12 luglio 2017: il silenzio fra i vagoni che invita a riflettere

Le emozioni e le riflessioni viaggiando sul treno della Bari Nord nel giorno del ricordo delle vittime.

12 luglio 2017: viaggiare sulla bari nord un anno dopo il disastro ferroviario
12 luglio, il drammatico scontro fra treni fra Corato e Andria.

12 luglio 2017: ieri mattina un silenzio assordante ha accompagnato il mio viaggio in treno. Penetrava nelle stazioni che ogni giorno vedono la presenza di centinaia di viaggiatori che percorrono la tratta della Bari Nord, penetrava nei vagoni semivuoti, così ostinatamente, come solo ieri poteva accadere.

Niente musica in treno, il rumore delle rotaie sui binari, delle porte che si aprivano e chiudevano ad ogni fermata, del click della spillatrice del controllore dei biglietti, così tonante e chiaro, l’unica colonna sonora che accompagnava questo 12 luglio 2017: un invito a ricordare e a riflettere.

Da sempre il viaggio in treno è stato metafora di un dialogo con se stessi, di pensieri che scorrono sul finestrino. Ieri come quel giorno, come ogni giorno, c’erano studenti che sfogliavano nervosamente le pagine dei loro libri d’esame: forse, l’ultimo esame della sessione estiva, o del corso di laurea, ma il silenzio perforava anche quei pensieri.

C’era chi aveva lo sguardo fisso sul finestrino, sulla perfetta sequenza degli ulivi che ondeggiavano nella brezza estiva al passaggio del treno, come se si inchinassero a salutarlo. Chissà quante volte nel corso dei loro anni hanno visto passare quei treni.
C’era chi aveva un paio di cuffie nelle orecchie, con il volume al massimo, mentre in playlist passava la canzone del momento: risate, follie estive, intenzioni, desideri, ricordi rinnovati solleticavano la mente.

Quante volte abbiamo vissuto in maniera così idilliaca il viaggio su quei treni, ma il silenzio della giornata irrompeva anche in questa piacevole sensazione.
Silenzio. Silenzio è stata la parola chiave della mattina. Felpati i passi di chi, salendo sul treno, prendeva il suo posto, sussurrate le parole di saluto di chi incontrava un suo conoscente, qualcuno parlava e ricordava: «Come si può dimenticare».

Se ne è parlato tanto, in quel 12 luglio 2016, tutta l’Italia ha scoperto il binario unico tra Corato e Andria, su cui per cinquant’anni non abbiamo solo viaggiato, ma abbiamo vissuto e costruito storie. Quel giorno, e nei tre giorni successivi, se ne sono sentite tante in tv: opinioni di giornalisti, politici che hanno discusso e magari criticato pesantemente “l’errore umano” e l’organizzazione dei trasporti del Sud, ma di fondo resta che di quel treno non ne avevano mai sentito parlare fino alle 11:06.

Per tutti quelli che vivono tra Barletta e Bari quel treno non è mai stato solo un mezzo per arrivare all’Università, al lavoro o tornare a casa. Su quel treno abbiamo vissuto, e oggi continuiamo a vivere, nonostante i pressanti disagi, le difficoltà, la rabbia.

Su quei treni dalla tratta di un’ora e mezza complessiva ci siamo innamorati, abbiamo scherzato con i nostri amici, incontrato gli amici di infanzia, ci siamo raccontati, abbiamo conosciuto nuova gente, riso per il microfono aperto dei macchinisti, ripetuto per un esame, preso decisioni importanti, inviato almeno uno dei messaggi più importanti della nostra vita, guardato tra i sedili il ragazzo carino o la ragazza smorfiosa, ci siamo innervositi quando cadeva la linea sotto la galleria dell’aeroporto, abbiamo salutato con un bagaglio pieno di aspettative pre-partenza, ci siamo addormentati dopo una giornata stressante, abbiamo viaggiato come unicamente e meravigliosamente si può fare su un treno come quello.

Anche quel giorno la gente su quel treno giallo e su quello bianco andava o tornava da Bari per gli stessi motivi. Tante le storie, tanti i pensieri raccolti, archiviati silenziosamente da quei vagoni che sfrecciavano tra le campagne pugliesi e il frinire delle cicale, sulle note della canzone del momento che passava su Radio Bari Nord.
All’improvviso, quell’istante maledetto, le 11:06 segna l’ora che da allora nessuno mai dimenticherà. Ci sono vuoti che sono tali soprattutto perchè il tempo, le emozioni, le parole non possono essere avvertiti dentro di sé.

Il leggiadro silenzio della pace campagnola della tratta Corato-Andria viene violentemente spezzato da un tonfo secco, brutale e da un successivo graffiare di lamiere che si schiantavano, strappando la vita a 23 persone, ferite e trafitte prima nei sentimenti che nel corpo. In quelle ore così tragiche, disperate, traboccanti di dolore e confusione, la Puglia è diventata un solo cuore, battente più che mai, unito nelle sue singoli componenti.

L’unità della nostra terra ha trionfato anche nella giornata di ieri, nel ricordo di quel disastro, di quel giorno che gli altri dimenticheranno, ma noi no, mai, e continueremo a custodire, valorizzarne il ricordo, richiedere giustizia nelle nostre piccole realtà cittadine.

Non essere presente lì quel giorno, direttamente, con i miei colleghi giornalisti mi ha addolorata, ero a Roma per seguire un seminario di storia dell’arte, così come tutti erano impegnati nelle loro faccende quotidiane di metà mattina. Leggevo l’irrefrenabile voglia di fare e andare dei miei colleghi, che con una impeccabile organizzazione hanno turnato per trasmettere le notizie.

Quelle immagini urlavano e urlano ancora oggi la potenza di quello scontro, il silenzio che ne è succeduto, il dolore che resterà per sempre. Avrei voluto essere con loro, la tv mi spiazzava per la superficialità con cui trattava la notizia, le supposizioni stupide, sparate solo per fomentare rabbia su quell’ errore umano. Per questo decisi di spegnerla, non ci credevo, stava succedendo l’inimmaginabile.

Ricordo che nel pomeriggio mentre camminavo per Roma, ascoltavo gente che ne parlava «È incredibile la tempestività con cui hanno agito tutti per salvare quelle persone». Perché noi siamo così, quando si tratta di aiutare qualcuno corriamo. Verso sera, mentre ero in bus per tornare a casa, ne parlavo con le mie amiche, notai in fondo al pullman un ragazzo che mi guardava e ascoltava i nostri discorsi. All’improvviso si avvicinò e chiese: «Siete pugliesi? Io sono originario di Polignano, da anni mi sono trasferito a Milano per lavoro e questa settimana sono a Roma per presentare un progetto in una azienda. Erano mesi che non telefonavo ai miei genitori, ma quello che è successo oggi lì, mi ha spinto immediatamente a farlo. In azienda tutti ci siamo fermati in silenzio, mentre in tv scorrevano imperterrite le immagini di quelle lamiere e di quei treni cancellati dallo scontro, non ho mai provato tanta nostalgia per la mia terra d’origine e mai ho provato tanto orgoglio come oggi nel vedere l’amore e la solidarietà di quelle genti».

In quel momento, avrei voluto prendere il primo treno e tornare a casa, incredibile, stupendo quanto l’unità delle nostre genti, avesse commosso tutta l’Italia.

Oggi, oggi i treni viaggiano a 50km/h, ci mettono circa due ore per arrivare a Bari e ciò comporta una riorganizzazione di ogni singola vita universitaria e lavorativa che dipende esclusivamente dai mezzi. “Ci scusiamo per il disagio” è il messaggio che quasi ogni giorno lampeggia sul display delle stazioni e preannuncia ritardi, soppressioni, sostituzioni di mezzi che ancora alimentano il nervosismo e rendono il viaggio in treno un ulteriore tortura prima che la giornata termini definitivamente.

Eppure, se c’è una cosa che è cambiata, che ha segnato una svolta, che ha sorpreso e consolato, è la consapevolezza profonda della bellezza della vita, che merita di essere vissuta a pieno in tutte le sue sfumature.

Ogni giorno, prima di uscire di casa, prima di salire su un treno per andare a scuola o lavoro, dovremmo abbracciare la nostra famiglia, ringraziarla per tutto, dovremmo dire ‘ti amo’ guardando negli occhi la persona che amiamo, chiarire le piccole discussioni tra amici, ricordarci quanto a volte è semplice risolvere le piccole questioni quotidiane, perdonare chi in qualche modo può averci ferito, perchè non c’è errore più grande, irreparabile, di quello di non aver colto ogni giorno le occasioni che possono renderci felici, di non aver amato quando abbiamo la possibilità di farlo.

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