Quel 21 settembre di 76 anni fa era un martedì e faceva caldo. Il penultimo giorno dell’estate più torrida da inizio secolo secondo gli annali. Ma ad arroventare il clima non c’era solo il meteo. Dall’8 settembre erano passati appena 13 giorni e la città di Corato si stava per trovare al centro di uno dei primissimi scontri tra Inglesi e Tedeschi, che come corollario avrebbe avuto un pericoloso e imprevedibile colpo di scena. DI lì a qualche istante, nel primo pomeriggio, sarebbero iniziate 80 ore di terrore in cui 12 concittadini rimasero a lungo sospesi tra la vita e la morte. È la vicenda dei 12 ostaggi che scamparono alla strage, purtroppo rapidamente caduta nell’oblio, che Lo Stradone qui propone al pubblico dei lettori in forma di cronistoria. Ripercorrendo quei tre giorni in tre rispettivi appuntamenti cronologicamente sincronizzati cercheremo di stuzzicare la curiosità in quanti non abbiano mai sentito questa storia, la memoria in quanti l’hanno in qualche modo vissuta e la riflessione, in tutti, sull’inutile barbarie della guerra.

La nostra fonte è lo storico e ormai quasi introvabile volume “Corato nella Leggenda e nella Storia”, supplemento al mensile “La Disfida” pubblicato nel 1958 e scritto dal Molinini, ma sono attive le ricerche della redazione per unire in un puzzle tutte le testimonianze ancora inedite relative quei tragici giorni. Il virgolettato in tutto questo triplice approfondimento storico riporta le parole che l’insegnante Francesco Saverio Arbore, uno dei dodici ostaggi della scampata strage, ha in seguito rilasciato al Molinini.

ANTEFATTO – Un armistizio scontato. La conquista della Puglia centro-meridionale da parte degli Alleati fu denominata “Operazione Slapstick” (ironicamente “farsa”, “commedia grossolana”), strutturata come azione di supporto alle più strategiche campagne “Baytown” (Calabria) e “Avalanche” (Salerno), con quest’ultima che aveva come obiettivo finale la conquista della Daunia e dello strategico aeroporto di Foggia, congiungendosi con gli uomini della Slapstick. Già prima dell’8 settembre il Salento era parzialmente abbandonato dai tedeschi, e il porto di Taranto già dragato dalle mine. L’intera operazione ebbe inizio il giorno 9, con lo sbarco della 1^ Divisione aviotrasportata inglese a Taranto e la risalita del tacco fu rapidissima. All’alba del 16 gli Alleati entravano in una Bari già libera grazie all’audace impresa del Generale Bellomo, un manipolo di truppe e qualche decina di scugnizzi. Il comando tedesco arretrò dunque sino a Foggia e la retroguardia si acquartierò in Andria. A partire dal 17 e sino al 20, giorno del primo scontro armato anglo-tedesco, Corato fu considerata “zona di neutrale dominio” insieme a Ruvo, Terlizzi e Bitonto. Nel frattempo stragi e rappresaglie erano avvenute a Barletta e Trani, ma questa è un’altra storia.

A Valle Cannella, Cerignola, purtroppo la strage andò in porto
A Valle Cannella, Cerignola, purtroppo la strage andò in porto

21 settembre 1943, ore 14 circa – LO SCONTO E LA FATALITÀ. Il 21 settembre del 1943, nel primo pomeriggio, un gruppo di militi tedeschi, giunti in città per una razzia di automobili, si scontrò con una camionetta inglese nei pressi del palazzo Santarella, su via Ruvo. Ne nacque un conflitto a fuoco e i tedeschi, che ebbero la peggio, imboccarono l’extramurale per far ritorno ad Andria. Per cause mai del tutto chiarite un coratino, “tale Tota, probabilmente stanco della tracotanza tedesca” come riporta il Molinini, puntò il suo fucile da caccia su una motocicletta, facendo fuoco e ferendo alla nuca (si seppe in seguito) un maresciallo della Wermacht.

Ore 17 circa – IL RASTRELLAMENTO. L’azione del Tota scatenò subito la reazione tedesca, che fu presto di ritorno a Corato forte di venti uomini, due ufficiali, mitragliatrici, materiale esplosivo e un cannoncino. Il cannoncino fu puntato sul Municipio da via Duomo e la mitragliatrice su via Ruvo. Nel frattempo il plotone cominciava un frenetico rastrellamento di tutti gli individui di sesso maschile che capitavano a tiro nel centro cittadino. «Io, avendo saputo dell’accaduto e conoscendo molto bene l’animo teutonico, mi affrettavo a rincasare – raccontò Francesco Saverio Arbore –  Giunto nei pressi della mia abitazione in piazza Sedile mi son trovato, come per incanto e castigo di Dio, in presenza di due armigeri tedeschi che, strillando nel loro gergo, mi tenevano sotto la minaccia delle loro armi. Capii che bisognava assecondarli, alzai le mani in segno di resa e fui obbligato a raggiungere piazza Municipio (oggi piazza Cesare Battisti, ndr) come un volgare assassino». Circa 50 persone erano trattenute in piazza sotto sorveglianza armata. E si sparò anche, per fortuna senza conseguenze, nel momento in cui un ragazzo riuscì a sottrarsi alla cattura sgattaiolando nei vicoli.

Ore 17:30 – LA MEDIAZIONE IN FRANCESE. «Mi fu domandato se sapevo parlare il francese, risposi che me la sbrigavo alquanto e mi pregarono di servire da interprete» è il racconto di Arbore, scelto come interlocutore tra vittime e carnefici.

Ore 18:30 – LA VANA RICERCA DEL PODESTÀ. Grazie alla sua improvvisata funzione di interprete, Arbore prese posto su una camionetta corazzata che si diresse verso l’abitazione del Podestà (il villino Tandoi su via Murge, l’attuale via Castel del Monte). Ma il podestà era irreperibile. Successivamente diverse e contrastate voci – mai confermate – vollero il Podestà fuggito a Bari per chiedere l’aiuto degli inglesi oppure rifugiatosi in una casa di campagna. Il segretario comunale era a letto malato e la caserma dei carabinieri deserta (va considerato che l’11 settembre si era verificato un aspro scontro a fuoco tra carabinieri e tedeschi proprio a Corato – di questo si parlerà nel numero di ottobre de Lo Stradone).

Ore 19:00 – UNA PROTESTA CORAGGIOSA. In assenza di cariche politiche e amministrative, i tedeschi si diressero verso l’abitazione di una delle personalità più in vista della Corato dell’Epoca, il signor Vito Bosco, titolare dell’enopolio. «Questi, sulle prime, cercò di protestare dell’atto arbitrario e prepotente della soldataglia tedesca, ma dovette cambiare opinione e rassegnarsi a rimanere tranquillo quando si vide minacciare dalla canna di un fucile mitragliatore puntatogli sul petto» davanti alla presenza del figlio e delle figlie, atterrite. Anch’egli fu tratto in ostaggio.

Al tramonto – DODICI SFORTUNATI. All’imbrunire, tornati in piazza, i tedeschi selezionarono 12 dei 50 ostaggi e liberarono gli altri. I 12, tra cui figuravano l’interprete Arbore e l’elemento di spicco Bosco, furono fatti salire su un camion. «Spettri viventi, marmoree statue inchiodate su di un carro e vigilate con armi alla mano come se volessero fulminare l’esalazione dell’anima che dal nostro corpo sembrava dipartirsi». Questi i loro nomi, dei quali, in ossequio al costume d’epoca, riportiamo anche la paternità. Non certo perché affetti dal “complesso dell’anagrafe” per dirla alla Camilleri, ma per offrire al lettore una seconda traccia per eliminare i possibili casi di omonimia. Dunque, dello sfortunato gruppo di dodici ostaggi facevano parte: Francesco Saverio Arbore fu Pasquale, Girolamo Berardi fu Francesco, Vito Bosco, Giuseppe Bruno fu Francesco, Giuseppe Ferrante fu Biagio, Filiberto Miscioscia fu Luigi, Vincenzo Piccarreta fu Matteo, Michele Scaringella fu Filippo, Saverio Tarantini fu Michele e Cataldo Zaza fu Vitantonio.

Spesso le rapresaglie naziste si trasformavano in strage (repertorio)
Spesso le rapresaglie naziste si trasformavano in strage (repertorio)

21 settembre 1943, sera – AL MURO. Giunti al comando tedesco in Andria, installato presso un villino a un km dall’abitato, gli ostaggi furono fatti scendere. Condotti spalle a un muro davanti il quale già sostava il plotone di esecuzione rimasero, attoniti, in attesa della propria sorte. «Obbedimmo come fantocci in mani ruvide, ognuno in mano di boia. Quanto tempo rimanemmo sospesi su quell’orribile precipizio? Non lo so, forse pochi minuti, forse molti minuti. La mente e il cuore erano assenti. Nessuno più fiatava, nessuno più pregava».

Sera – UNA SPIA? – Durante il rastrellamento i tedeschi trassero in arresto anche la loro connazionale signorina Emilia Wiedermann, amica dell’impiegato comunale coratino Mangione, sospettata di essere una spia. Mentre i 12 sostavano davanti al plotone di esecuzione, la Wiedermann veniva interrogata dal comandante tedesco. Non sapremo mai cosa si dissero, fatto sta che al termine dell’istruttoria la signorina Emilia transitò davanti agli ostaggi e sussurrò al primo della fila: «Non abbiate più timore». E da quel momento non fu più vista. Ma qualcosa cambiò anche per gli ostaggi, che furono allontanati dal muro e, ormai inermi e consumati dall’attesa, trasferiti in un altro avamposto tedesco presso il villino Ceci, sulla Trani Andria, poco fuori l’abitato. Strage scongiurata?

Sera – L’INTERROGATORIO – Giunti sul posto i dodici subirono uno «Stringente interrogatorio da parte di un tedesco che parlava l’italiano in modo sufficiente a farsi intendere» durante il quale giurarono e spergiurarono che mai i coratini avevano nutrito sentimenti ostili davanti ai tedeschi, ma dovettero arrendersi all’evidenza quando l’ufficiale mostrò i pallini da caccia con cui era stato ferito il maresciallo sul sidecar.

Sera – PER OGNI TEDESCO UCCISO, VENTI ITALIANI SARANNO FUCILATI – L’interrogatorio si concluse con un severo ammonimento: da quel momento in poi 20 italiani sarebbero stati passati per le armi per ogni tedesco ucciso. Aggiunse il tenente: «Adesso voi andare a dormire, domani il resto. Se qualcuno di voi scappa, Kaput per tutti. Domani ognuno di voi mi farà 4 o 5 nominativi di simpatizzanti per Badoglio. Verrete con me a Corato e me li indicherete».

Una lunga notte. Calato il buio, i 12 furono spinti a forza in un fienile, senza nessun’altra spiegazione. La porta fu serrata, calò il silenzio. Tornò improvvisa la paura di una imminente strage. «Noi tutti ammutolimmo, ci scambiammo uno sguardo significativo promettendoci di farci ammazzare piuttosto che macchiarci d’infamia […] La mente e il cuore erano continuamente rivolti a Dio e alle nostre famiglie. Qualcuno soffriva in silenzio, altri emetteva di tanto in tanto sospiri di dolore, altri piangeva di un pianto strozzato e soffocato. Quella notte fu eterna, forse la più lunga della nostra vita».

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