Politica
«L’anzianità torna ad essere virtù», Vito De Leo analizza il dopo Berlusconi
Scritto da La RedazioneVenerdì 18 Novembre 2011 00:00   PDFStampa E-mail

b_300_200_16777215_0___images_stories_crop2_480-360_governo_monti.jpgSolo ieri l’insediamento del nuovo esecutivo Monti, e la diffusione del suo programma, che ha incontrato sostenitori e oppositori nella intera società civile annullando le distanze e le differenze tra chi da sempre si definisce di sinistra e chi di destra. Il presidente del Centro Studi Politici “Aldo Moro”, nella persona del suo presidente Vito De Leo, ha diffuso la sua lettura critica del nuovo governo, che come si evince dal titolo focalizza lo sguardo sulla “anzianità” dei ministri, in termini anagrafici e di esperienza, dato fortemente in contrasto con quella necessità di svecchiamento della politica che trova tutti d’accordo nelle parole ma non nei fatti.

«La prima novità del dopo Berlusconi è il ritorno all’antico regime: esimi baroni universitari, burocrati inossidabili, imperatori di grandi potenze economiche e banchieri veterani. L’anzianità torna ad essere una virtù.

In questo momento della storia italiana i vecchi, cioè il passato, sono l’unica risorsa per riprenderci il futuro. Il vecchio è il n uovo. Dove sono i giovani? Prima, al tempo di Berlusconi, i giovani erano trattati da veline o paggetti. Oggi i giovani rischiano addirittura di restare fuori.

Non è un caso se Matteo Renzi e la sua turbolente macchina per rottamare i vecchi siano precipitati nel silenzio mediatico da quando Monti è salito al potere. A destra come a sinistra, i giovani d’oggi vivono da esiliati in patria. Quasi il 305 di essi è disoccupato. In una simile situazione è difficile pensare con serenità alla politica. Eppure, sono loro i primi a subirne i costi e i guasti.

Se questi illustri “senatori” d’Italia falliranno, i giovani non avranno santi a cui votarsi, ma solo diabolici avventurieri che sapranno approfittare delle paure collettive, come già è successo nel 1994. Se invece i grandi vecchi li salveranno, allora l’unico consiglio per i giovani, quelli ancora rimasti, è truccare il proprio certificato anagrafico per sembrare più vecchi. E fare una rivoluzione? No, anche questa è un’idea troppo …vecchia.

Che fare allora? Svecchiare la classe dirigente sarebbe possibile, anzi sarebbe doveroso, se si facessero avanti persone giovani, o relativamente tali, dotate di competenza, di serietà, di capacità decisionali e di lungimiranza. Se ci sono (e ci sono di certo) probabilmente non entrano in politica, o almeno io ne vedo molto pochi. Nel frattempo teniamoci i vecchi: a volte sono una garanzia, anche se l’equazione “età avanzata=saggezza” non è sempre valida.

Qualunque sia la nostra età anagrafica dobbiamo farci carico tutti quanti della nostra responsabilità di cittadini e ricreare tra noi stessi le regole e le condizioni per un nuovo patto sociale. Non dobbiamo continuare nel l’errore di restare alla finestra o sul divano in salotto a guardare il solito teatrino della politica. Dobbiamo agire e dobbiamo farlo con intelligenza e preparazione. Scendere in piazza non basta. Disertare le urne, nemmeno. Bruciare le macchine? Fa solo danni e impedisce qualsiasi forma di dialogo.

Ribaltiamo la situazione. Cominciamo a guardare alla nostra Repubblica e al nostro Comune non più come uno Stato o un Ente governati da una casta, ma a qualcosa che appartiene a tutti noi. Cominciamo allora a selezionare un parlamento e un Consiglio comunale composti da uomini liberi e non da dipendenti di un padrone.

Pensiamo alla politica come servizio, così come ci hanno insegnato i nostri padri costituenti. “Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale” (Alcide de Gasperi)».

Vito De Leo - Un non più giovane


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