Chiusura Centro di Accoglienza, 14 migranti sono rimasti a Corato

Dei 30 migranti 16 sono stati trasferiti al CARA di Bari, mentre 14 sono a Corato con il regolare permesso di soggiorno ma senza un domicilio. «Pur non percependo uno stipendio ma per l’affetto che proviamo nei loro confronti, li aiuteremo», dichiarano gli operatori del Centro da lunedì senza lavoro.

Legambiente sulla chiusura del centro di accoglienza di Corato
Legambiente sulla chiusura del centro di accoglienza di Corato

A ventiquattro ore dalla chiusura del Centro Prima Accoglienza di Corato (divenuto nel tempo Centro di Accoglienza Straordinaria), grazie alla disponibilità dell’operatrice Giuseppina Acella, cerchiamo di fare chiarezza su cosa è accaduto e sulla situazione attuale dei migranti ospitati fino ad ieri nel CAS.

Lo scorso 15 ottobre, 48 ore prima, la Cooperativa “Medihospes”, gestore dell’accoglienza del Centro di Corato, è stata avvisata dalla Prefettura della chiusura del Centro sito in via E. De Nicola.

I 30 ragazzi (e non 38) ospiti del Centro, da un giorno all’altro si sono ritrovati nella situazione di dover “lasciare la casa” in cui erano stati accolti e dove 25 operatori si occupavano e preoccupavano di loro sotto più punti di vista (innanzitutto sanitario e legale) perché il CAS di Corato, chiudeva trattandosi di un Centro di Accoglienza Straordinaria.

Dunque, venendo meno la straordinarietà di quel servizio offerto, considerando i nuovi provvedimenti in materia di immigrazione e la diminuzione degli sbarchi, un CAS viene chiuso a favore di un Centro più grande come il CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Bari.

La notizia, quindi, giunge all’improvviso ma non è imprevista o imprevedibile.

Ai 30 ragazzi, per lo più 20enni, è stata data la possibilità di scegliere se salire sul pulmino della Polizia di Stato per essere trasferiti al CARA di Bari (gestito direttamente Ministero dell’Interno tramite la Prefettura) o di restare sul territorio di Corato pur sapendo che il CAS venisse chiuso.

Dei 30 migranti, 16 ragazzi hanno accettato il trasferimento mentre 14 sono rimasti a Corato.

Se i 16 continueranno ad essere seguiti dal punto di vista legale nelle procedure di accoglienza e per l’aspetto sanitario con un presidio medico presente all’interno del CARA, i 14 no, e al momento sono senza domicilio e quindi non più inseriti nell’anagrafica comunale pur essendo dotati di regolare permesso di soggiorno di 6 mesi.

Tutti i ragazzi, infatti, va specificato, non sono clandestini ma hanno un regolare documento.

La procedura prevede che entro i 6 mesi dal momento in cui un migrante riceve il permesso di soggiorno venga convocato da una commissione territoriale che decide se riconoscergli la protezione internazionale.

Se questa non viene concessa il migrante può essere accompagnato nei centri di rimpatrio distribuiti sul territorio nazionale. Solo allora il migrante, come Decreto Minniti dispone, viene rimpatriato perché senza documenti.

Dunque ieri non è avvenuto nessun rimpatrio o il CARA non procederà a nessun rimpatrio perché tale possibilità potrebbe profilarsi all’orizzonte solo in assenza del visto da parte del giudice.

Spesso – va detto- i tempi della commissione sono lunghi, nonostante il Decreto Minniti abbia chiesto un’accelerazioni di tali pratiche, e il permesso di soggiorno di 6 mesi viene rinnovato per altri 6 mesi. E di queste e tante altre pratiche simili si occupa una cooperativa che gestisce un Centro di Accoglienza, oltre a preoccuparsi del cibo, vestiario, profilassi sanitaria, e inserimento nell’ambito formativo, professionale e sociale di tutti i migranti ospiti.

A tal proposito una chiosa dell’operatrice Acella sottolinea come il Centro di Corato fosse un’eccellenza sul territorio pugliese: «Qualche giorno prima della chiusura abbiamo ricevuto un controllo della Prefettura e tutto è risultato in regola e a norma. Nessun appunto o nota di demerito ci è stata fatta».

Oltre al rispetto della Legge, ciò che ha caratterizzato la gestione del Centro di Accoglienza di Corato sembra essere anche il rapporto umano instaurato dagli operatori, ma non solo, con tutti i migranti ospiti di quella palazzina gialla ubicata nella zona mercato e dalla quale in silenzio, scriveva ieri il Centro su Facebook, sono andati via tra il dispiacere anche degli abitanti del quartiere.

«Sono bravi ragazzi. Si pensi che una signora anziana che non poteva uscire di casa chiedeva ogni giorno ad alcuni dei nostri ragazzi di farle la spesa e la fiducia in loro è sempre stata ben riposta.», ha affermato con gioia e un pizzico di orgoglio l’operatrice del CAS di Corato.

Se per i 16 migranti trasferiti al CARA gli operatori sono sereni, per i 14 ragazzi che hanno deciso di restare sul territorio comunale sono preoccupati perché, pur avendo il permesso di soggiorno, sono attualmente senza domicilio quindi non più inseriti e inseribili nell’anagrafica comunale.

«Su questo vorremmo che si puntasse l’attenzione», fanno sapere tramite Giuseppina Acella gli operatori del Centro che da lunedì sono senza lavoro, ma continuano a informarsi delle condizioni dei 16 migranti trasferiti al CARA e stanno lavorando per capire come garantire un domicilio ai 14 ragazzi rimasti a Corato.

Se non sono inseriti in anagrafica non possono neanche essere seguiti da un medico di base. Per avere un domicilio i migranti dovrebbero avere un contratto di affitto regolare o qualcuno che li ospiti regolarmente tanto da garantir loro un domicilio.

I ragazzi rimasti, in realtà, sono coloro che, in attesa di essere convocati in commissione e di ricevere il visto, hanno già trovato un lavoro, per lo più a giornata e in ambito agricolo, anche se non a tempo determinato e tale da permetter loro un affitto regolare di un appartamento.

«Stanno trovando soluzioni provvisorie grazie alla rete di amicizia che si sono creati stando a Corato in questi mesi e attraverso i tanti progetti di inserimento promossi dal Centro, ma noi vogliamo regolarizzare la loro posizione.», ha rivelato l’operatrice del CAS.

«La nostra maggiore preoccupazione è nei confronti dei migranti arrivati da poco al Centro e che senza di noi, non hanno nessun punto di riferimento nelle pratiche di accoglienza. In questi giorni, pur non percependo uno stipendio ma solo per l’affetto che proviamo nei loro confronticontinueremo a interessarci e cercheremo soluzioni per regolarizzare il loro domicilio. A tal proposito facciamo un appello alle associazioni e alle parrocchie che speriamo possano aiutarci in tal senso.», ha dichiarato Giuseppina Acella a nome di tutti gli ex operatori del CAS.

 

 

 

 

 

 

 

 

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