dettagli la terza dimensione dello spazio. Il colore dominante è il rosso mirabilmente scandito dalle pieghe dei drappeggi di Attila e della santa.

L’uomo alle spalle di Orsola che ha il capo lievemente rivolto verso l’alto è Caravaggio stesso. L’opera ha pertanto un valore inestimabile perché è qui rappresentato un autoritratto del pittore, la sua ultima istantanea prima della morte.

Sembra quasi che la freccia scagliata da Attila abbia trapassato il corpo di Orsola per trafiggere anche lui: dunque nel dipinto si cela l’oscuro presentimento della sua ormai imminente morte.

Un ultimo particolare: tra il carnefice e la santa notiamo una mano che compare quasi dal nulla, come a voler fermare il tempo e riportarlo indietro, all’attimo prima che tutto succeda. Quella mano appartiene a uno degli astanti.

In tal gesto c’è forse il messaggio di un tentativo di riscatto da parte di Caravaggio, autore egli stesso di un omicidio che ha cambiato in peggio la sua vita… un messaggio in cui riusciamo a leggere tra le righe: “Fermiamo la violenza anche quando potrebbe essere già troppo tardi…”

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