Il Grande Gatsby

Ogni volta che Baz Luhrmann gira un film divide nettamente pubblico e critica, nel bene o nel male, senza vie di mezzo, o lo si ama o lo si odia. Per schierarsi bisogna capire chi sia questo regista. Lurhmann nasce nel  ’62 a Herron’s Creek, uno sperduto paesello australiano. Il padre possedeva una pompa di benzina ed un allevamento di maiali quindi l’imberbe Baz tra un pieno di gasolio ed una affumicatura di prosciutti soleva andare al piccolo cinema del paese.
 
Siamo negli anni ’70, immaginate quanto incanto e quanta fascinazione Hollywood abbia generato nella mente del futuro regista. Il cinema era una cosa grandiosa, i registi non erano incatenati al soffocante giogo dei produttori ed mettevano in scena storie enormi, amori che hanno fatto la storia, Coppola  gira “Il Padrino”, esce “La Stangata”, Woody Allen è nel suo periodo d’oro, Spielberg gira “Lo Squalo” e poi tra capo e collo ti arrivano film come “Apocalypse Now”, “Toro Scatenato” e “Scarface”. Il giovane Baz è estasiato, decide che il cinema sarà il suo mestiere, non un cinema normale ma un cinema esagerato, come esagerate sono state le emozioni che deve aver provato nella saletta di Herron’s Creek.
 
Personalente ritengo Baz Lurhmann un regista con buone potenzialità ma che ha dimostrato ancora poco. Inizia la sua carriera con “Ballroom” e “Romeo + Giulietta”, due film senza infamia e senza lode che però dimostrano l’agilità e la competenza di Luhrmann dietro la macchina da presa. Nel 2001 arriva la consacrazione: Moulin Rouge. Baz fa nettamente centro, il film è strabiliante in tutto: grandi interpreti, musiche perfette, coreografie memorabili, devastante bellezza visiva e fotografica. 
 
Il regista si fa desiderare per quasi sette anni e nel 2008 esce “Australia”, kolossal che pretende di essere il “Via col Vento tra i canguri” ma che in realtà non lascia nessun segno deludendo pubblico e critica.
Quest’anno l’hype per il Grande Gatsby è stato enorme perché, si sa, che le faccia bene o male, Baz fa sempre le cose in grande. Il film mi ha deluso non perché sia brutto ma perché ha snaturato il vero significato del libro mettendo la storia, la critica sociale e l’atmosfera in secondo piano a pannaggio della sua visione esteticamente artefatta del cinema. Dove in Moulin Rouge le musiche dei vari Fatboy Slim, Bono Vox e David Bowie riuscivano a trasportarti nelle atmosfere fumose del famoso locale parigino, nel Grande Gatsby l’hip hop, le auto d’epoca che corrono come in uno dei tanti Fast&Furious con tanto di ragazza a bordo che accenna al reggaeton e feste da capodanno di Rio annientano il sapore affascinante della Jazz Age. Certo è vero che il libro non parla del jazz dal punto di vista prettamente musicale ma si capisce quanto durante questo periodo sia avvenuta una vera e propria rivoluzione sociale che terminerà pochi anni dopo con la Grande Depressione del ’29. Non mi bastano pochi accenni al proibizionismo ed alle fortune di Wall Street per essere catapultato nella tragedia del mito americano.
 
Dal punto di vista della trama, anche se con un paio di dimenticanze certamente volute, si mantiene abbastanza fedele al romanzo ma la fedeltà non basta quando si perde per strada ciò che il libro ha da dire. L’Ego di Luhrmann domina sovrano eclissando tutto il resto.
Bravo, come sempre, Di Caprio, ottimo Tobey Maguire, perfetto Joel Edgerton aiutato senza dubbio dal baffetto, perché il baffetto rende sempre più viscidi e nota stonata Carey Mulligan veramente assai poco espressiva.
Nella tanto acclamata colonna sonora veramente poco da segnalare a parte le belle canzoni di Florence and The Machine e Lana del Rey.
Insomma, se avete amato il libro quasi sicuramente non vi piacerà ma, in ogni caso, alzate le terga ed andate al cinema a vederlo così poi mi fate sapere.
 

Lascia un commento

Lasciaci il tuo parere!

Notificami
avatar
wpDiscuz