Evviva! La via Francigena ce l’abbiamo. E ora che ne facciamo?

Lascia sorpresi il silenzio delle forze politiche cittadine alla notizia dell’esclusione di Corato dal tracciato della “via Francigena”. Come se si trattasse di una quisquilia, di qualcosa di poco conto che vale appena il gesto delle spallucce

La scalinata d'accesso alla chiesetta di Santa Lucia, tappa importante della via Francigena e della via Traiana
La scalinata d'accesso alla chiesetta di Santa Lucia, tappa importante della via Francigena e della via Traiana

a cura di Claudio Rocco. La Regione Puglia lo conferma: la via Francigena è con noi. Eppure sorprende il silenzio delle forze politiche cittadine che sembrano non comprendere la portata della questione.

Ad oggi:

  • l’Associazione Europea delle vie Francigene è abilitata dal Consiglio d’Europa a promuovere il patrimonio delle identità culturali europee testimoniato dall’ itinerario percorso da pellegrini, crociati, commercianti, viaggiatori, per secoli.
  • La Regione Puglia ha approvato il tracciato pugliese.

Non esiste una “via Francigena”. È esistito invece dal IX al XVI secolo un fascio di percorsi tenuti insieme dalla medesima destinazione: Roma. Il primo di cui si abbia notizia è nel racconto del viaggio del vescovo Sigerico, nel 990 da Roma a Canterbury. Ma già nell’867 il monaco Bernardo aveva esteso il pellegrinaggio ai luoghi santi oltre la sede di Pietro, viaggiando dall’abbazia di Mont-Saint-Michel a Roma e da qui a Taranto e Gerusalemme, per un tratto interno sulle vie Appia e Traiana. Nel tempo si strutturarono tre direttrici: una dal Nord Europa verso Roma, un’altra da Roma e dal Mediterraneo verso Santiago di Compostela, una terza dall’Europa del Nord e dell’Ovest verso i porti di Taranto e di Brindisi per la Terra Santa.

Questo è il sistema plurale delle vie Francigene. Le sue direttrici svilupparono il pellegrinaggio religioso intorno ai segmenti che ancora uniscono, per esempio, i centri di devozione di San Michele dall’abbazia benedettina in Bretagna, a San Michele sul Gargano. Come il segmento devozionale del martire San Vito che univa l’omonima Chiesa dei vescovi di Troia alla templare San Vito a Corato.

La posizione di Corato sulla via Traiana ne fa una tappa delle vie Francigene in Puglia, attestata dai miliari della via Appia-Traiana che la attraversava, e dalla chiesetta di San Vito appartenuta ai templari, luogo non solo di preghiera ma “commenda” per il ristoro e la protezione dei pellegrini. In un circondario che annovera altre sedi templari con le medesime funzioni.

Si poteva rinunciare alla collocazione di Corato fra le tappe dello snodo tra Santiago di Compostela, Roma e Gerusalemme? Si può rinunciare a progettare e implementare gli itinerari sacri, ambientali e floro-faunistici, storici, artistici e architettonici, enogastronomici, turistici, educativi e formativi per i giovani europei, entro la cui rete si trova Corato? Sull’asse di una cittadinanza europea anti-retorica che vive nell’unità della cultura e della storia comuni? Si può rinunciare all’occasione di mobilitare le risorse professionali e creative, associative, imprenditoriali, e giovanili, che sarà necessario impiegare nel grande cantiere della Corato “francigena”?

Si può restare con le braccia incrociate invece di attivare sinergie tra enti locali, istituzioni di ricerca e formative, pubblico e privato, per capitalizzare i tesori del territorio? Si può continuare a tenere separato quel che invece è unito dalla storia naturale e culturale del territorio e delle sue popolazioni? Si faccia finalmente sistema di tesori che hanno l’unicità della pseudo-steppa, le sagome degli uccelli migratori e degli ulivi, le figure rapide del lupo e della volpe, la formacolore dell’orchidea selvatica, la rustichezza delle masserie storiche e dei trulli, le strutture ancestrali del dolmen e delle tombe di San Magno, le potenzialità del Parco dell’Alta Murgia, le geometrie dei muretti di pietra a secco, la ricchezza dell’olio extravergine, del pane, del vino e dei piatti della cucina tradizionale, i panorami di abbazie, cattedrali, e torri di avvistamento, luci e voci di feste tradizionali e maschere apotropaiche del Carnevale.

Si può rinunciare alle ragioni di uno sviluppo sostenibile che occorre soltanto promuovere perché è già lì, che attende di essere coltivato in una visione ampia e alta della politica? C’è bisogno di una visione più alta di quelle espresse finora dagli appelli all’unità che le forze politiche e i loro simpatizzanti elevano in questi giorni ma per farne cosa è difficile capire.

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