Il diritto di sognare: storie di cuore e integrazione

Testimonianze dirette di chi vive l’immigrazione come risorsa e l’integrazione come scelta consapevole dettata dal cuore

Cardenia Casillo e Sara Scotto intervistate da Felice Addario

Lunedì 17 dicembre, presso il Centro Aperto Diamoci Una Mano, in occasione della serata conclusiva della settimana “Umanamente”, organizzata da Presidio del Libro di Corato, Punto Pace Pax Christi e Interassociativo RETE ATTIVA in occasione dei 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si è parlato dell’inestimabile diritto di sognare attraverso la preziosa e commovente testimonianza di esempi di concittadini che hanno scelto di vivere l’integrazione aprendo le porte del cuore.

Nella serata, moderata dal sociologo Felice Addario, dopo il quadro storico italiano dalle leggi razziali alla Carta dei Diritti dipinto dal prof. Roberto Tarantino, tre sono stati gli straordinari esempi di come si debba vivere come un’unica grande comunità, senza distinzione alcuna, per collaborare ad un progetto comune, quello di alimentare il valore dell’umanità e dare il giusto peso e significato al senso della vita.

Fare Sistema Oltre l’Accoglienza

Con Cardenia Casillo, responsabile della Fondazione Casillo, e Sara Scotto, responsabile regionale del progetto Fare Sistema Oltre l’Accoglienza, si è parlato del Progetto che mette al centro la necessità di fare integrazione socio-lavorativa di migranti e italiani svantaggiati e con problematiche di inserimento sociale, valutandone le reali capacità soggettive, coinvolgendo aziende intenzionate a dare concrete opportunità, tenuto conto delle famiglie quale valore aggiunto per l’inserimento sociale. Progetto già attivo da qualche anno su Corato, presentato alla cittadinanza in occasione di uno spettacolo musicale dei Medison per sensibilizzare la cittadinanza, e che ha portato all’idea di Vapuli, un servizio di lavaggio a vapore a domicilio, che al momento coinvolge quattro ragazzi, due italiani e due migranti, «purtroppo non ancora sostenibile economicamente» – ha dichiarato Cardenia Casillo.

Lasciar entrare la storia che bussa alla nostra porta

Commovente e colma di travolgente e contagioso amore e solidarietà, la storia dei coniugi coratini Giuseppe Maldera e Nica Testino che hanno accolto nella loro casa, come membro della loro famiglia, il giovane migrante Jeffrey, che sarebbe stato altrimenti costretto a lasciare Corato.

Corato: Giuseppe Maldera e Nica Testino
Giuseppe Maldera e Nica Testino

Loro, assieme ai loro figli, hanno scardinato ogni tipo di limite all’accoglienza, confrontandosi con la pesante reazione dell’incomprensione e dell’intolleranza che, nei nostri giorni dilaga amaramente fomentato da inni al razzismo. «La nostra storia comincia dalle narrazioni vissute nella nostra famiglia sin dalla nascita che hanno preparato il nostro cuore a quello che la storia ha fatto bussando a casa nostra» – ammette Nica, figlia di un migrante in Venezuela, nata dopo il rientro del padre a Corato e nipote di una mamma materna che, rimasta vedova con nove figli, non ha esitato ad accogliere nella sua masseria da mezzadra due soldati fuggiaschi che avevano ricevuto indicazioni dai due figli della vedova Pisicchio incontrati al fronte. (Tutta la storia è raccontata in Murgia Oscura sul numero di maggio 2015 de Lo Stradone, in un articolo a firma di Roberto Ferrante e Mariangela Azzariti). Il nonno di Giuseppe fu invece fatto prigioniero in Australia ma ebbe anche lui la fortuna di vedersi tendere una mano.

Con una formazione cattolica, i coniugi Maldera hanno conosciuto Jeffrey, ospite dello SPRAR a Corato, nell’estate del 2017 in chiesa, dove il giovane migrante, da cristiano anglicano, seguiva le funzioni e conobbe i loro figli. Tutto inizia con piccoli gesti di attenzione e solidarietà, poi gli inviti a pranzo la domenica, l’aiuto nella ricerca del lavoro presso un’azienda agricola, la tristezza della separazione dopo le cene insieme al pensiero che Jeffrey dovesse tornare a dormire al campo in cui era ospite, fino a rendere il loro legame indissolubile e indispensabile. «Mi sentivo morire all’idea di vedere questi ragazzi che non potevano raccontarsi a nessuno, erano anonimi. – dichiara Nica, che aggiunge, invocando per se stessa il diritto alla libertà personale, (art. 13) violato dall’impossibilità di accogliere Jefffrey al 100% nella sua vita – L’importante è che la storia che bussa alle nostre porte entri e non passi».

Jeffrey ha la sola colpa di essere nato in un paese in cui non poteva vivere e di aver vissuto sulla sua pelle la tratta degli schiavi, perché ai giorni d’oggi, questo flagello esiste ancora. È stato rapito mentre andava a lavorare in un altro paese, denudato e costretto a scavare le rocce in Albania, in cui si nega dell’esistenza certi centri di detenzione. È fuggito, è salito a bordo di un vascello della speranza, senza pagare nulla, ed è arrivato nella nostra terra. «Abbiamo subito capito dai suoi occhi il desiderio di vivere una vita normale, di sentirsi amato e poter amare di conseguenza».

La sera del sabato di Pasqua, la famiglia Maldera chiede e ottiene il permesso di ospitare per la notte Jeffrey che, il giorno seguente, confida di aver dormito veramente per la prima volta in Italia sotto il loro amorevole tetto. Così, ad aprile, Jeffrey si è trasferito stabilmente a casa Maldera «abbiamo formalizzato tutto così oggi è un membro della nostra famiglia, noi siamo i suoi genitori» – le parole di Giuseppe. «I miei figli sono stati generati nel mio grembo e nel mio cuore, Jeffrey è stato generato nel mio cuore» dichiara commossa Nica.

Un percorso emotivo non facile per la famiglia, assolutamente non scontato, costantemente alle prese con il pregiudizio e le battaglie burocratiche per poter far rinnovare il permesso di soggiorno di Jeffrey perché «non basta avere una famiglia e un lavoro, abbiamo l’urgenza di proteggere gli italiani dalle invasioni barbariche senza tener conto di quanto possano essere in grado di darci» conclude con rammarico Giuseppe.

Il diritto di sognare

Determinazione, simpatia, sfrontatezza e una incredibile onestà nelle parole del diciannovenne Kader Diabate, in Italia dal 2016, che oggi si definisce coratino a tutti gli effetti, adottato dalla sua mamma Daniela Maggiulli.

Corato: Kader Diabate
Kader Diabate

Accolto in un comune vicino Riace, Kader ha fondato un’associazione di promozione dei diritti umani e collabora con le Nazioni Unite. «Nella nostra cultura non esistono “amici” o “cugini”, esistono i fratelli, e in nessun dialetto africano esiste il significato della parola “straniero”, per noi esiste solo “ospite”» esordisce il giovane ivoriano che non si definisce migrante economico, nè rifugiato «sono un migrante sognatore. Ho diritto al sogno, ho sognato di studiare, di coltivarmi, di confrontarmi con altre culture perché da piccolo, dai racconti di mio nonno, ho scoperto quanto è stata dura la storia del mio paese dal colonialismo alla schiavitù. Oggi, però, stiamo legittimando la schiavitù in Libia».

La sua voglia di ribellarsi all’ingiustizia, il suo animo da attivista, gli ha fatto conoscere le mura del carcere all’età di 13 anni, per aver organizzato una manifestazione contro infibulazione genitale, battendosi per il diritto delle ragazze alla scuola. Si mette nei panni degli italiani, chiedendo di fare altrettanto «Vi raccontano che prendiamo 35 euro al giorno, ci mettiamo le cuffie, e ci facciamo selfie con il nostro iphone mentre saliamo sui sui treni senza pagare. Ovvio che si alimenta l’odio» afferma Kader che sottolinea come le informazioni sbagliate siano volute per creare paura, alimentare l’ignoranza e dar vita al razzismo. È lui a spiegare che un migrante riceve soltanto 2,50euro al giorno e che è tenuto a spenderne la metà nella città che lo ospita per contribuire al rilancio economico del territorio. «Noi in realtà siamo tenuti a vivere con 37euro netti al mese per vivere» e invita ad avvicinarsi a questi giovani taciturni e spauriti per conoscerne le reali storie.

«Non immaginate quanto è importante per noi l’affetto di una famiglia, poter abbracciare una madre o qualcuno a cui si vuole bene e avere qualcuno a cui poter dire “buonanotte” prima di andare a dormire, o a cui sapere di far ritorno uscendo di casa. Non immaginate cosa significa per i nostri genitori sapere che abbiamo qualcuno che ci sostiene e ci accoglie e ci dà una giusta direzione. Niente può essere paragonato all’affetto che possiamo ricevere dagli altri».

Poi fa il punto della situazione sul decreto che inneggia alla sicurezza. «Neanche gli avvocati sono in grado di spiegarcelo. Stando al decreto chi ha titolo di rifugiato e il permesso di soggiorno per motivi internazionali, non ha più diritto a nessun tipo di contratto di lavoro. Cioè chi arriva dalla Siria con la sua famiglia non può sognare di costruire un futuro per i propri figli se non accettando un lavoro in nero. Noi titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur frequentando la scuola, avendo un lavoro, dimostrando di volerci inserire nella società, non abbiamo diritto al rinnovo del permesso di soggiorno. La chiusura dell’accoglienza diffusa dei progetti SPRAR fa aumentare i CAS (Centro Accoglienza Straordinaria): sono dei campi di concentramento in cui non si ha alcuna possibilità di imparare la lingua italiana o di fare attività di inserimento sociale e lavorativo. Passato il periodo di permanenza di 180 giorni, con una sola possibilità di ricorso in caso di rifiuto del permesso di soggiorno, si passa ai campi di ritenzione prima del rimpatrio. Non possiamo più accedere a servizio civile nazionale e i nuovi arrivati non hanno più diritto neanche a una carta identità né al codice fiscale, restano anonimi, inesistenti, invisibili» commenta Kader invitando a ribellarsi al decreto. «Ho ancora speranza e fiducia negli italiani, nella loro voglia di difendere quello che è stato acquisito dopo sofferenze e guerre. Spero si possa diffondere il messaggio dell’accoglienza vista come risorsa e non come carico».

Nel mondo del capitalismo, dove individualismo e consumismo la fanno da padroni, in una società in cui si mette in evidenza il potere economico, si è destinati alla perdita dei diritti. «Se non siete in grado di ribellarvi contro ogni forma di ingiustizia chiedetevi se il vostro cuore è solo una pompa o vi serve a vivere per riscoprire le emozioni e non rimanere indifferenti».

 

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