Crisi amministrativa, Loizzo: «Si guardi la luna e non il dito»

La nota a firma del consigliere comunale di Ape

Paolo Loizzo protesta per i ritardi nella composizione della Giunta
Il consigliere comunale Paolo Loizzo

Riceviamo e pubblichiamo una nota sulla crisi amministrativa di Corato a firma del consigliere comunale Paolo Loizzo, di Ape.

Nell’ultimo consiglio comunale il lavaggio dei panni è avvenuto fuori dell’Arno. Nel solco della migliore tradizione della commedia italiana, dal Goldoni al Pirandello, si è consumato un autentico psicodramma. Quella che sembrava “l’invincibile armada” è andata a scagliarsi, tra i flutti di un mare agitato, sulle alte scogliere di casa propria.

I primi segnali di un malessere latente, sono stati evidenti, invero, sin dagli albori di questa consiliatura comunale quando già alcuni giorni dopo l’insediamento del nuovo sindaco e della sua giunta si registravano col sismografo violente scosse di assestamento.

Apparirebbe superfluo ma decisamente imprescindibile, per analizzare e comprendere, ricordare la cronologia di alcuni eventi a cominciare dai tripli salti carpiati all’indietro e con avvitamento del consigliere nato nel 2014 come “Fratello d’Italia”, passato NCD, entrato UDC e poi, forse definitivamente, approdato nel gruppo “libero di agire secondo coscienza” nel luglio 2016.

I conflitti di interesse alla presidenza del consiglio tra due pretendenti inducono, già allora, il sindaco a minacciare le proprie dimissioni, sin dai primi vagiti, per cui il 15 luglio 2014 afferma solenne: “se nel prossimo consiglio non verrà eletto il presidente, mi dimetterò”.

Finalmente la nave viene varata e procedendo secondo l’antico principio romano del “Dividi et Impera” viene organizzata la stramba assegnazione dell’unica presidenza di commissione alle opposizioni.

Il settembre “nero” del 2014 assume i contorni  segreti di una sorta di congiura di palazzo che si conclude col calare del sipario sulle vicende di un assessore a cui seguiranno poi le “defenestrazioni praghesi” di altre due assessori in una sorta di femminicidio politico.

Si concretizzano sin da quei tempi i cambiamenti di umori di chi un tempo era stato forzaitaliota, poi uddiccino, poi “arrosto misto” e, infine, nuovamente forzista dopo un lavaggio in Purgatorio che gli ha ridato l’abito vestale.

Nel marzo 2015 le cronache registravano “uno sfiorato serio conflitto nella maggioranza” che scuoteva il palazzo facendone vacillare le fondamenta le quali perduravano nella loro instabilità fino ad arrivare alle “chitarre rotte” nell’ultimo consiglio.

Non tralasciamo altri ecumenici passaggi come quel 24 luglio 2015 quando Forza Italia, versione B, quella fuori dal consiglio, asserisce: “Accettiamo di tornare in giunta se X e Y si dimettono” e parte così un’altra bordata alla “nave senza nocchiero in gran tempesta”.

Chissà quali altri perigli, ai più sconosciuti, tra canti di sirene ammalianti e lancio di ignoti massi nelle acque dei Ciclopi avranno dovuto affrontare gli achei locali nella odissea della nostra “magna” Corato: ricordiamo ad esempio quando un intero gruppo dirigente ha scelto di trasmigrare nel movimento “Oltre con Fitto”, poi secondo una moda anglicana divenuto “Conservatori e Riformisti” e forse infine “Direzione Italia”.

Quasi impalpabile ci fu l’avvento del consigliere di “Forza della Libertà” che traghettava a metà strada tra l’estinto #popolodellelibertà# ed il desiato #forzaitalia#.

Ma il siluro definitivo, azzarderemmo l’”enola gay”, giungeva, atteso ormai come un messia liberatore, negli ultimi giorni del triste ultimo novembre con lo sbarco degli ultimi schittulliani sulla nuova riva non la “rive droite” bensì la “rive gauche” forse se fosse esistita la “siège”.

Non sappiamo se infine ma certamente ultimo evento in cronologia, il 30 novembre scorso, il rappresentante di Forza Italia, versione A, quella sino ad allora in consiglio, si trova, con le sue motivazioni, nella condizione di lasciare la sua culla politica e non poter più assicurare il sostegno al sindaco che, infine, estenuato e logorato dai rivoli interni ormai colmi di sangue fraterno, asserisce: “la mia amministrazione è un malato in terapia intensiva, a breve sarà ripresa o decesso”.

Raccontavo, in uno dei due ultimi consigli comunali, di Platone che ha immaginato degli uomini chiusi in una caverna, gambe e collo incatenati, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove arde un fuoco. Tra la luce del fuoco e gli uomini incatenati vi è un muricciolo. Al di là del muricciolo alcuni uomini parlano, portano sulle loro teste alcune statuette che vengono proiettate dalla luce del fuoco sulla parete in fondo alla caverna. Dunque gli uomini incatenati non possono conoscere la vera esistenza degli uomini sulla strada poiché percepiscono solo le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte e l’eco delle voci, che scambiano per la realtà. Un giorno poi un uomo incatenato, riesce finalmente a liberarsi dalle catene, a vedere così il fuoco e conoscere l’esistenza di quegli uomini di cui prima intendeva solo le ombre. In un primo momento, l’uomo liberato, verrebbe abbagliato dalla luce ma avrebbe acquisito la capacità di vedere la vera realtà ed a discernere gli oggetti del mondo autentico. Invece di rimanere a contemplare in solitudine il sole e il mondo reale, cioè il Bene e la verità, lo schiavo liberato decide di tornare nella caverna, per comunicare agli altri prigionieri ciò che ha visto e per aiutarli a liberarsi a loro volta della prigionia. I suoi occhi, però, faticheranno a riadattarsi al buio ed egli sarà deriso dagli altri schiavi, che si convinceranno che la luce esterna gli abbia rovinato gli occhi e quindi non gli crederanno. E alla fine, infastiditi dal suo tentativo di scioglierli e di portarli alla luce del sole, lo uccidono.

Il mito della caverna diventa quindi la descrizione della faticosa salita dell’uomo verso la vera conoscenza.

Sembrerebbe quasi che Platone avesse voluto raffigurare il percorso intrapreso da alcuni interpreti della locale politica che prigionieri di un’immaginata realtà sembrano ora destarsi da una forma di sopore prolungato.

Il prigioniero, nel mito, rientra nella caverna per liberare gli altri prigionieri ancora incatenati ma la maggioranza di essi si rifiuta perché vivere dentro è molto più facile, come più semplice è non avere responsabilità piuttosto che averne, come più semplice è non decidere piuttosto che decidere.

Oggi la non decisione di dimissioni da parte del Sindaco determinerebbe un prolungamento dell’agonia delineatasi, un perdurare di contraddizioni sterili e perniciose. L’inaridimento dell’attività politico amministrativa che ne conseguirebbe non potrebbe che causare una caustica persistenza dello stato di per se stesso già anemico dell’economia della nostra città.

Ora non vorrei che ci si trovasse nella posizione del Re Travicello che non aveva l’autorità o la capacità sufficiente a garantirne il potere e tendeva unicamente a galleggiare. Non dovrebbe nemmeno essere ipotizzabile la formazione di un governo tecnico, di un pseudo governo di “salute pubblica” che sorga da un processo di deresponsabilizzazione delle iniziali forze di maggioranza e al contrario da un processo responsabilizzazione coatta delle forze della iniziale opposizione.

Si vuole paventare la possibilità, inducendo a vedere il dito e non la luna, che un commissariamento della nostra città possa rappresentare una condizione peggiore di quella che potrebbe andare a configurarsi con un prolungamento dell’attuale amministrazione o con un suo surrogato.

Sarebbe, invero, quest’ultima condizione, questo possibile pastrocchio, a rendere decisamente più tollerabile una situazione spiacevole, quale quella del commissariamento, se c’è il rischio che cambiandola radicalmente possa non peggiorare.

 

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