“Ask the dust” – Chiedi alla polvere di John Fante

“Fra le righe” è la nuova rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale FORUM DEGLI AUTORI di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società assieme ad eccellenze del nostro territorio quali i membri del Forum degli Autori, creando un filo diretto di discussione e condivisione col lettore.

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di Federico Lotito

[box fontsize=”12″ radius=”5″]ask the dust prima edizione“Ero giovane, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Andavo a leggere alla biblioteca pubblica di Los Angeles e niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Pareva che i grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente. Il loro stile era una mistura di sottigliezza, mestiere, una -cultura della parola- assai prudente. A paragone degli scrittori del passato, i moderni non valevano gran che. Tirai giù dagli scaffali un libro dopo l’altro, libri religiosi, di filosofia, di autori tedeschi dall’animo amaro, di matematica, di geologia, di chirurgia. Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. Rimasi fermo per un attimo a leggere, con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Leggere quel libro fu come un miracolo, grande e inatteso. Presi il libro e me lo portai in stanza, mi sdraiai sul letto e ripresi a leggerlo ma, prima ancora di finirlo, capii che l’autore era riuscito a elaborare un suo stile particolare”.

Queste le parole con cui Charles Bukowski parla della sua scoperta di John Fante e del suo romanzo “Ask the Dust”.[/box]

John-FanteJohn Fante fu uno scrittore dal destino bizzarro, nato a Denver, nel Colorado (USA), l’8 aprile 1909, figlio di Nick, un muratore di un piccolo paese d’Abruzzo, emigrato negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Si diploma al Regis High School di Denver e a vent’anni lascia il suo paesino nel Colorado e va verso West in California. Lì, poverissimo, vive in alberghetti di quart’ordine, alternando la sua attività di scrittore a lavori come il lavapiatti, il fattorino d’albergo, l’operaio nelle fabbriche di scatolame di pesce, inseguendo il suo sogno di diventare un grande scrittore. H. L. Mencken, critico autorevole del tempo, lo incoraggia e gli pubblica diversi racconti sulla nota rivista “The American Mercury”. Nel 1937, pur avversato dalla famiglia di lei, ricchi proprietari terrieri, sposa la poetessa Joyce Smart, una delle prime donne laureate alla Stanford University.

Il suo primo romanzo “La strada per Los Angeles”, viene più volte rifiutato dagli editori, nel 1938 pubblica “Aspetta primavera, Bandini” considerato dalla critica americana tra i migliori libri dell’anno.

Nel 1939 pubblica “Ask The Dust (Chiedi alla polvere)”. Nello stesso anno, Chandler con “Il grande sonno” e Steinbeck con “Furore”, diventeranno scrittori famosi di fama internazionale. Fante no. Deluso, comincia a scrivere per il cinema, scrive sceneggiature anche per film importanti. Ma di questo dice: “come scrittore questo non funziona, di mio nei film riconosco solo una battuta là, un monologo di qua, qualche piccola battuta e basta”. Vive per anni nella sua bella villa a Malibù, mantiene la bella moglie ed i suoi quattro figli, gioca a golf e non scrive più romanzi, ricomincerà a farlo solo da vecchio. Il grande successo arriva a John Fante postumo negli anni ‘80 e lo si deve a Charles Bukowski che costrinse il suo editore a ripubblicare tutti i suoi libri. Bukowski, proprio nell’introduzione al libro “Chiedi alla polvere” scrive: “Lui è il mio Dio”.

È proprio dall’esperienza dei primi periodi a Los Angeles, dai ricordi legati alla sua infanzia trascorsa nel Colorado, dalla figura soprattutto del padre  che Fante trae “materia” letteraria da cui attinge per la stesura di buona parte della sua opera.

È la Los Angeles, impolverata dalla “polvere” della strada, della sabbia del deserto, della Grande Depressione degli anni ’30, dell’intolleranza strisciante verso i negri ed i latini, a fare da scenografia a tutta la sua opera; non una città patinata e glamour ma una città dei bassifondi, di scalcinati caffè e di locali notturni, di lunghe strade silenziose illuminate dalla luna, di marciapiedi e vecchie case cadenti, reliquie di un passato ormai dimenticato.

In questa Los Angeles si muove Arturo Bandini/Fante animato dalla volontà di coronare il suo sogno di diventare scrittore che guardandosi dentro stilla goccia a goccia il veleno delle proprie inquietudini e lo riversa furiosamente nel suo romanzo autobiografico.

In “Ask the Dust” la storia di Arturo Bandini e Fante si fondono, sino a diventare indistinguibili e lo scrittore è così abile che riesce ad infondere nell’animo del suo protagonista così tanta vita, incredibilmente vera e bruciante. Bandini è infuocato di passione, impavido, non teme la fame e le rinunce pur di coronare il suo sogno, ma è anche un po’ codardo, uno che dubita del proprio talento e che si lascia travolgere da mille paure; è tutto e il contrario di tutto, è un concentrato di idiosincrasie, uno scapestrato che in fondo riflette i difetti di tutti noi; tanto è arrogante, saccente, autocelebrativo, narcisista, quanto è anche sensibile, appassionato, comprensivo, generoso. Poi arriva l’amore, Fante/Bandini vagabondando qua e là insieme ad altre migliaia di anime abbandonate, una sera incontra in un caffè la bella cameriera messicana Camilla Lopez e da quell’istante l’amore diventa la principale fonte di tutte le sue gioie e di tutti i suoi tormenti.

A questo punto del romanzo, probabilmente, ci si aspetta di leggere una storia d’amore “normale”, di un languido avvicinamento reciproco, invece si resta investiti da un buffo balletto, da un cercarsi e respingersi, amarsi e odiarsi, desiderarsi e subito dopo detestarsi, da parte dei due protagonisti: “Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato… Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che cominciai a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”.

L’amore narrato tra Arturo e Camilla è bello perché è vero, realistico; ha in sé tutto quello che succede quando si ci innamora, soprattutto per la prima volta: l’incertezza dettata dalla paura, i sentimenti contrastanti, le montagne russe su al settimo cielo se corrisposti, giù nell’odio selvaggio quando si viene respinti; una crudele beatitudine a cui è difficile sottrarsi, specialmente a vent’anni. Però la meccanica dei sentimenti è un ingranaggio complesso per Arturo e Camilla che, ignorandone il funzionamento, sbagliano i tempi, sbagliano i modi, vanno alla ceca e di conseguenza non fanno altro che sbandare. A complicare le cose, poi, sarà l’entrata in scena del suo rivale, il bel barista Sammy, del quale Camilla si innamora, scatenando la gelosia di Arturo/Fante.

“Ask the Dust” è una storia fondamentalmente semplice, classica se vogliamo, eppure penso che in pochi avrebbero saputo raccontarla così bene com’è riuscito a fare John Fante: mescolando vivacità e umorismo con profondità e introspezione, tracciando una geometria di parole insieme divertente e drammatica. In “Ask the Dust” sono già presenti tutti gli elementi della scrittura beat: energia febbrile, la filosofia di vita bruciata delle pagine di Kerouac, alcool, sesso e disperazione delle folli storie di Bukowski, ma nello stesso tempo non c’è ancora niente, perché Fante, a differenza dei successivi autori beat, non si prende mai troppo sul serio; pur parlando della tanta polvere delle  strade d’America che offusca e seppellisce i sogni, è bravissimo a smorzare le bestemmie e le grida di dolore in una risata irriverente e caustica e non riesce a rinunciare a un moto di speranza, alla luminosa sensazione di vita, di libertà che solo la gioventù ci può dare: “Polvere in bocca, polvere nell’anima, via dalla  gente polverosa e verso il verde oceano, via con una ragazza vestita di verde fino a Long Beach…”.

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