Django Unchained

Faccio una piccola premessa: il commento di questo film potrebbe risultare un tantino condizionato dai miei gusti personali. Sono cresciuto divorando tantissimi film del genere “Spaghetti Western”, mentre gli altri bambini collezionavano i classici Disney io ero irrimediabilmente attratto, non chiedetemi perché, dalle pellicole dei vari Fulci, Corbucci, Damiani ed, ovviamente, Leone che qualche anno fa erano difficilissime da trovare. Bisognava scavare tra i vhs impolverati dei nonni, sperare di beccarli in televisione per poterli registrare o aspettare le raccolte che di tanto in tanto uscivano in edicola.
 
Detto questo: Django Unchained, il nuovo film di Quentin Tarantino.
Il direttore dalle quinte mi suggerisce di mantenere una certa linea di decoro ma, signori, che film!
 
Poco prima della guerra civile negli Stati Uniti del sud, King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie di origine tedesca, libera dalla schiavitù Django (Jamie Foxx) per usufruire del suo aiuto nella caccia ai fratelli Brittle. Tra i due, che continueranno a dare la caccia ai criminali americani, nasce un legame professionale e di amicizia, fino a quando non arrivano a Candyland, proprietà di un ricco possidente negriero (Leonardo Di Caprio)…
 
Così come in “Bastardi senza Gloria” Tarantino aveva attinto a piene mani dalla produzione italiana poliziottesca e di guerra degli anni ’70-’80, in particolare da “Quel maledetto treno blindato” di Enzo Castellari, così in Django Unchained omaggia il periodo d’oro degli Spaghetti Western italiani. Parlare di un semplice omaggio a questo genere sarebbe riduttivo. Tarantino onora il genere Western a tutto tondo, riesce ad amalgamare perfettamente elementi del western classico americano con quello italiano, due filosofie distanti tra loro anni luce.
 
Infatti il western classico americano è caratterizzato da alcuni tòpoi imprescindibili come le battaglie con gli indiani, i grandi stacchi sulla Monument Valley e soprattutto il ruolo del protagonista che veste i panni dell’Eroe destinato a salvare la fanciulla o a riportare ordine e giustizia nel paesello. Questo tipo di personaggio si distingue facilmente anche dal punto di vista estetico, solitamente vestito di tutto punto, lindo, pinto e perfettamente sbarbato.
Quando il mercato fu saturo di Western americani, Sergio Leone, che fino ad allora si era dedicato ai peplum (genere a sua volta in declino in Italia), rivoluzionò il genere capovolgendone i canoni. Nacque lo Spaghetti Western, che vede in “Per un pugno di dollari” il capostipite ed archetipo di questo tipo di film. Ciò che salta subito all’occhio confrontando i due generi è la totale diversità del protagonista. Negli spaghetti western il personaggio principale è un Antieroe, non è altruista ed ha come unico scopo il suo interesse personale, che sia aver salva la vita, incassare una taglia o trovare un forziere di lingotti d’oro. Va da sé che l’elemento della violenza, quasi mai visto fino ad allora in America, venne introdotto dando vita a personaggi rudi, sporchi e senza scrupoli.
Nel 1966 esce Django di Sergio Corbucci che crea un’ulteriore linea di demarcazione nel genere. Django, interpretato da Franco Nero (che in Django Unchained appare in un simpatico cameo), è un personaggio violento, feroce ed assetato di vendetta. Nel film si possono vedere accenni di quello che diventerà il genere splatter. Tarantino non poteva scegliere altro nome per il suo protagonista.
 
L’omaggio di Tarantino non è soltanto basato su una questione estetica o di mero citazionismo. Il regista del Tennessee, tra le altre cose, riesce a ricreare in maniera sublime l’atmosfera dei grandi duelli degli spaghetti western. Basti pensare al famoso “Triello” de “Il Buono, il brutto, il cattivo”. È un duello basato sugli sguardi, sui movimenti nervosi delle dita che cercano la fondina e sull’attesa asfissiante che culmina con il colpo di pistola divenuto in questa situazione la cosa meno importante, soltanto una valvola di sfogo per la tensione monumentale creata dalle scene precedenti. Ecco, i duelli di Django Unchained funzionano con lo stesso meccanismo per buona parte del film: sono duelli psicologici e dialettici, non avvengono sotto il sole cocente del deserto ma in posti ordinari come la tavola, magari davanti ad un pezzo di torta. Inoltre, Tarantino utilizza ancora una volta l’espediente dello “stallo alla messicana”, divenuto ormai suo marchio di fabbrica, in un duello fondamentale e la tensione cresce a dismisura fino ad esplodere… in tutti i sensi.
 
Tutti gli interpreti sono superlativi. Christoph Waltz su tutti. Ma dov’era quest’uomo prima di essere scoperto da Tarantino? Dove?! Lo spietato e crudele Hans Landa, il colonello di Bastardi senza Gloria, si trasforma in un cacciatore di taglie dall’animo buono. Il cambiamento tra i personaggi delle due pellicole è radicale, sicuramente antitetico (Tarantino gioca molto con  rimandi ed opposizioni alla pellicola del 2009), ma Christoph Waltz sfodera un’altra interpretazione da Oscar.
Jamie Foxx è altrettanto bravo e carismatico e su questo non c’è alcun dubbio ma, nonostante sia il protagonista, a mio parere, non riesce a rubare la scena al suo collega tedesco.
Altro discorso va fatto per Leonardo Di Caprio. Io sono un grande estimatore di Di caprio, penso che sia uno degli attori più bravi di questa generazione, forse addirittura uno dei migliori cinque. Anche grazie all’aiuto del suo mentore Martin Scorsese è sempre riuscito a creare grandi interpretazioni in film quasi sempre riuscitissimi come “Prova a Prendermi”, “The Aviator” e “The Departed”. In Django Unchained non si smentisce e crea un cattivo che secondo me diventerà cult.
Last but not the least, torna in un film diretto da Tarantino un irriconoscibile Samuel L. Jackson, cinico e cattivo come non lo si vedeva dai tempi del sicario Jules in Pulp Fiction. 
Alle nomination agli Oscar 2013 Waltz ha ricevuto una nomination come miglior attore non protagonista ma, inspiegabilmente (e puntualmente) Di Caprio è stato escluso. Scandaloso.
 
Un altro grandissimo punto forte: la colonna sonora. Goduria maxima per i timpani. Ricorderete tutti le grandi composizioni di Ennio Morricone per i film di Sergio Leone, brani ormai entrati nell’immaginario comune. Come poteva il più grande compositore di colonne sonore di tutti i tempi mancare alla grande festa organizzata da Quentin Tarantino? Il maestro compone una canzone cantata da Elisa ed altri stupendi themes che ci riportano di forza nelle pellicole di Leone, in particolare The Braying Mule (ascoltare per credere!). Torna il main theme dell’originale Django composto da Luis Bacalov, c’è Johnny Cash, ci ficcano anche una canzone rap, che uno dice:”che cosa c’entra?” e invece è perfetta per la scena e, infine, ci inseriscono anche il main theme di “Lo chiamavano Trinità”… ed io non capisco più niente.
 
Non mi soffermo a parlare del tanto caro citazionismo di Tarantino che, checchè ne dicano i detrattori, non è mai fine a se stesso anzi è sempre funzionale, intelligente e mai invasivo. Non mi ci soffermo perché non mi basterebbe tutto lo spazio concessomi su questa pagina.
 
Che dire, faccio veramente un gran fatica a trovare un difetto a questo film che, per quelli che sono i miei gusti, rasenta la perfezione. È grande in tutto: regia di Tarantino come sempre magnifica, solo a guardare i campi lunghi che stringono in mezzo secondo sui primi piani dei protagonisti verrebbe voglia di gridare. Dialoghi, interpretazione, colonna sonora, scenografia… tutto impeccabile. Senza contare il fatto che Tarantino da una sua visione carnevalesca e quindi più caustica di un argomento molto serio come la schiavitù. Per chi l’ha visto, basti pensare alla scena dei razzisti che discutono sul cappuccio, una scena al vetriolo nonostante faccia sbellicare. 
Imperdibile! 
 

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