Il filtro

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Cari lettori, eccoci al terzo appuntamento della rubrica “Ritratto di un Artista”.

Come ho anticipato nell’ultima pubblicazione, in questo numero vorrei analizzare gli aspetti spinosi della distribuzione musicale nell’era della democratizzazione di internet e dei raccoglitori di musica digitale. La necessità da parte di musicisti sempre più numerosi di cercare una distribuzione che sia libera da vincoli con le case discografiche ed editrici sta dando vita ad un fenomeno di sovrappopolamento del mercato, o meglio, sta creando un altro tipo di mercato, lungi da quello dei grandi numeri e delle dispendiose campagne di marketing.

Prima di affrontare l’argomento però, é necessario fare una premessa sullo stato dell’arte in materia di produzioni discografiche e su come il mondo della produzione sia diventato più friendly negli ultimi anni.

Partiamo da un dato di fatto oggettivo: data l’incessante diffusione di strumentazione entry level, produrre un disco oggi, non richiede gli stessi investimenti di soli 15 anni fa. Pensiamo alle DAW (digital audio workstation), che solo pochi anni fa erano appannaggio di pochissimi audaci imprenditori del settore e che oggi, dato il calo dei prezzi nel settore informatico sono alla portata di tutti; per non parlare di schede di conversione audio e di microfoni a buon mercato. Oggi si può realizzare una pre-produzione in casa con costi davvero ridicoli e ciò permette di concludere la produzione in uno studio di registrazione professionale a costi sempre più vantaggiosi. A dimostrazione di quanto appena detto, il mercato dei software per la manipolazione audio è sconfinato e a mio parere ancora inesplorato. Questo permette ai più audaci di realizzare direttamente a casa la maggior parte del lavoro per poi andare in studio professionale con del materiale valido su cui lavorare e le idee chiare su come la produzione deve essere portata avanti. Certo non bisogna dimenticare che l’utilizzo di qualsiasi strumento nella catena di produzione, eccellente o scadente che sia, è solo una piccola parte di ciò che poi andrà a determinare la buona riuscita della produzione stessa. L’orecchio e l’esperienza di chi sta al di la del vetro della sala di regia, sono tanto importanti quanto possedere strumentazione di alto livello.

È evidente a questo punto che realizzare un disco non richiede più le proibitive risorse finanziarie di un tempo e che la comparsa delle self distributions su cui si basa il mercato indipendente hanno mosso intere masse di musicisti a produrre e divulgare la propria musica.

Questo fenomeno ha dato vita ad un mercato prolifero sicuramente più interessante e stimolante di quello ufficiale proprio perché libero dalla necessità di realizzare forti guadagni in breve tempo e con prodotti discografici dalla vita breve, tipica delle Major.

In un momento come questo, in cui nonostante la grande offerta di musica le radio continuano a passare prodotti discografici facilmente riconoscibili dagli ascoltatori; in cui i “grandi” nomi della musica leggera sembrano aver esaurito la carica creativa propinando di mese in mese dei “nuovi” singoli che sembrano essere indispensabili per la realizzazione di un palinsesto radiofonico credibile e di qualità; un momento in cui anche le  internet radio indipendenti che apparentemente dovrebbero conservare maggiore libertà nella scelte artistiche, temendo di perdere i loro già pochi ascoltatori giornalieri, passano continuamente i cosiddetti sempreverdi omologando il proprio modus operandi a quello dei grandi network commerciali; in un momento come questo quindi, gironzolare qua e la su internet tra i vari raccoglitori di musica digitale, nell’immenso panorama dei nomi sconosciuti, evitando gli innumerevoli surrogati di Vasco, Ligabue, Negrita e chi più ne ha più ne metta, è gratificante scoprire dei prodotti nuovi, audaci e senza compromessi.

Spero che mi si faccia passare la metafora ma è come stare in un grande mercato ortofrutticolo e andare alla ricerca di frutti esotici e sconosciuti spinti dall’irrefrenabile desiderio di arricchire le proprie esperienze in fatto di sapori, anziché cercare di scegliere il meglio tra ciò che già si conosce da tempo, o peggio, accontentarsi di ciò che è rimasto anche se di scarsa qualità. È proprio così che funzionano i grandi raccoglitori di musica digitale: da una parte i grandi nomi che facevano numeri da capogiro e muovevano il mercato discografico (perdonate l’uso del passato ma non posso farne a meno data la situazione attuale), dall’altra una infinità di sconosciuti che non aspirano ad arrivare al grande pubblico ma di fidelizzare una piccola parte di ascoltatori attenti ed esigenti. Questo sistema avrebbe delle potenzialità incredibili se solo ci fossero requisiti necessari a farlo funzionare.

Il primo grande intoppo sta nella qualità oggettiva di ciò che viene messo in distribuzione. Naturalmente non mi riferisco al fatto artistico ma alla realizzazione del prodotto vera a propria. Spesso ci si trova in presenza di intuizioni artistiche straordinarie che ahimè non rendono quanto dovrebbero perché carenti di qualità nella produzione. Esistono degli standard di qualità imprescindibili a cui una produzione moderna deve fare riferimento e sono certo che i raccoglitori di musica digitale debbano attuare una sorta di controllo su ciò che viene messo in distribuzione affinché si mantengano alti gli standard senza minare le basi di un sistema democratico in piena ascesa di diffusione della musica.

Un altro punto debole di questo sistema sta nel pubblico a cui si rivolge.

Sembra ancora impossibile che il grande pubblico possa andare alla ricerca di “musica nuova” rinunciando a seguire i grandi nomi spinti dalla curiosità di vedere cosa offre il vasto panorama della musica indipendente. La sfida sta nell’educare il pubblico affinché non rinunci al piacere di ascoltare e scoprire le novità a prescindere dalle proposte di radio e televisione.

Per essere precisi, sarebbe necessaria anche un’educazione alla qualità dell’ascolto. Non posso fare a meno di pensare alle centinaia di migliaia di ragazzi che ascoltano musica, in coppia, dal cellulare, dividendosi un paio di cuffie e vanificando in un gesto tutto il lavoro che c’è dietro la produzione di un album.

È come un cane che inseguendo la propria coda resta intrappolato in un frenetico e vorticoso roteare. Da una parte c’è il pubblico pigro fatto di ascoltatori passivi, inconsapevoli, poco esigenti e totalmente privi di senso critico; dall’altra ci sono i grandi network che devono raccogliere consensi, fare in modo che lo Share sia sempre alto per mantenere alti i prezzi nella compravendita degli spazi pubblicitari.

Dov’è quindi il bandolo della matassa?

Non ho una risposta a questa domanda ma non posso fare a meno di elaborare una riflessione sul concetto di curiosità. La curiosità è alla base delle scoperte che hanno dato vita al progresso e alla conoscenza, è un’istinto primordiale tipico dell’essere pensante che deve soddisfare la propria naturale attitudine al dare forma all’ignoto ed è ciò tutti noi abbiamo perso nel tempo. 

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