Autonomia differenziata: quale futuro per la sanità regionale?

Al liceo Classico si parla della sanità regionale nell'ambito dell'autonomia differenziata.

Di sanità regionale e autonomia differenziata si è parlato nell’incontro (primo di una serie) organizzato dal comitato cittadino per l’unità della Repubblica presso il liceo “A.Oriani”, nel venerdì pomeriggio di ieri. Sono intervenuti, in dialogo con il dott.P Loizzo, moderatore dell’incontro, i professori Nicola Colajanni (professore di diritto costituzionale all’università di Bari) e Tommaso Fiore (ex assessore alla sanità della regione Puglia). Nei loro interventi hanno ricostruito concisamente l’itinerario seguito dal provvedimento, di cui si inizia a parlare a partire dal 2001 con la modifica da parte dell’allora governo di centro-sinistra del titolo V della Costituzione che disciplina appunto i rapporti fra i vari livelli amministrativi (regioni, provincie e comuni)e che ha subito un’accelerazione, prima  con il referendum del 2017 in cui Lombardia e Veneto (ma la richiesta è stata avanzata senza referendum dall’Emilia-Romagna e adesso anche da altre regioni) hanno appunto richiesto l’autonomia, e poi con l’arrivo al governo della Lega (particolare non secondario, considerando che Lombardia e Veneto sono a guida leghista). Che cosa prevede l’autonomia?  In sostanza il provvedimento permetterebbe alle regioni di avere l’ultima parola in una serie di ambiti-come appunto la sanità e l’istruzione- prima di competenza statale. Non solo; le regioni tratterebbero una parte cospicua delle loro imposte (il cosiddetto “residuo fiscale”) che attualmente vengono immesse nel fondo comune dello stato. Si avrebbe  dunque un inasprimento delle disparità tra le regioni ricche del Nord e le più povere del Mezzogiorno, poiché la ricchezza non verrebbe distribuita da chi a più a chi a meno, secondo il criterio di progressività garantito dalla Costituzione, ma rimarrebbe concentrata: le regioni più ricche diventerebbe più ricche e  le più povere continuerebbero a impoverirsi. Questo è un punto fondamentale per comprendere la questione. L’articolo 53 della Costituzione prevede un sistema fiscale progressivo in cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva”. Questo significa che il cittadino lombardo o emiliano paga maggiori imposte proprio perché più ricco in media rispetto al cittadino meridionale. Il trattenimento del residuo fiscale finirebbe con l’essere anti -progressivo e, recidendo il vincolo di solidarietà tra le regioni, innescherebbe un processo di frammentazione difficilmente reversibile. “Noi abbiamo già regioni autonome”-ha ricordato Colajanni-” ovvero le regioni a statuto speciale. Ma queste sono tali perché regioni di confine o con presenza di minoranze. Per quale motivo le altre regioni chiedono potere? Dovrebbero giustificarlo. Il motivo è quello di ottenere una secessione, non formale ma sostanziale, lasciano allo Stato il “lavoro sporco”: difesa, gestione della moneta…”.

I relatori dell’ incontro: da sinistra, N.Colajanni, P.Loizzo e T.Fiore.

Nel suo intervento sulla sanità, T. Fiore ha fatto notare come attualmente già esita disparità nella qualità del servizio sanitario tra le regioni del nord e quelle del sud. Inoltre egli ha rilevato come in ambito sanitario esistano già i L.E.A. (livelli essenziali di assistenza) ovvero dei parametri che stabiliscono la soglia essenziale di assistenza sanitaria garantita. Ora, uno degli strumenti attraverso cui si procederà all’attuazione dell’autonomia sono i L.E.P.(livelli essenziali di prestazioni). Nell’ambito dell’autonomia differenziata, tali livelli di prestazione, devono essere garantiti a tutti i cittadini a prescindere dall’appartenenza regionale. Tuttavia-argomenta Fiore- se già i L.E.A. non impediscono l’esistenza di disomogeneità nella qualità del servizio sanitario, quindi non funzionano, è ragionevole aspettarsi che funzionino i L.E.P? In definitiva, sembra che l’autonomia differenziata, propugnata dai suoi sostenitori come un provvedimento per rendere più efficiente la gestione della cosa pubblica (a livello regionale) finisca per portare a una secessione di fatto, portando a realizzazione lo storico obbiettivo della Lega (quando era ancora “Nord”). A questo proposito sarebbe interessante sentire il parere dei leghisti nostrani, quelli che verosimilmente si riconoscono nella Lega sovranista, che però nei fatti, tolta la patinatura mediatica, sembra essere ancora Lega Nord.

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